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Una lettura obbligatoria: Exponential Organizations di Salim Ismail @WRicciardi @leadmedit

Una lettura estiva (forse sarebbe meglio dire uno studio estivo) di un libro affascinante: Exponential Organizations di Salim Ismail, edito da Marsilio nella collana Nodi.

Che cos’è un’organizzazione esponenziale? Essa è un’organizzazione il cui impatto (o output) risulta notevolmente superiore – almeno dieci volte – rispetto ai competitor, grazie all’utilizzo di nuove tecniche organizzative, che fanno leva sulle tecnologie in accelerazione.

Gestire organizzazioni esponenziali focalizzate sui clienti e non sui competitor esterni e sulle strutture interne tradizionali richiede una svolta epocale, paragonata a una nuova “era cambriana”. Richiede una nuova cultura e nuove e più dinamiche competenze.

Ho raccolto alcune frasi che mi hanno particolarmente colpito! Buona meditazione a tutti noi perché molti dei temi trattati riguardano anche la sanità!

  1. L’unica costante del mondo d’oggi è il cambiamento, e il ritmo del cambiamento sta aumentando.
  2. L’accelerazione (del cambiamento) è costituita dalle 6 D: digitalized, deceptive (ingannevole), disruptive (dirompente), dematerialized, demonetized, democratized.
  3. L’utilizzo di strumenti lineari e di tendenze del passato per fare previsioni su di un futuro in accelerazione è deleterio (vedi i casi di Iridium e Kodak).
  4. Gli esperti, in quasi tutti i campi, messi di fronte ad una crescita di tipo esponenziale, continuano sempre a pensare in un’ottica lineare, ignorando l’evidenza davanti ai loro occhi.
  5. Il vecchio detto secondo cui un esperto è “qualcuno che ti dice perché qualcosa non può essere fatta” è oggi più vero che mai.
  6. Nessuno degli indicatori tradizionali quali l’età, la reputazione e le vendite attuali possono garantire la sopravvivenza di un’azienda.
  7. La legge di Moore afferma che il rapporto prezzo/prestazione della potenza di calcolo raddoppia ogni diciotto mesi.
  8. “Le nostre organizzazioni sono fatte per resistere ai cambiamenti che arrivano dall’esterno” piuttosto che per accoglierli, anche quando sono utili (da John Hagel).
  9. Le strutture organizzative aziendali esistono proprio per annientare i fattori dirompenti di cambiamento.
  10. La maggior parte delle organizzazioni complesse si basa sulla cosiddetta “struttura a matrice” … Questa struttura è efficace nel garantire il controllo, ma è disastrosa in termini di individuazione delle responsabilità, di velocità e di propensione al rischio … Con il tempo, le funzioni orizzontali acquistano sempre più potere … Per le grandi organizzazioni con struttura a matrice attuare il cambiamento rapido e dirompente è qualcosa di estremamente difficile. Quelle che ci hanno provato, infatti, hanno sperimentato che il “sistema immunitario” dell’organizzazione tende a rispondere alla minaccia percepita attaccando.
  11. Le organizzazioni esponenziali hanno la capacità di adattarsi a un mondo in cui l’informazione è pervasiva e onnipresente e di convertirla in vantaggio competitivo.
  12. I tratti comuni delle organizzazioni esponenziali sono: il Massive Transformative Purpose (Mtp), cinque caratteristiche esterne denominate Scale e cinque interne denominate Ideas. Per essere un’organizzazione esponenziale, un’azienda deve avere il Mtp e almeno quattro caratteristiche.
  13. Il Mtp non è la missione: il Mtp è aspirational. Il fuoco è su ciò che si aspira a raggiungere.
  14. Scale: staff on demand; community and crowd; algoritmi, leveraged asset; engagement
  15. Ideas: interfacce; dashboard; experimentation; autonomia; tecnologie sociali.
  16. Il concetto di autonomia non implica non rendere conto a nessuno delle proprie azioni. Secondo Steve Denning, “In un network esistono ancora le gerarchie, ma esse tendono ad essere basate sulle competenze, e fanno affidamento più sull’accountability tra colleghi che su quella dovuta all’autorità, cioè sul dover rendere conto a qualcuno perché sa qualcosa e non per il semplice fatto che occupa una determinata posizione indipendentemente dalle competenze. Il ruolo del manager si trasforma, non viene abolito”
  17. Un’organizzazione esponenziale tende a essere una zero latency enterprise cioè un’azienda in cui si annulla l’intervallo tra ideazione, approvazione e realizzazione.
  18. In passato il lavoro si concentrava principalmente sull’importanza del quoziente intellettivo (QI), oggi il quoziente emotivo (QE) e quello spirituale (QS) stanno diventando indicatori sempre più rilevanti.
  19. Un secolo fa, la competizione si giocava principalmente sulla produzione, Quarant’anni fa, invece, il fattore decisivo divenne il marketing. Oggi, nell’era di internet, in cui produzione e marketing sono diventati merci e sono stati democratizzati, tutto ruota intorno a idee e ideali.
  20. Il piano strategico quinquennale è in sé uno strumento obsoleto … Esso è un suicidio per un’organizzazione esponenziale … L’unica soluzione è stabilire un Massive transformational Purpose (Mtp), costruire la struttura aziendale, adottare un piano (al massimo) annuale e osservare la crescita, con aggiustamenti progressivi e in tempo reale a seconda delle necessità.
  21. Nel mondo delle organizzazioni esponenziali, lo scopo (Mtp) è più importante della strategia e l’execution ha la precedenza sulla pianificazione.
  22. Arianna Huffington ha detto: “Preferisco lavorare con una persona meno brillante ma che sa fare gioco di squadra ed è chiara e diretta, piuttosto che con qualcuno molto brillante ma dannoso per l’organizzazione”.
  23. In un’organizzazione esponenziale, la cultura (con il Mtp e le tecnologie sociali) è il collante che garantisce la tenuta del team nonostante i salti quantici della crescita esponenziale. Secondo Chip Conley “la cultura è ciò che accade quando il capo non c’è”. E secondo Joi Ito “la cultura si mangia la strategia a colazione”.
  24. Sta diventando sempre più facile acquisire potere, ma è sempre è più difficile mantenerlo.
  25. Consiglio ai CEO delle grandi aziende di affiancare a chi occupa posizioni di leadership i venticinquenni più brillanti, per colmare il gap generazionale e tecnologico, per permettere a questi giovani di crescere più velocemente e per innescare un meccanismo di mentoring al contrario.
  26. Se siete un manager di Amazon e un dipendente viene da voi con una grande idea, la vostra risposta di default deve essere : Se volete dire di no, dovete motivare questo rifiuto con una relazione di due pagine spiegando perché non ritenete l’idea valida.
  27. Jeff Bezos (Amazon) ha detto: “ Se sei focalizzato sui competitor, devi aspettare che siano loro a fare la prima mossa, prima di agire. Concentrarsi sui clienti, invece, consente di essere dei pionieri”.
  28. Il miglior modo per definire questa macrotransizione verso organizzazioni esponenziali è considerarla un passaggio dalla scarsità all’abbondanza … Secondo Dave Blakely “queste nuove organizzazioni sono esponenziali perché prendono qualcosa di scarso e lo fanno diventare abbondante”.
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Partnering with patients @Medici_Manager @bmj_latest

Fiona Godleeeditor, BMJ fgodlee@bmj.com

Last month we published a plea from Dave deBronkart (also known as e-Patient Dave) to “let patients help.” As a survivor of stage IV, grade 4 renal cell carcinoma, he described how the online patient community helped save his life (BMJ 2013;346:f1990). His aim is nothing less than to revolutionise the relationship between patients and healthcare providers. “Please,” he wrote, “let patients help improve healthcare. Let patients help steer our decisions, strategic and practical. Let patients help define what value in medicine is.”

This week we hear from another e-Patient, Kelly Young, who tells us why she became “a rheumatoid arthritis warrior” (doi:10.1136/bmj.f2901). Her blog,rawarrior.com, was born of the realisation that her doctors were stumped and that she needed to take responsibility for understanding her condition and deciding about her care. The blog now reaches nearly 2% of all patients with rheumatoid disease in the United States and, according to Young, is changing the way doctors as well as patients think about the disease.

The language of revolution and war may seem excessively violent, but it reflects the sense that even internet empowered patients feel they must fight to be heard, to get access to information, and to have their say in treatment decisions.

The BMJ is a journal for doctors. Over the years we have resisted the temptation to widen our sights to include patients among our target readership, although we know that many of our online readers are patients and members of the public. Despite its name, our series of Patient Journey articles is not designed for patients. As recently summarised by the BMJ’s patient editor, Peter Lapsley (BMJ 2013;346:f1988), these articles aim to give our medical readers new insights into patients’ experiences of illness and treatment in order to improve care.

But Young, deBronkart, and others like them are looking for something more than simply more empathetic doctors. They want partnership on an equal footing. And it’s this shift that the BMJ now wants to champion, working with colleagues at the Mayo clinic and others. As several of us ask in an Editorial this week, how better to improve care than to enlist the help of those whom the system is intended to serve?

Achieving such a partnership is a challenge. Years of paternalism have left doctors and patients unprepared for a different type of interaction. Time and other pressures may seem to justify current ways of working. But what if taking steps to bridge the divide between doctors and patients really did result in better, less costly, more effective care? There is a growing evidence base to suggest that it will. Ten years ago, we published a theme issue on partnering with patients (www.bmj.com/content/326/7402), and other articles published before and since are now gathered in a collection on bmj.com(www.bmj.com/bmj-series/shared-decision-making). To encourage further research and thinking in this area, the BMJ plans a call for papers for a conference and theme issue on participatory care next year. More information will follow shortly. Meanwhile, we are recruiting a panel of patients and doctors to help us think about how we can reflect the shift to patient partnership. I’d welcome your thoughts.

Cite this as: BMJ 2013;346:f3153

I grandi ospedali sono più sicuri @Medici_Manager @WRicciardi

17 maggio 2013 di Denis Rizzoli http://bit.ly/10bEciV

Il rischio di morte per un intervento chirurgico è significativamente più alto negli ospedali di piccole dimensioni. È il risultato di uno studio condotto dall’ Agenzia sanitaria per i servizi regionali(Agenas) e il Dipartimento di epidemiologia del Lazio. Si chiama Volumi di attività ed esiti delle cure: prove scientifiche in letteratura ed evidenze scientifiche in Italia e vuole dimostrare quali sono le malattie curate meglio negli ospedali con alti volumi di attività. Le conclusioni parlano chiaro. Farsi operare in una struttura che svolge poche operazioni potrebbe essere fatale per almeno 14 diverse patologie: l’aneurisma dell’aorta addominale non rotto, l’angioplastica coronarica, l’artoplastica del ginocchio, il bypass aortocoronarico, il tumore del colon, del pancreas, del polmone, della prostata, dello stomaco e della vescica, la colecistectomia laparoscopica, l’endoarterectomia carotidea, la frattura del femore e l’infarto. Per dimostrarlo, hanno svolto una ricerca sistematica negli studi internazionali pubblicati. Questi risultati sono stati poi confrontati con i dati del Programma Nazionale Esiti 2012, già pubblicati da Wired nella mappa interattiva #doveticuri con le performance di tutti gli ospedali italiani, cliccabile qui sotto.

VOTA LA MAPPA DI WIRED AL DATA JOURNALISM AWARD
Quali sono gli interventi più sicuri in un grande ospedale? 
L’ infarto è una delle patologie che fa più vittime con una media nazionale elevata: il 10,28% dei pazienti è morto entro 30 giorni dall’intervento, nel 2011. In questo caso, tuttavia, l’ospedale in cui si viene operati può fare la differenza.

È bastato incrociare la percentuale di decessi per infarto in ogni struttura (sull’asse verticale) con il numero di casi trattati nello stesso ospedale (sull’asse orizzontale) – escludendo però i centri con meno di 6 casi l’anno perché statisticamente fuorvianti. La curva risultante mostra che il numero di morti crolla fino a circa 100-150 casi l’anno e continua a diminuire al crescere dei ricoveri, come mostra il grafico tratto dallo studio di Agenas. È errato tuttavia parlare di una soglia di interventi oltre la quale si può ritenere un ospedale sicuro. “ Nei casi che abbiamo studiato, la mortalità continua a diminuire al crescere dei volumi quindi non è possibile trovare un punto esatto, una soglia minima”, spiega Marina Davoli del Dipartimento epidemiologia del Lazio. Forse non è un caso se tra gli ospedali con l’indice di rischio per infarto più alto (66,67%) nel 2011 ci siano strutture con un volume di 7 casi l’anno, come l’Ospedale Civile di Giaveno, in provincia di Torino, oppure l’ Ospedale di Pieve di Cadore, Belluno, con un volume di 9 interventi annuali. Tra i centri più virtuosi, invece, c’è una struttura con 891 casi l’anno, l’ Azienda Ospedaliera-Universitaria Careggi di Firenze, che ha un indice di rischio del 6,47%.

Anche per i malati di tumore si presenta un rischio analogo. Per esempio, il 5,88% dei pazienti operati di cancro allo stomaco sono morti nel 2011 ed è una delle malattie oncologiche più pericolose. Anche per questo intervento si è più sicuri in un grande centro.

I dati sulla mortalità di ogni struttura sono stati collocati sull’asse Y, mentre il numero di interventi effettuati sull’asse X. I pazienti che non sopravvivono dopo 30 giorni dall’intervento si riducono drasticamente negli ospedali che operano fino a circa 20-30 casi all’anno e la curva continua ad abbassarsi al crescere dei volumi di attività. Anche qui, uno dei centri con l’indice di rischio particolarmente alto (50%) è l’ospedale Rummò di Benevento con volume di 8 casi, mentre tra i più virtuosi c’è il Policlinico Universitario Agostino GemelliRoma, con una mortalità dell’0,62% e un volume di 96 interventi l’anno.

Passando alla frattura del femore, non ci sono sorprese rispetto ai casi precedenti. Questo intervento ortopedico è piuttosto pericoloso per i pazienti più anziani. Nel 2011, sono deceduti in media il 5,91%.

Il rischio di morte entro 30 giorni diminuisce a picco nelle strutture che operano fino a 100 interventi all’anno e continua a diminuire lievemente fino a stabilizzarsi.

Perché gli ospedali piccoli sono più pericolosi?
Riguardo ai motivi per cui il rischio di morte cala negli ospedali con più ricoveri gli esperti sembrano essere tutti d’accordo. “ È una relazione già ampiamente documentata dalla letteratura internazionale – spiega Carlo Perucci, direttore di Agenas – nella chirurgia c’è una linea d’apprendimento riguardo alla manualità e alle competenze. Più si lavora, più si diventa bravi”. Anche la numerosità delle equipe è un fattore determinate. “ Oltre alle abilità del singolo medico, c’è anche l’organizzazione. Un ospedale grande ha affrontato più casi particolari e quindi ha più medici specializzati in singole variazioni della stessa patologia”, illustra Stefano Nava, primario di pneumologia all’ Ospedale Sant’Orsola diBologna. Infine, anche il maggior numero di attrezzature sembrano giocare a favore dei grandi centri. “Solo le strutture con alti volumi, possono avere tutta l’infrastruttura necessaria per affrontare il problema”, prosegue Perucci. “ Se un paziente ha un trauma cranico e va nell’ospedale più vicino che non ha imaging o il radiologo non è reperibile, è chiaro che perde tempo. Il fattore tempo è fondamentale per molte patologie”, conclude Nava.

La mappa # doveticuri di Wired, dove sono contenuti le performance di tutti gli ospedali italiani, è stata scelta tra le finaliste dei Data Journalism Award, il premio del  Global Editors Network (Gen) dedicato alle migliori inchieste di data journalism. Da quest’anno anche i lettori possono esprimere la loro preferenza sul sito datajournalismawards.orgFate sentire la vostra voce.

Does Primary Care Need To Be Retooled? @Medici_Manager @HealthLeaders

Joe Cantlupe, for HealthLeaders Media, March 14, 2013 http://bit.ly/168fQcc

The president of Partners Healthcare and a Harvard University economist contend that primary care in the U.S. needs to be restructured to improve physician business practices and provide more value for patients.Under this “subgroup management,” primary care physicians would oversee improved coordination of care for greater efficiencies and clinical outcomes.

So say Thomas H. Lee, MD, network president of Partners Healthcare, and Michael E. Porter, PhD, the Bishop William Lawrence University Professor at the Harvard Business School, and director of The Institute for Strategy and Competitiveness, both in Boston, in a Health Affairsarticle this month. I spoke to both of them about their primary care challenge. (Erika Pabo, MD, MBA, a resident at Brigham and Women’s Hospital in Boston, was a co-author.)

“If we’re going to make primary care as effective as we want to, we have to start with a clear overreaching goal and try to restructure primary care,” Porter says. “It starts with value and that’s the true north compass. Primary care isn’t really one thing. It’s a lot of different things for a lot of different patients with very different needs.”

“If we can segment the needs and take patients and group them into fairly straightforward categories, such as healthy adults, or someone with one or two chronic conditions or very disabled people, we can understand the needs of a defined group of patients, and change the nature of primary care,” Porter adds.

The primary care framework isn’t working now, they say. As Lee sees it, too many physicians are “stumbling down a road, not sure where they are trying to go, as opposed to a bunch of people effectively moving down a road.” For doctors, it’s a vital question: their livelihoods are at stake.

“Market share is going to places that can meet patients’ needs and do it more effectively,” Lee says. He warns that physicians who “won’t be able to get their act together to adopt a strategic framework will be less successful and lose market share to organizations that can.”

Under their plan, a physician practice would divide patients into small groups reflective of differences of “core needs and circumstance,” Porter and Lee write. A practice may refer some patients to other providers better equipped to meet particular needs.

As it is now, an absence of a “robust overall strategy” is one of the causes of primary care’s problems, according to Porter and Lee.

“Thinking about primary care as a single service not only undermines value but also creates a trap that makes value improvement difficult, if not impossible. We will never solve the problem by trying to do primary care better,” they write. “Instead, primary care must be redefined, deconstructing the work that goes on within those practices and rethinking how it is performed.”

Examples of the team focus: integrated cancer teams that increasingly include both palliative care specialists and a psychiatrist to measure patient outcomes. Or, patients with end-stage renal disease may be referred to a dialysis team that provides primary as well as nephrology care.

As Porter and Lee envision a new primary care structure, they say care teams and delivery processes can be designed for each patient subgroup, with measurable outcomes. Such data measurement is woefully lacking under current primary care, they say.

The possible changes would touch not only on clinical care, but also go into the day-to-day function of existing primary care practices, which includes scheduling or patient visits. Patients with common chronic diseases can be “preferentially” scheduled to facilitate more efficient visits that may include group educational programs, they write.

Diabetes sessions could include an expansive team of specialists such as endocrinologists, podiatrists, and nephrologists. Especially complex case sessions with patients could involve mental health specialists, palliative care consultants, and social workers.

It’s no surprise, they say, that some of the best work in primary care is now focused on specialty care, especially the complex needs of elderly and disabled patients. “Various organizations have built a whole care model for those people,” Porter says.

He pointed out some examples, including the Commonwealth Care Alliance , which includes multidisciplinary teams and home visits. Others having integrated delivery care, where primary care and specialists work hand-in-hand, include CareMore, Intermountain Healthcare, Cherokee Health System, and the Department of Veterans Affairs.

To finance all of these primary care changes, Porter and Lee endorse the bundled payment model for a “total package of services for a defined primary care subgroup during a specific period of time, the approach most aligned with patients.”

While some healthcare organizations are moving in the right direction to improve primary care, much is lacking. Lee was even tough on his own health system. “We’ve got 65,000 employees, and the number of people whose job it is to improve the value of our care for healthy people, which is most people out there? The number is zero,” Lee says of Partners. “It’s not anyone’s job right now. Therefore, no one does it in a systematic way.”

Indeed, there is much discussion about population health, medical homes and Accountable Care Organizations with primary care physicians playing important roles. That’s nice, Porter and Lee say, but those models still fall short of the multidisciplinary, collaborative teams needed to augment primary care.

“We’re saying ‘let’s take it one step further,'” Porter says. “What are the primary care needs of different individuals?”

Porter and Lee acknowledge that their model certainly poses difficulties for small practices, but they insist small physician groups should not be excluded.

“There are a whole bunch of forces challenging the one and two doctor practice going forward,” Lee admits. “I don’t think anyone will look back and say this paper by Mike Porter and Tom Lee put them over the edge. There are ways to get physicians spread out, even in rural settings, to work together. They have to be ready to want to work together and collaborate with colleagues to improve the value of care for patients over time.”

Change must be in the offing for primary care, Lee insists. “I don’t think anyone feels like things are stable and that all (physicians) need to do is just show up for work and work as they currently are working and be OK,” Lee says. “We want to provide this strategic framework to make something happen, as opposed to fretting about it.”


Joe Cantlupe is a senior editor with HealthLeaders Media Online.

An excellent primary care doctor is your trusted health care advisor @Medici_Manager @kevinmd

D | PHYSICIAN | JANUARY 21, 2013 http://bit.ly/14muvnX

Assembling the right medical team is important to keeping you healthy and saving money. Besides you, one of the most important people on this team is your regular doctor. For many people, this is their primary care physician (PCP) or primary medical doctor (PMD). A highly trained and well-qualified primary care doctor can advise you on what preventive tests and treatments are truly necessary to stay healthy.

If you view your primary care doctor as a person to simply get referrals from to get better care, think again.

One health insurance plan focused on having patients see primary care doctors first to help them figure out how to proceed. Without primary care doctors helping patients, 60 percent of the time patients chose the wrong specialist. Selecting the wrong doctor wasn’t the only issue. On average, $1,500 was spent on various tests and diagnostic services visits over an eleven-month period before patients were told that the specialist could not help them. Result? Wasted time and money. By pairing patients with primary care doctors, the use of specialists fell by 14 percent, emergency room use decreased by 16 percent, prescriptions declined by 11 percent, and patients received the right care. Less time and money wasted.

Because of differences in training, primary care doctors, like family physicians, internists, pediatricians, and obstetricians, are not the same. Family medicine physicians have trained to care for patients as young as newborns and as old as their grandparents. Internists care for adults as well as seniors. Pediatricians, not surprisingly see patients age eighteen and younger. Obstetricians-gynecologists (ob/gyns) often are considered primary care doctors, but, unlike the other three specialties, these doctors also do surgeries such as C-sections, hysterectomies, and bladder lifts or suspension repairs.

The trait that they all share is that an excellent primary care doctor can make a difference between mediocre care and great care. One report found that “adults with a primary care physician rather than a specialist had 33 percent lower cost of care and were 19 percent less likely to die” after controlling for age, gender, and health condition. An excellent primary care doctor can help you stay up-to-date on your immunizations and preventive screening tests, as well as diagnose problems that bother you.

Should your care require more expertise, your primary care doctor can determine which specialist to send you to and coordinate the care among many specialists if needed. Specialists often work in a vacuum, focused exclusively on their field. To ensure that all of them are on the same page, it is helpful to have one person oversee the overall treatment plan to maximize the benefit and minimize duplication of tests and procedures. While you might be that person, wouldn’t it also be nice if you also had someone else help you? It might be your regular doctor, who knows you and sees the whole person rather than a set of specific organs or diseases.

An excellent primary care doctor is your trusted health care advisor.

The challenge is finding a stellar primary care doctor. This could be harder, as fewer medical students are choosing the fields of internal medicine and family medicine due to increasing administrative hassles, decreasing compensation relative to specialists, and high medical school debt. Of those about to complete a three-year internal medicine residency program in 2003, only 27 percent planned to be internists, down sharply from 54 percent in 1998.  Those already practicing medicine are leaving for similar reasons. As more baby boomers age and require additional medical care, there will be fewer primary care doctors available despite the increase in demand for their services. It’s expected that in 2020, the nation will need about 147,000 internists, up 38 percent from 106,000, yet the number of doctors in training will be inadequate to close the gap.

Davis Liu is a family physician who blogs at Saving Money and Surviving the Healthcare Crisis and is the author of The Thrifty Patient – Vital Insider Tips for Saving Money and Staying Healthy and Stay Healthy, Live Longer, Spend Wisely.

Pros and Cons of Healthcare Social Media @Medici_Manager @DocComLtd

Social media includes all online tools and technologies which let people communicate and publish content easily. The most popular among them are Blogs, Facebook, Twitter and YouTube. Widely used for communications and marketing, these channels are considered as important (if not more important) as mainstream media channels like newspapers and television.

The use of social media in healthcare represents an increasingly effective tool in healthcare. It can be used to communicate with consumers, inform about new wellness schemes, market healthcare products, provide basic healthcare advice, inform about latest medical devices, get instant public feedback and much more. At the same time,Healthcare social media also presents challenges, including risks to information accuracy, organizational reputation, and individual privacy.

The primary focus for most organizations’ social media programs is marketing and communications. Hospitals are using social media to target health consumers. As consumers are shifting to online searches before making important healthcare decisions, hospitals are looking at creating solid social media presence and fostering long term relationships with their consumers. Internationally, Mayo Clinic has taken the lead in healthcare social media. Mayo Clinic’s Center for Social Media has a stated mission to “lead the social media revolution in healthcare, contributing to health and well being for people everywhere.” Indian hospitals are not far behind. The Apollo Hospitals twitter account has more than 2000 followers. Their Facebook page makes wonderful use of the timeline feature, has 91,000 likes and is fast growing. Their YouTube channel has been active for the past 4 years.

Many organizations have also formed online support groups for patients. Patients are encouraged to share their personal experiences and this consumer generated content is an invaluable source of information for other patients. Many doctors, too, have joined such support forums and provide information on various disorders. In a country like India where 70% of healthcare services are paid for ‘out-of-pocket’, Social Media becomes all the more important for healthcare marketing. Companies selling healthcare devices have found social media influences purchasing decisions. Internationally, many pharma companies too have realized the enormous potential of social media. Almost all major drug companies now have social media presence. Companies like Pfizer, Novartis, J & J and Sanofi-Aventis have launched many innovative social media campaigns. The HR departments in many healthcare organizations are using social media sites to spot and recruit talent.

These new tools of communications come with their own risks and dangers. Like a double edged sword, all points in favor of social media usage also contribute to the dangers associated with their use. The dangers social media exposes healthcare to are internal as well as external. Flippant remarks made by nurses or doctors online can be misconstrued by general public. Cases abound where protected health information was shared online inadvertently. The danger of violations of patient privacy cannot be overstated.

Conversations cannot be controlled and negative remarks made on social media by disgruntled employees or consumers cannot be erased. Such risks can be minimized by fostering positive comments by consumers and show casing achievements and consumer centeredness via these communication channels.

Organizations need to gear up to grab the opportunity and face the challenge that is social media. They need to monitor their ‘social presence’ and keep track of consumer sentiments. Use of social media for innovative marketing and communication campaigns should be encouraged. Organizations should educate both their employees and the public on their privacy practices to encourage responsible use of their social media sites. Guidelines and specific social media policies need to be in place to promote risk free use of social media by employees. Once policy is established, employees, volunteers, contracted employees, and medical staff members should receive training and education to ensure they are aware of the policies and procedures. With proper policy and training for employees, healthcare is slowly but surely taming the social media beast that technology has helped unleash on the markets.

http://bit.ly/13R5IrH

Five Reasons Choosing Wisely® Has Appeal to Physicians @Medici_Manager @ABIMFoundation

We’ve heard from a number of physicians across the country that they are beginning to think through ways to advance the Choosing Wisely campaign. They are embracing the recommendations from the specialty societies and exploring how conversations between physicians and patients about reducing overused or wasteful tests and procedures can be embedded in their practices. More than 30 specialty societies have joined the effort to date, while one society continues to discuss the pros and cons of participating.

Since the launch of the campaign in April 2012, more than 55 peer-reviewed journal articles have included mention of the Choosing Wisely campaign. Much of what has been written in the blogosphere and trade publications has been favorable to the campaign.

The following are five reasons I think can be attributed to this positive reaction. The number five also matches the number of recommendations made by specialty societies taking part in the campaign originated by the National Physician Alliance and described by Howard Brody in hisNew England Journal of Medicine article “Medicine’s Ethical Responsibility for Health Care Reform — The Top Five List”.

1) The campaign emphasizes the patient-physician relationship and conversations between them about overused medical tests and procedures where the risks outweigh the benefits. Physicians welcomed this renewed emphasis on the relationship and communication between patients and physicians.

2) Physicians also welcomed their specialty society taking a leadership position, particularly on issues of determining appropriateness of health care and identifying waste in the system, which can place their patients in harm’s way.

3) The campaign is a refreshing change from the polarizing and sometimes toxic environment that we sometimes see in health care discussions. The campaign has allowed for more thoughtful conversations about the need to create a more sustainable health care system.

4) Choosing Wisely has reinforced the notion that removing waste – things that don’t add value to the patient – improves quality and safety and in most instances, reduces costs.

5) Physicians don’t have to have a divided self as described by Parker Palmer in his book,Courage to Teach. Many physicians say they are asked to perform tests and procedures they knew were wasteful, but feel they needed to accommodate patient requests. Their inner being – their set of professional values don’t match with their outward behavior. The divided self produces psychological pain. Physicians are beginning to have the power, backed by their credible and prestigious specialty societies, to say more isn’t necessarily better.

These are just my five reasons why I think Choosing Wisely is helping move the conversation about managing resources in the right direction, but there are probably others. What do you think are other reasons the campaign resonates with physicians?

 

 

Solving the Health Care Cost Challenge: Leveraging RAND Expertise @Medici_Manager @RANDCorporation

In its second term, the Obama Administration and the 113th Congress must address the relentless growth of health care spending, a major contributor to America’s long-term fiscal imbalance.

Growing health care spending is fueling the federal budget deficit, crowding out other priorities in state budgets, hindering the competitiveness of American businesses, restraining job growth, and jeopardizing the finances of American families. Victor Fuchs, considered by many to be the father of health economics,summarized the enormous payoff of confronting this issue: “If we solve our health care spending, practically all of our fiscal problems go away.”

However, while there is no lack of ideas for how to slow spending, action is hindered by a lack of consensus.

In a series of research briefs dedicated to flattening the trajectory of health care spending, RAND Health outlines four broad strategies for constraining spending growth in our market-oriented health care system:

http://www.rand.org/health/feature/health-care-cost.html

Mobile Health 2012 @Medici_Manager

by Susannah FoxMaeve Duggan Nov 8, 2012 http://www.pewinternet.org/Reports/2012/Mobile-Health.aspx

OVERVIEW

Fully 85% of U.S. adults own a cell phone. Of those, 53% own smartphones.

One in three cell phone owners (31%) have used their phone to look for health information. In a comparable, national survey conducted two years ago, 17% of cell phone owners had used their phones to look for health advice.

Smartphone owners lead this activity: 52% gather health information on their phones, compared with 6% of non-smartphone owners. Cell phone owners who are Latino, African American, between the ages of 18-49, or hold a college degree are also more likely to gather health information this way.

ABOUT THE SURVEY

The results reported here come from a nationwide survey of 3,014 adults living in the United States. Telephone interviews were conducted by landline (1,808) and cell phone (1,206, including 624 without a landline phone). The survey was conducted by Princeton Survey Research Associates International. Interviews were done in English and Spanish by Princeton Data Source from August 7 to September 6, 2012. Statistical results are weighted to correct known demographic discrepancies. The margin of sampling error for the complete set of weighted data is ±2.4 percentage points.

I social media nella strategia comunicativa delle associazioni no-profit: una miniguida all’uso (Parte II) @Medici_Manager

Eugenio Santoro, Laboratorio di Informatica Medica, Istituto Ricerche Farmacologiche Mario Negri

http://www.partecipasalute.it/cms_2/node/1924

Nel corso di questi ultimi anni il ruolo dei social media è divenuto così importante che ormai numerose organizzazioni (anche quelle istituzionali) li usano abitualmente affiancandoli ai tradizionali mezzi di comunicazione. Nel precedente articolo (1) sono state illustrate le ragioni per le quali le organizzazioni no-profit, comprese quelle che operano in ambito sanitario e le associazioni di malati, dovrebbero prendere in considerazione di usare i social media nella loro strategia comunicativa. In questo articolo saranno proposti alcuni suggerimenti sulle modalità di impiego di Facebook e Twitter nel contesto delle organizzazioni no-profit, e illustrate le esperienze più significative.

QUALI INFORMAZIONI VEICOLARE SU FACEBOOK

L’obiettivo principale di Facebook (e di tutte le piattaforme di” social networking”) è quello di aggregare persone che hanno interessi simili creando le cosiddette comunità online (2). Le persone che frequentano Facebook hanno a disposizione strumenti che favoriscono l’interrelazione personale in Internet, la condivisione di informazioni e di file (per esempio immagini, filmati e diapositive), e la esposizione di pareri e giudizi (3).

La particolarità di Facebook risiede nel fatto che riesce ad offrire in un unico ambiente numerose funzionalità: dalla gestione della posta elettronica (il sistema di messaggistica di Facebook sta soppiantando la tradizionale posta elettronica), alla gestione dei profili e delle “amicizie”, dalla gestione delle immagini o dei video, a quella degli eventi, dalla gestione dei sondaggi online a quella dei feed RSS. Ogni ambiente di Facebook può inoltre essere personalizzato, dando la possibilità di creare pagine personali, pagine pubbliche e gruppi.

Un’associazione no-profit dovrebbe prendere in considerazione l’apertura di una pagina pubblica su Facebook per varie ragioni. Per esempio per rilanciare notizie provenienti dalla letteratura medica, da quella laica o dai congressi scientifici, o per riprendere notizie provenienti da altri portali/blog (partendo da quelli istituzionali) che trattano gli argomenti dell’associazione, o per rilanciare filmati e immagini pubblicati dalla associazione su altri social network (per esempio YouTube e Flickr), o ancora per pubblicare la rassegna stampa. Altri usi potrebbero inoltre riguardare l’attivazione di discussioni su argomenti di attualità, il lancio di campagne per la raccolta di fondi (particolarmente utile a questo scopo è la funzione “Causes”) e di sensibilizzazione su temi cari alla associazione, o semplicemente il richiamo di notizie e contenuti che appaiono sul sito web dell’associazione, dove, chi si collega, può ottenere degli approfondimenti.

Per creare una pagina pubblica su Facebook è necessario che il suo amministratore abbia un account valido sul noto social network. Una volta creata la pagina pubblica e definito il tipo (esistono varie tipologie, una delle quali espressamente pensata per le organizzazioni) e il nome, è necessaria una prima fase di configurazione per caricare il logo dell’associazione e le informazioni descrittive, per gestire le autorizzazioni di accesso alla pagina (i lettori possono lasciare commenti? Possono caricare immagini e video? Devono essere attivate limitazioni per età, paese, utente?) e per regolamentare gli aspetti amministrativi (esiste un unico curatore o più curatori?). Solo in una seconda fase si può dare inizio alla pubblicazione di contenuti e ad alimentare discussioni.

Usare i contatti email e le reti di “amicizie” può essere utile per invitare potenziali utenti interessati a diventare “fan” della pagina (attraverso il click del bottone “Mi piace”) affinché i contenuti pubblicati possano essere dirottati sui loro profili personali. Così come ricercare tra i gruppi su Facebook quelli che trattano argomenti affini e scrivere ai gestori di tali gruppi invitandoli a promuovere i contenuti della nuova pagina, può contribuire ad aumentare la visibilità dell’associazione.

QUALI INFORMAZIONI VEICOLARE SU TWITTER

Twitter è un formidabile mezzo di distribuzione delle notizie grazie alla rete di “followers”. Le notizie pubblicate su un canale Twitter possono essere infatti automaticamente riprodotti sui canali di Twitter di coloro che si sono registrati per seguirne gli aggiornamenti. Le notizie si distribuiscono così in maniera “virale” non appena queste sono pubblicate. Un’altra caratteristica è che chi vuole aggiornare la propria pagina di Twitter può usare non solo Twitter stesso, ma anche gli SMS. Analogamente, la distribuzione dei contenuti di un canale Twitter può avvenire attraverso le stesse modalità. E quest’ultimo aspetto, in particolare, che rende la notifica di una notizia assolutamente immediata e trans mediatica.

Se una associazione di pazienti vuole usare Twitter è necessario che attivi un account su questa piattaforma. Al momento della registrazione (ma questo può avvenire anche in seguito) è possibile selezionare gli argomenti di interesse e individuare così persone o istituzioni che li trattano così da “seguirle” nel tempo. Quando decidiamo di “seguire” qualcuno, ogni volta che questa persona invierà un messaggio sulla sua pagina, questo apparirà automaticamente sulla nostra home page di Twitter e, se da noi condivisa (re-twittata nel gergo di twitter), sarà a disposizione di quelli che ci “seguono”. Una volta attivato, l’associazione potrà usare il profilo su Twitter non solo per rilanciare notizie provenienti da altri canali, ma anche per rilanciare quelle ha pubblicateo sul proprio sito web, pubblicarne di nuove, porre domande alle persone che lo “seguono”, oppure rispondere alle domande che da questi vengono poste.

ESEMPI D’USO DEI SOCIAL MEDIA DA PARTE DI ALCUNE ASSOCIAZIONI DI PAZIENTI

Uno degli esempi di impiego di social media è quello proposto dalla associazione “MacMillan Cancer Support”. Una sezione del loro sito web (http://www.macmillan.org.uk/AboutUs/News/social_media.aspx ) ospita infatti 4 strumenti basati rispettivamente su Facebook, su Twitter, su Flickr e su YouTube.

Il canale aperto su Facebook permette di diffondere le attività dell’associazione a migliaia di utenti di Facebook. Inoltre, attraverso l’area su Facebook gli utenti possono vedere filmati e fotografie caricate dai sostenitori dell’associazione e dalla stessa associazione, oppure semplicemente accedere alle ultime notizie prodotte. Attraverso Twitter, oltre a rilanciare notizie pubblicate sul proprio sito web, l’associazione attiva campagne per la raccolta di fondi, lancia eventi di cui è organizzatrice e arruola volontari disposti a lavorare per conto dell’associazione. L’associazione sfrutta anche il canale aperto su Flickr per pubblicare le fotografie scattate nel corso di campagne per la raccolta fondi o di eventi nei quali l’associazione e i suoi volontari sono stati coinvolti. E come un album fotografico, le fotografie si possono catalogare, condividere e segnalare ad altri. Infine, attraverso il canale aperto su YouTube, si possono vedere i filmati che l’associazione ha prodotto per attivare campagne per la raccolta di fondi, per documentare come spende i soldi raccolti, per presentare l’attività di supporto ai malati di cancro o per raccogliere le loro testimonianze.

Molto simili sono gli strumenti messi a disposizione dalla Alzheimer Association (http://www.alz.org) , l’organizzazione che riunisce i malati di Alzheimer negli Stati Uniti.

Anche le associazioni di pazienti italiane hanno iniziato a utilizzare i social media per questi scopi. Tra le esperienze più interessanti si possono citare quella della Associazione Italiana Sclerosi Multipla (http://www.aism.it), probabilmente la più attiva in Italia nel settore dei nuovi media tra le organizzazioni no-profit, e quella dalla Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (http://www.airc.it ). Sulle homepage dei rispettivi siti web si trovano i collegamenti ai canali di social media che tali organizzazioni hanno deciso di inserire nella loro strategia comunicativa.

Referenze:
– Santoro E. I social media nella strategia comunicativa delle associazioni non profit: una miniguida all’uso – Parte 1. Partecipasalute 2012.
– Santoro E. Web 2.0 e social media in medicina: come social network, wiki e blog trasformano la comunicazione, l’assistenza e la formazione in sanità. Seconda edizione. Il Pensiero Scientifco Editore, Roma 2011.
– Santoro E. Facebook, Twitter e la medicina. Il Pensiero Scientifco Editore, Roma 2011.

Ultimo aggiornamento: 02/10/2012

I social media nella strategia comunicativa delle associazioni no-profit: una miniguida all’uso (Parte I) @Medici_Manager

Eugenio Santoro, Laboratorio di Informatica Medica, Istituto Ricerche Farmacologiche Mario Negri

http://www.partecipasalute.it/cms_2/node/1912

INTERNET, WEB 2.0 E SOCIAL MEDIA

Il web 2.0 è quella parte di Internet alla quale chiunque può liberamente accedere attraverso l’impiego di un software gratuito al fine di condividere informazioni e collaborare per creare nuova conoscenza, e nel quale gli utenti siano al tempo stesso produttori e fruitori dell’informazione (1).

E’ quindi non solo un insieme di tecnologie, ma un nuovo modo di “stare” in Internet, nel quale la voce del cittadino, unita a quella di altri come lui, può contribuire a generare domande e, per quanto possibile, ad ottenere delle risposte.

Tra gli strumenti del web 2.0, cominciano ad assumere una importanza fondamentale i cosiddetti social media (2). Il loro ruolo è divenuto così centrale che ormai qualunque organizzazione impegnata a fare informazione e a comunicare li usa abitualmente affiancandoli ai tradizionali mezzi di comunicazione. Il loro impiego parte dalla constatazione che ormai gli utenti di Internet trascorrono molto del loro tempo sui social network e sui blog. Chi fa informazione non può quindi limitarsi a pubblicare i propri contenuti sul sito web istituzionale, ma deve usare canali alternativi per diffonderli là dove è più facile che vengano letti, condivisi, discussi e rilanciati verso altre piattaforme sociali.

PERCHÉ LE ASSOCIAZIONI NO-PROFIT POSSONO AVVANTAGGIARSI DALL’USO DEI SOCIAL MEDIA

Le associazioni no-profit possono avvantaggiarsi dall’uso dei social media per diverse ragioni. Innanzitutto possono sperimentare canali complementari ai loro siti web per raggiungere i potenziali interessati alle tematiche di cui l’associazione si occupa, spiegare loro in che cosa queste consistono, aggiornarli tempestivamente sulle iniziative intraprese, fare sentire la propria voce rispetto a certi problemi o determinate politiche sanitarie.

Le potenzialità aggregative di questi strumenti consentono poi di allargare la rete sociale degli interessati, fino a coinvolgerli direttamente nelle attività dell’associazione. Le potenzialità “sociali” dei social media contribuiscono inoltre a condividere facilmente con altri le informazioni che riguardano l’associazione, favorendo in questo modo una diffusione “virale” dei messaggi distribuiti dalla organizzazione no-profit. Infine, tali strumenti, se usati in modo adeguato, consentono di attivare delle campagne di raccolta fondi efficaci ed economiche.

Non è un caso, quindi che il 74%, 46% e 43% delle associazioni no-profit americane è rispettivamente presente su Facebook , YouTube e Twitter, tre dei più importanti social media.

QUALI INFORMAZIONI VEICOLARE SU YOUTUBE

Sono molti i tipi di filmati che un’associazione no-profit in ambito sanitario potrebbe produrre e caricare su YouTube. Le testimonianze di malati sono da sempre un ottimo veicolo per avvicinare malati simili e portarli così a conoscenza della presenza e delle attività dell’associazione. Così come quelle di medici, specialisti, opinion leader, rappresentanti delle istituzioni. Fondamentali allo scopo di promuovere l’associazione e aggregare persone interessate alle sue finalità e alle sue attività sono i filmati che riguardano l’associazione stessa, come per esempio quelli relativi a campagne da essa promosse o organizzate. Particolare attenzione deve essere posta nel caricare filmati di TG o di programmi televisivi in quanto su questi (come su molti altri non di proprietà) vige il diritto d’autore.

Per caricare un filmato su YouTube occorre richiedere un “account” (fatto di una login e di una password). Una volta attivato è possibile aprire un canale per l’associazione e configurare il sistema (per esempio per decidere se a caricare i filmati deve essere una persona o un gruppo di persone). Il caricamento è piuttosto facile in quanto YouTube accetta numerosi formati standard. Affinchè, siano efficaci dal punto di vista dei contenuti i filmati dovrebbero essere chiari (il linguaggio usato deve essere sufficientemente comprensibile all’utente medio di YouTube) e soprattutto brevi. E’ poi consigliabile associare al filmato caricato un numero elevato di tag (le parole chiave decise dall’autore) perché è attraverso la ricerca di questi che gli utenti di YouTube arrivano al filmato e quindi al sito dell’associazione. Se poi i tag scelti riescono ad identificare in modo preciso l’argomento è ancora meglio. Così come suggerito per i blog, è importante che i filmati siano continuamente caricati sul canale aperto di YouTube, perché questo genera nuovo interesse e quindi nuovi utenti.

Una volta attivato il canale, è importante segnalare la pubblicazione di un nuovo filmato su tutti i media usati dall’associazione (pagina pubblica su Facebook, profilo istituzionale su Twitter, blog, sito web, social network vari), o ancora meglio, incorporarne il codice (su YouTube esiste un apposito campo chiamato “codice da incorporare”) affinchè sia immediatamente fruibile partendo da essi. Altrettanto importante è segnalare sul canale di YouTube dell’associazione i link agli altri social media. Essendo di fatto un social network, il canale di YouTube potrebbe contribuire alla loro diffusione in rete. Una volta caricati, YouTube fornisce degli strumenti per misurare la popolarità dei video in termini di numero di visualizzazioni e di numero dei commenti lasciati. Tali strumenti, insieme alla possibilità di accedere al contenuto dei commenti (ma in fase di configurazione del canale si può decidere di impedire agli utenti di lasciarli) e ad altre statistiche accessibili attraverso il link “statistiche e dati” consentono un continuo monitoraggio dell’andamento dei filmati pubblicati e del canale.

QUALI INFORMAZIONI VEICOLARE SUI BLOG

La forza dei blog, oltre alla possibilità di generare spazi di discussione, sta nella possibilità di distribuire automaticamente verso altri blog, siti web e social network i post e i commenti pubblicati. Ciò avviene tramite appositi strumenti (come i feed RSS, i profili su Twitter, le pagine pubbliche di Facebook) che possono essere attivati configurando la piattaforma che gestisce il blog. Questa sorta di disseminazione delle attività è quanto di più occorre alle associazioni di pazienti per diffondere i propri contenuti e allargare la cerchia dei propri sostenitori. A ciò occorre aggiungere che i blog possono integrare filmati di YouTube e immagini o fotografie di Flickr o di Instagram (due database di immagini condivise noti agli utilizzatori delle tecnologie web 2.0 e spesso definiti anch’essi come social media) lasciando che i rispettivi file restino memorizzati nei database di origine. Per le loro potenzialità i blog sono usati dalle associazioni no-profit (soprattutto quelle di pazienti) per attivare collaborazioni, condividere informazioni tra persone che soffrono delle stesse malattie, per fare formazione e informazione, per promuovere eventi e raccolte fondi, per pubblicare la rassegna stampa.

Per aprire un blog un’associazione no-profit può utilizzare piattaforme gratuite che hanno il pregio di essere facilmente configurabili. Tra queste le più note sono WordPress (www.wordpress.com) e Blogger (www.blogger.com). Una volta registrati, è possibile scegliere, tra i vari formati, come configurare il blog e quali strumenti attivare, oltre a definire le politiche di accesso. Eseguite queste operazioni il blog è pronto per essere riempito di contenuti. Perché gli utenti lo usino è però necessario che il blog sia adeguatamente promosso. Inserire un ampio richiamo sul sito web dell’associazione piuttosto che sulla sua area su Facebook o su Twitter può essere di aiuto.

Referenze:
– Santoro E. I social media nella strategia comunicativa delle associazioni non profit: una miniguida all’uso – Parte 2. Partecipasalute 2012.
– Santoro E. Web 2.0 e social media in medicina: come social network, wiki e blog trasformano la comunicazione, l’assistenza e la formazione in sanità. Seconda edizione. Il Pensiero Scientifco Editore, Roma 2011.
– Santoro E. Facebook, Twitter e la medicina. Il Pensiero Scientifco Editore, Roma 2011.

Ultimo aggiornamento: 02/10/2012 

 

Lancet: Mortalità postoperatoria in Europa @Medici_Manager

Grandi differenze da nazione a nazione, secondo l’European Surgical Outcomes Study.

Lo studio ha coinvolto 46mila pazienti provenienti da 28 paesi europei sottoposti a un intervento chirurgico non cardiaco.
Il risultato più rilevante è stato quello relativo alla variabilità della mortalità durante il ricovero in ospedale: ai due estremi troviamo il 21.5% della Lettonia e l’1.2% dell’Islanda, per una media generale del 4%. Per l’Italia si registra il 5.3%, contro il 3.8% della Spagna, il 3.6% della Grecia, il 4.1% del Portogallo.
I dati emersi dallo studio indicano l’esigenza, in molti casi, di individuare misure per migliorare gli esiti postoperatori. Secondo il gruppo di lavoro EuSoS è necessario un maggiore uso di registri che raccolgano dati sulla qualità dell’assistenza e sugli esiti clinici degli interventi chirurgici. Il problema della qualità dell’assistenza in chirurgia si risolve con cambiamenti a livello organizzativo che incidano sull’intero percorso perioperatorio: dalla valutazione preoperatoria, all’uso delle checklist dell’OMS, all’utilizzo delle unità di terapia intensiva, alla capacità di riconoscere e gestire le complicazioni.

Fonti:
Pearse RM, Moreno RP, Bauer P, Pelosi P, Metnitz P, Spies C, Vallet B, Vincent JL, Hoeft A, Rhodes A; European Surgical Outcomes Study (EuSOS) group for the Trials groups of the European Society of Intensive Care Medicine and the European Society of Anaesthesiology. Mortality after surgery in Europe: a 7 day cohort study. Lancet. 2012 Sep 22;380(9847):1059-65. doi: 10.1016/S0140-6736(12)61148-9.
European Surgical Outcomes Study

Associazioni di pazienti: una questione di trasparenza @Medici_Manager @SIHTA_Italia

Nel 2007 una prestigiosa rivista medica come il British medical journal lanciava l’indagine Le associazioni di pazienti devono ricevere soldi dall’industria farmaceutica?. A distanza di anni il tema è ancora dibattuto, ma troppe associazioni di pazienti non sono ancora consapevoli di quanto e come il conflitto di interessi le tocchi direttamente, quali rischi comporta, come si possono affrontare. E soprattutto sono ancora poche le associazioni che lo dichiarano, in particolare in Italia.

Su 157 siti di associazioni di pazienti e cittadini italiane, poco meno del 30% dichiara di ricevere soldi dall’industria farmaceutica. Tutte però ricevono finanziamenti, come risulta dai siti delle industrie farmaceutiche finanziatrici. E’ il risultato di un’indagine condotta dall’Istituto Mario Negri e pubblicata di recente sulla rivista ad accesso libero PLoS ONE. L’ammontare dei finanziamenti viene riportato solo da tre associazioni, pari al 6% delle associazioni dichiaranti, le attività finanziate dalla metà.

Una situazione analoga accade in altri Paesi, con qualche differenza: su 69 siti di associazioni di pazienti e cittadini con sede negli Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Sud Africa e alcune associazioni internazionali, di cui nessuna italiana, il 45% dichiara di ricevere finanziamenti dall’industria farmaceutica, nessuno dichiara l’entità dei finanziamenti.

Il punto critico della trasparenza non riguarda solo le associazioni di pazienti: dall’indagine dell’Istituto Mario Negri risulta che anche le industrie farmaceutiche, in particolare quelle con sede in Italia, lasciano a desiderare riguardo alla completezza delle informazioni sulle sponsorizzazioni riportate sui propri siti. Tra le 17 industrie farmaceutiche considerate, 13 (76%) dichiarano almeno un’associazione finanziata, di queste solo il 15% dichiara l’ammontare dei finanziamenti, il 30% le attività finanziate. Tutte hanno dato soldi ad almeno un’associazione di pazienti o cittadini considerata nell’indagine, come risulta dai siti delle associazioni.

Come per i finanziamenti ai medici, anche per i rapporti con le associazioni di pazienti le industrie farmaceutiche dovrebbero dichiarare le associazioni che finanziano, quanti soldi danno, per quali attività e progetti, pubblicando informazioni complete, aggiornate e accessibili sui propri siti internet. Allo stesso modo dovrebbero essere dichiarate le forme di sostegno indiretto, molto frequenti, come per esempio pagare spese o iscrizioni per partecipare a corsi o convegni, o fornire strutture e servizi.

Anche le associazioni di pazienti e cittadini che ricevono soldi dall’industria devono andare in questa direzione, e dichiarare in modo accessibile e completo i finanziamenti ricevuti.

Per alcune associazioni questo in parte già succede, e il dibattito interno su questi temi è avviato da tempo, molte altre sono ancora agli inizi: avviare un confronto tra associazioni di volontariato su questi temi può aumentare la consapevolezza critica e favorire uno scambio sulle pratiche di gestione dei rapporti con gli sponsor.

Questo testo è stato pubblicato su Partecipasalute

Per saperne di più

Kent A. Should patient groups accept money from drug companies? Yes. BMJ 2007; 334: 934-935.
Mintzes B. Should patient groups accept money from drug companies? No. BMJ 2007; 334: 334:935
Colombo C, Mosconi P, Villani W, Garattini S. Patient organizations’ funding from pharmaceutical companies: is disclosure clear, complete and accessible to the public? An italian survey. PLoS One. 2012;7(5):e34974. Epub 2012 May 9.
Ball DE, Tisocki K, Herxheimer A. “Advertising and disclosure of funding on patient organisation websites: a cross-sectional survey” BMC Public Health (2006) 6:201.http://www.biomedcentral.com/1471-2458/6/201
Godlee F. A sunshine act for Europe. BMJ 2011;343:d6593

Half of drugs prescribed in France useless or dangerous @Medici_Manager @curiouscat_com @FLAHAULT

The doctors claim that the state wastes money on unnecessary medicine that they blame for up to 20,000 deaths annually

 in Paris guardian.co.uk, Friday 14 September 2012

http://www.guardian.co.uk/world/2012/sep/14/french-doctors-drugs-useless-dangerous

Half of all medicines being prescribed by doctors in France are either useless or potentially dangerous for patients, according to two eminent medical specialists. They blame the powerful pharmaceutical companies for keeping these drugs on sale at huge expense to the health system and the taxpayer.

Professor Philippe Even, director of the prestigious Necker Institute, and Bernard Debré, a doctor and member of parliament, say removing what they describe as superfluous and hazardous drugs from the list of those paid for by the French health service would save up to €10bn (£8bn) a year. It would also prevent up to 20,000 deaths linked to the medication and reduce hospital admissions by up to 100,000, they claim.

In their 900-page book The Guide to the 4,000 Useful, Useless or Dangerous Medicines, Even and Debré examined the effectiveness, risks and cost of pharmaceutical drugs available in France. Among those that they alleged were “completely useless” were statins, widely taken to lower cholesterol. The blacklist of 58 drugs the doctors claimed are dangerous included anti-inflammatories and drugs prescribed for cardiovascular conditions, diabetes, osteoporosis, contraception, muscular cramps and nicotine addiction.

The Professional Federation of Medical Industrialists denounced the doctors’ views as full of “confusions and approximations”.

“This book is helping to alarm those who are sick needlessly and risks leading them to stop treatments,” it saidin a statement.

Christian Lajoux, the federation’s president said: “It is dangerous and irresponsible … hundreds of their examples are neither precise nor properly documented. We must not forget that the state exercises strict controls on drugs. France has specialist agencies responsible for the health of patients and of controlling what information is given to them.”

Professor Even told the Guardian most of the drugs criticised in the book are produced by French laboratories. He accused the pharmaceutical industry of pushing medicines at doctors who then push them on to patients. “The pharmaceutical industry is the most lucrative, the most cynical and the least ethical of all the industries,” he said. “It is like an octopus with tentacles that has infiltrated all the decision making bodies, world health organisations, governments, parliaments, high administrations in health and hospitals and the medical profession.

“It has done this with the connivance, and occasionally the corruption of the medical profession. I am not just talking about medicines but the whole of medicine. It is the pharmaceutical industry that now outlines the entire medical landscape in our country.”

The French consume medication worth €36bn every year, about €532 for each citizen who has an average 47 boxes of medicine in cupboards every year. The state covers 77% of the cost, amounting to 12% of GDP; in Britain spending on medicines is 9.6% of GDP. “Yet in the UK people have the same life expectancy of around 80 years and are no less healthy,” said Even.

The authors were commissioned by former President Nicolas Sarkozy to write a report over the Mediator affair, a drug developed for diabetes patients but prescribed as a slimming aid, that has been linked to the deaths of hundreds of patients who developed heart problems.

However, Even accused the industry of having a get-rich-quick attitude to making medicines and said it was interested in chasing only easy profits. “They haven’t discovered very much new for the last 30 years, but have multiplied production, using tricks and lies.

“Sadly, none of them is interested in making drugs for rare conditions or, say, for an infectious disease in countries with no money, because it’s not a big market. Nor are they interested in developing drugs for conditions like Alzheimer’s or Parkinson’s disease because it too difficult and there’s not money to be made quickly.

“It has become interested only in the immediate, in short term gains. On Wall Street, the pharmaceutical industry is third after petrol and banking, and each year it increases by 20%. It’s more profitable than mining for diamonds.”

Asked to explain French people’s apparent dependence on medication, Even said: “For the last 40 years patients have been told that medicines are necessary for them, so they ask for them. Today we have doctors who want to give people medicines and sick people asking for medicines. There’s nothing objective or realistic about this.”

He added: “There is nothing revolutionary in this book. This has all been known for some time.”

Which hospital should I choose? How to use hospital rankings @medici_manager @drsilenzi @ashishkjha @kevinmd

by   http://www.kevinmd.com/blog/2012/09/hospital-choose-hospital-rankings.html

After years of breaking down, my sedan recently died.  Finding myself in the market for a new car, I did what most Americans would do – went to the web.  Reading reviews and checking rankings, it quickly became clear that each website emphasized something different: Some valued fuel-efficiency and reliability, while others made safety the primary concern.  Others clearly put a premium on style and performance.  It was enough to make my head spin, until I stopped to consider: What really mattered to me?  I decided that safety and reliability were my primary concerns and how fun a car was to drive was an important, if somewhat distant, third consideration.

For years, many of us have complained about the lack of similarly accessible, reliable information about healthcare.  These issues are particularly salient when we consider hospital care. Despite a long-standing belief that all hospitals are the same, the truth is startlingly different:  where you go has a profound impact on whether you live or die, whether you are harmed or not.  There is an urgent need for better information, especially as consumers spend more money out of pocket on healthcare.  Until recently, this type of transparent, consumer-focused information simply didn’t exist.

Over the past couple of months, things have begun to change. Three major organizations recently released groundbreaking hospital rankings.  The Leapfrog Group, a well-respected organization focused on promoting safer hospital care, assigned hospitals grades (“A” through “F”) based on how well it cared for patients without harming them*.  Consumer Reports, famous for testing cars and appliances, came out with its first “safety score” for hospitals.  U.S. News & World Report, probably the most widely known source for rating colleges, released its annual hospital rankings, but this time with an important change in methodology.  While others have also gotten into this game, these three organizations bring the highest amount of care, transparency, and credibility.

What is particularly striking, though, is how differently the hospitals come out in the recommendations.   Just like the different car rating websites that emphasize different things, these three have also taken approaches very different from each other.  If we want to understand why some hospitals get an “A” on Leapfrog or are rated one of America’s Best Hospitals but get an abysmal score on Consumer Reports, we have to look “under the hood.”

It is worth noting that there are important similarities across the rating systems.  They each include hospital infection rates, though to varying degrees.  All three incorporate hospital mortality rates, though they weight them differently.  In accompanying blogs, colleagues from the Leapfrog Group andConsumer Reports each explain their methods and approach in far greater detail than I can, so I highlight what each emphasizes, and focus on their differences.

Let’s start with Leapfrog, whose primary focus is ensuring that when you walk into the hospital, your chances of being hurt or killed by the medical care you receive (as opposed to dying from the underlying condition that brought you in) are minimized.  Each year, as many as 100,000 people die in U.S. hospitals due to medical errors, a stunning number that has changed very little over the past decade.  The most common causes of death and injury in hospitals are medication errors and healthcare-associated infections, though there is no shortage of ways that you can be injured.  Leapfrog creates a composite safety score, emphasizing whether a hospital has computerized prescribing, how well it staffs its intensive care units, and what its rates of infections are.  Your chances of being injured in the hospital are generally lower at an “A” hospital than a “C” hospital.

Consumer Reports (CR) also calculates a “safety score,” but its focus is very different.  First, CR also incorporates infection rates.  It also emphasizes three areas not incorporated by Leapfrog.  The first is “double” CT scans (which, thankfully, are rare) and represent un-necesary radiation.  The second is patients’ reports on how well their providers communicated about medications and how well providers explained what would happen after discharge.  I’m a huge fan of patient-reported measures (it’s the one chance we consumers get to rate hospitals).  The challenge is that it captures both patientexpectations as well as hospital performance.   The latest evidence suggests that patients’ expectations, including their tendency to give high scores, vary a lot based on who they are and where they live.  A final area of emphasis is readmissions, a very complicated metric.  The best evidence to date suggests that only a small proportion of readmissions are preventable by hospitals.  In fact, good social support at home and the ability to get in and see your primary care physician probably matters much more than what the hospital does.  The other factors in the CR score that are emphasized less (including mortality) can be found here.

U.S. News has been rating hospitals for a while, though they made a very important methodological change recently.  Three things make up their score:  mortality (1/3), reputation (1/3) and other stuff (1/3).  The other stuff is a collection of safety and technology indicators.  The reputation score comes from a survey of specialists in each field and is meant to capture the intangible knowledge about hospital care that the rest of us don’t have.  Finally, and most importantly, they now emphasize mortality rates, which in many ways are “the bottom line” for a hospital’s performance.  Their risk-adjusted mortality rate captures both how well the hospital provides the right treatments (a.k.a. “effectiveness”) and how well it avoids harming patients (a.k.a. “safety”).

Implications:  Who wins and who loses?

Different approaches lead to different winners and losers (see table below).  In the Leapfrog scores, there aren’t large variations by hospital type (i.e. size, teaching status).  There aren’t large regional variations either – in every part of the country, there are lots of winners and losers.  It is worth noting that safety-net hospitals (as we have previously defined) generally do worse on Leapfrog (19% of those who got an “A” were safety-net hospitals, compared to 31% who got a “C”).

Because CR emphasizes infections but also patient experiences and readmissions, big “winners” on their score are small, community-based hospitals with very few minority or poor patients.  Hospitals in the Midwest do particularly well.  Major teaching hospitals do extremely poorly (three times more likely to end up in the worst quartile).  These worst quartile hospitals also have a lot more minority and poor patients – most likely because hospitals that care for poor patients have higher readmission rates (remember, poor social supports at home likely drive this) and worse patient experience scores.

U.S. News top-ranked hospitals are usually big, academic teaching hospitals.  On this metric, at least, it’s nearly impossible for a small community hospital to be rated as one of the best in the country.

What’s a consumer to do?

If you’re lucky enough to find a hospital that gets rated highly by all three organizations, I’d take that in a heartbeat.  It’s like finding a car that drives well, looks stylish, is reliable, and safe!  No brainer.  Unfortunately, those hospitals are rare.  In Boston, Massachusetts General Hospital was ranked the #1 hospital in the country by U.S. News.  It got an “A” from Leapfrog. It was near the bottom of Massachusetts hospitals in the CR rating, receiving a score of just 45 out of 100.

It can be easy to decide if the safety, or the style, or the performance of a car is most important to you. Unfortunately, choosing what’s most important in health care can make us ask difficult and seemingly unreasonable questions. Is my primary goal to survive my hospitalization, avoid infections and medication errors, or have a reasonably good experience?  Every individual has to decide what matters most.  If a low mortality rate is most important, U.S. News is your best bet.  If you care most about patient safety, then Leapfrog is the way to go.  Consumer Reports emphasizes infections, unnecessary radiation and patient experience.  If those matter most, CR is your best bet.

My personal list ranks mortality as most important (by far), followed by safety, with patient experience an important but distant third.  Others will make different choices. This is why we need different lists and different types of hospitals. It’s time for consumers to use this new information to make better choices.  I know that there is little precedent for consumers choosing healthcare providers based on quality.  I’ve always believed it is because they lacked good data.  In an era of greater transparency, if consumers vote with their feet, it’ll make hospital care better for everyone.

*Please note that I served on a blue-ribbon panel that advised the Leapfrog Group on their methodology.  I received no financial compensation for this effort.  The final choice of metrics and the scoring methodology for the Leapfrog Safety Score was made by the Leapfrog Group and not by the blue-ribbon panel.

Here’s how the rankings break out:

Which hospital should I choose? How to use hospital rankings

Ashish Jha is an Associate Professor of Health Policy and Management, Harvard School of Public Health.  He blogs at An Ounce of Evidence and can be found on Twitter @ashishkjha.