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Che cosa fare quando non si ha la competenza? @drsilenzi @redhenry88

L’attuale dibattito sui vaccini, come quello su ogni problema sociale complesso, rende urgente la risposta alla domanda: che cosa fare quando non si ha la competenza?

Adriano Sofri, su Il Foglio del 14 agosto 2004, ha tentato di dare una risposta a questa domanda.

“Ci sono due strade. Farsi una competenza, e su quella fondare una propria opinione non capricciosa. Oppure affidarsi prudentemente alla competenza altrui, e su quella fondare la propria cauta opinione”.

Stamane, su Radio24, Alessandro Milan e Oscar Giannino, solitamente prudenti e cauti, sono caduti nella trappola di un antivax veneto travestito da filosofo del diritto che ha dibattuto sulla libertà individuale, sparando comunque, senza essere minimamente contrastato, una serie di dati e informazioni volutamente sbagliate sulle coperture vaccinali, sugli interventi in corso di epidemie, ecc.

La mia reazione è stata che il linguaggio usato da Sofri nel 2004 è troppo aulico!

Meglio questo diagramma di flusso!

Sono certo che l’applicazione diffusa di questo diagramma è una pia illusione! Mi pare che viviamo in un periodo in cui chi urla di più impone le sue idiozie. Mao Tse Tung diceva: “Augura al tuo peggior nemico di vivere in tempi interessanti”! Il nostro è sicuramente un tempo interessante. O no?

On-e-stà, on-e-stà, on-e-stà, e … ca-pa-ci-tà no? @WRicciardi @drsilenzi @redhenry88

Crisi della politica, esondazione della magistratura (a proposito: la Costituzione più bella del mondo non prevede un ordine giudiziario e un potere legislativo e esecutivo?); e fra politici e magistrati gruppi di giornalisti organizzati in cosche che appoggiano ora gli uni ora gli altri, raccontando comunque frottole.

Se fossimo una nazione seria metteremmo un po’ d’ordine in casa nostra, fondandolo su competenza e verità. Benedetto Croce scriveva: ” L’ideale che canta nell’anima di tutti gli imbecilli e prende forma nelle non cantate prose delle loro invettive e declamazioni e utopie, è quello di una sorta di areopago, composto di onest’uomini, ai quali dovrebbero affidarsi gli affari del proprio paese”. Mi pare che l’imbecillità generale sia giunta a vette che pensavo inarrivabili: mi sbagliavo evidentemente!

Inoltre, con tutti questi onesti e puri che improvvisamente, e solo a parole, popolano il nostro paese mi è ritornata alla mente la celebre battuta di Pietro Nenni: “A fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura”.

Ne saprà qualcosa Marco Travaglio, se sono vere le ultime notizie http://roma.fanpage.it/che-rapporto-c-e-tra-raffaele-marra-e-marco-travaglio/ ?

Povera Italia! E poveri noi!

HTA in Italia: pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà

Il 24 ottobre scorso sono stato invitato da Giovanni Morana, dinamico direttore della radiologia dell’ospedale di Treviso, ad un convegno sul tema della TAC Dual Energy. Il programma prevedeva una parte dedicata a questa interessante tecnologia ancora in fase di sviluppo e ricerca e una dedicata all’HTA.

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L’incontro si è tenuto all’Ateneo Veneto, una fondazione istituita da Napoleone dopo il disfacimento della Serenissima Repubblica di Venezia, in uno splendido palazzo a fianco del Gran Teatro La Fenice.

Per un accidente della storia, il 9 ottobre 1996, nella stessa sede avevo organizzato un workshop, alla presenza dei politici e direttori generali della aziende sanitarie del tempo, dal titolo: “Razionamento o razionalizzazione dell’assistenza sanitaria – il ruolo dell’HTA”, starring Renaldo N. Battista al quale il collega direttore generale di Venezia (il compianto Carlo Crepas) aveva tributato gli onori che la Serenissima Repubblica tributava ai Capi di Stato e agli Ambasciatori in visita a Venezia: il corteo in barca lungo il Canal Grande.

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L’invito di Giovanni Morana ha suscitato in me due sentimenti: il piacere di discutere oggi con i clinici (italiani, stranieri e un brillante giovane collega italiano che lavora a Charleston, Carlo De Cecco) e i produttori di tecnologia i metodi e le opportunità offerte dall’HTA; l’amarezza di toccare con mano la lentezza con la quale in questi vent’anni l’HTA si è diffusa in Italia!

Quanta strada ancora da percorrere! Se smettessimo di buttarci a pesce sulle cose urgenti e ci occupassimo un po’ di più delle cose importanti (De Gaulle) …..!!!

Il XXI secolo non ci ha portato ancora superare lo storicismo gramsciano: “Tutti i più ridicoli fantasticatori che nei loro nascondigli di geni incompresi fanno scoperte strabilianti e definitive, si precipitano su ogni movimento nuovo persuasi di poter spacciare le loro fanfaluche. D’altronde ogni collasso porta con sé disordine intellettuale e morale. Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”. (Q28, III)

Anzi…..

 

A pediatrician gives vaccine advice to presidential candidates

A pediatrician gives vaccine advice to presidential candidates

 | CONDITIONS  

First, I’d like to thank you for taking the time to read this; I know you’re busy fund-raising and campaigning, so I’ll try to keep this brief. It’s recently become quite apparent that several of you have some misconceptions about our immunization program. That’s unfortunate for people who are seeking such a prominent position. I know science can be complicated, but public health is a pretty important topic. (It’s especially disappointing that the physicians among you don’t seem to fully understand this issue, but I suppose immunizations are outside your specific fields.)

Anyway, the following are a few brief facts about vaccines that I hope you will find useful in your next debate.

1. Vaccines do not cause autism. Numerous studies have demonstrated this, and a huge meta-analysis involving over 1.2 million children demonstrated that pretty clearly. Evidence doesn’t get any better than that.

2. The guy that started this whole autism/vaccine thing lost his license because of his fraudulent study, which has since been retracted.

3. “Too many, too soon” is not a thing. Children encounter many viruses and bacteria every day, and their immune systems are not overwhelmed. (And they don’t develop autism.)

4. Although a popular book about alternative vaccine schedules has been quite a hit, the guy that wrote it didn’t bother to prove that his schedule was effective or safer than the schedule developed by the most knowledgeable infectious disease experts in our great nation. He just made it up.

5. Spreading out immunizations has been shown not to reduce the risk of complications from vaccines. All it does is extend the time period during which children are at risk for these infections. And since the most significant risk of immunizations is driving to the office to get them, it creates some indirect risks as well.

6. While we obviously disagree about some of those points, I support your assertion that we shouldn’t bother immunizing against insignificant diseases. So I’ve narrowed the list down to the diseases that cause “death or crippling.” (The links are from the CDC, a government organization made up of people who know more than you do about infectious diseases. You should get to know them; they will work for one of you some day.)

7. Since you’re probably not familiar with the CDC vaccine schedule that you think people should avoid, I just listed every one of the vaccines it recommends. All of those diseases kill people. Fortunately, they don’t kill very many people anymore. (Because of vaccines.)

8. And since I know your world isn’t all about saving lives, vaccines save money, too. That might be a good talking point.

I could go into more details, and I’d be happy to speak to you personally if you’d like to hear more. In fact, there’s a huge network of pediatricians that would be happy to field the vaccine questions while you tend to your more important affairs. (We were actually going to talk to these families anyway, because their children are our patients.) But hopefully, this basic information has been enough to allow you to speak a little more intelligently about the topic–especially since one of you will be running our country.

But in the future, if you’re unsure about similarly complicated topics, please feel free admit your lack of knowledge and defer to the experts. That’s what real leaders do.

Chad Hayes is a pediatrician who blogs at his self-titled site, Chad Hayes, MD.

http://www.kevinmd.com/blog/2015/10/a-pediatrician-gives-vaccine-advice-to-presidential-candidates.html?utm_content=buffere6c81&utm_medium=social&utm_source=facebook.com&utm_campaign=buffer

 

Basta attenzione solo alla struttura, lavoriamo sul cambiamento dei sistemi organizzativi e della cultura

Sir Muir Gray ci ha offerto un (apparentemente) semplice schema di interpretazione dei servizi sanitari: ognuno di essi è caratterizzato da una struttura (istituzionale, giuridica, economica, geografica, fisica), da sistemi organizzativi (idealmente impostati per realizzare le finalità dei servizi sanitari), dalla cultura (generale, professionale, organizzativa).

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Dobbiamo riconoscere che in Italia, e in tutte le sue Regioni e Province autonome, l’unica modalità per introdurre un cambiamento dei servizi sanitari è quello di pensare a una riforma: cioè a un cambiamento della struttura (istituzionale, giuridica, economica, geografica, fisica). Nessuna attenzione, invece, viene dedicata alla necessità di cambiare i sistemi organizzativi e la cultura sottostante.

Il recente libro di Roberto Perotti (ex Commissario alla spending review) “Status quo” affronta il tema del “perché in Italia è così difficile cambiare le cose (e come cominciare a farlo)”.

Una frase, in particolare, mi ha colpito: “E’ proprio della mentalità giuridica attribuire importanza spropositata all’impianto istituzionale, compiacersi dell’eleganza formale e dell’equilibrismo di un compromesso, e immaginarsi che piccole variazioni a uno statuto possano portare benefici strutturali al paese. Se solo il mondo fosse così semplice…” (pag. 170).

Lavorare sui sistemi organizzativi e sui necessari cambiamenti culturali significherebbe “chinare la testa e lavorare” (R. Perotti, ibidem) sui problemi veri, sulla loro dimensione quantitativa e qualitativa, ipotizzare nuove soluzioni praticabili (socialmente e politicamente) e sostenibili (economicamente, professionalmente e culturalmente).

Certamente è più semplice fare una nuova legge, una nuova deliberazione, un nuovo atto aziendale pensando che un atto legislativo o amministrativo possano di per sé determinare il cambiamento.

Chissà se ce la faremo? Si dovrebbe cominciare smettendo di raccontarci bugie!

 

Terremoto e paradossi economici @WRicciardi @drsilenzi @redhenry88

Titolo su Milano Finanza: “Il paradosso del terremoto: le spese per la ricostruzione non incideranno sul deficit e daranno una mano al pil”. E’ l’articolo più interessante e utile pubblicato sui quotidiani. Il passaggio chiave è questo: “La contabilità della ricostruzione ha a che fare con le disposizioni del nuovo articolo 81 della Costituzione, in cui si prevede la deroga all’obbligo del pareggio di bilancio, facendo dunque ricorso all’ indebitamento, solo quando si debbano fronteggiare un ciclo economico o circostanze eccezionali. Tra queste ultime, sono espressamente considerate le gravi calamità naturali. Spetterà al Parlamento, con una conforme deliberazione di Camera e Senato assunta a maggioranza dei rispettivi componenti, dichiarare che si versa in una delle citate situazioni. Anche il Fiscal compact, ma in maniera più generica, considera due circostanze eccezionali che consentono di derogare all’ obbligo di pervenire al pareggio strutturale del bilancio: si tratta degli “eventi inconsueti non soggetti al controllo della parte contraente interessata che abbiano rilevanti ripercussioni sulla situazione finanziaria della pubblica amministrazione”, e quindi nel nostro caso delle gravi calamità naturali. La deviazione temporanea è ammessa, purché non comprometta la sostenibilità del bilancio a medio termine. Nel caso di gravi calamità si attiva la clausola di flessibilità che consente di peggiorare il deficit congiunturale, ma si deve trattare infatti di spese una tantum, che si esauriscono con la soluzione del problema insorto. Tutte le spese pubbliche e le sovvenzioni concesse ai privati a seguito di una calamità naturale concorrono a far aumentare il prodotto, dacché mobilitano risorse materiali e umane che altrimenti sarebbero rimaste inerti. A differenza di qualsiasi investimento, o altra spesa pubblica, di questi interventi non si tiene conto ai fini del rispetto degli obblighi costituzionali ed internazionali sul pareggio di bilancio. La considerazione è ancora più amara se si pensa che le spese edilizie volte alla messa in sicurezza a fini antisismici, sia che derivino da spese pubbliche dirette, sia che dipendano da detrazioni di imposta a favore dei privati che le effettuino, non hanno lo stesso trattamento di favore”. Sì, è un paradosso.

Mario Sechi, Il Foglio List, 25 agosto 2016

Popper: abbiamo il diritto di non tollerare gli intolleranti @WRicciardi @drsilenzi @redhenry88

Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro l’attacco degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti, e la tolleranza con essi. In questa formulazione io non implico, per esempio, che si debbano sempre sopprimere le manifestazioni delle filosofie intolleranti; finché possiamo contrastarle con argomentazioni razionali e farle tenere sotto controllo dall’opinione pubblica, la soppressione sarebbe certamente la meno saggia delle decisioni. Ma dobbiamo proclamare il diritto di sopprimerle, se necessario, anche con la forza; perché può facilmente avvenire che esse non siano disposte a incontrarci a livello dell’argomentazione razionale, ma pretendano di ripudiare ogni argomentazione; esse possono vietare ai loro seguaci di prestare ascolto all’argomentazione razionale, perché considerata ingannevole, e invitarli a rispondere agli argomenti con l’uso dei pugni e delle pistole. Noi dovremmo quindi proclamare, in nome della tolleranza, il diritto di non tollerare gli intolleranti.

Karl Popper: La società aperta e i suoi nemici

 

Può la Serenissima Repubblica di Venezia aiutarci a nominare “politicamente” direttori generali delle aziende sanitarie competenti? @WRicciardi @leadmedit @drsilenzi @redhenry88

Il recente convegno sulla corruzione in sanità ha riportato alla ribalta il problema delle nomine dei direttori generali delle aziende sanitarie, ritenute oggi troppo legate al potere discrezionale delle Regioni che non valuterebbero correttamente requisiti e competenze dei nominati, dando priorità all’affiliazione politica e alla nomina di yes men, semplici esecutori di desiderata politici più o meno leciti.

La lettura del libro di David van Reybrouck “Contro le elezioni: perché votare non è più democratico” mi suggerisce di proporre il metodo usato per una decina di secoli dalla Serenissima Repubblica di Venezia per “eleggere” il Doge. Si trattava di un sistema misto di sorteggio e di elezione, al fine di designare, comunque, una persona competente senza che la nomina fosse oggetto di liti anche cruente tra le famiglie nobili. Tutti i membri del Maggior Consiglio (oltre 500) scrivevano il loro nome e lo riponevano dentro una ballotta di legno (da cui deriva il termine ballottaggio); il più giovane consigliere si recava nella Basilica di San Marco dove chiamava il primo bambino tra gli otto e i dieci anni che incontrava; questo ballottino, innocente, estraeva 30 nomi che venivano ridotti a 9 con una seconda estrazione. I nove estratti, con una procedura di elezione a maggioranza (in realtà una cooptazione) allargavano il collegio elettorale a un totale di 40 persone. I 40 venivano ridotti per sorteggio a 12. Questa procedura di riduzione per sorteggio e d’incremento per elezione/cooptazione veniva ripetuta con lo stesso meccanismo fino al nono e penultimo “turno” dal quale si ottenevano 41 grandi elettori che si riunivano in conclave e eleggevano il Doge. L’intera procedura durava cinque giorni e si articolava in dieci fasi.

Potrebbe questo metodo essere utilmente usato per designare i direttori generali che devono gestire il servizio sanitario nazionale? Non vi è dubbio, a mio avviso, che i direttori generali, che amministrano ingenti risorse pubbliche, debbano essere nominati da chi risponde ai cittadini elettori. Per arrivare a una nomina “politica” che, tuttavia, assicuri la competenza dei nominati e sterilizzi gli effetti ritenuti negativi della attuale discrezionalità, si potrebbe costituire in ogni Regione un “Maggior Consiglio” composto da tutti i consiglieri regionali, da 20 consiglieri comunali estratti a sorte e (opzionale se si vuole coinvolgere il mondo professionale) da 10 rappresentanti delle professioni sanitarie (estratti a sorte dagli albi di ordini e collegi). Per sorteggio questi potrebbero essere ridotti a 31 persone, ulteriormente ridotti a 11 con una seconda estrazione. Questi, con un meccanismo di elezione/cooptazione, potrebbero coinvolgere altre persone fino a un massimo di 25. Proporrei di stabilire 5 turni di sorteggio (per ridurre il numero) e di elezione/cooptazione (per allargare il collegio). Al penultimo turno, si eleggono/cooptano 21 persone che si riuniscono e designano i direttori generali facendo riferimento all’elenco nazionale la cui istituzione è stata recentemente decisa dal Governo.

Naturalmente, l’intera procedura di sorteggio e di elezione/cooptazione dovrebbe essere attentamente supervisionata da un organismo di garanzia super partes: la storia ci insegna che, nel passato, le procedure pubbliche per l’estrazione dei commissari delle commissioni di concorso hanno mostrato poca trasparenza.

L’elenco nazionale dovrebbe, tuttavia, assicurare non solo il possesso di requisiti formali (laurea, anni di lavoro direzionale, ecc.), ma anche di standard di formazione di base, specialistica e continua e di competenze motivazionali, manageriali e di leadership senza le quali le nostre organizzazioni sanitarie non possono prosperare. Ma sul tema dell’elenco nazionale varrà la pena di offrire una riflessione a parte.

La procedura è solo apparentemente farraginosa: tutto si potrebbe risolvere in pochi giorni.

Questa riflessione potrebbe sembrare una provocazione. Se vogliamo lo è, ma in senso positivo: ha l’ambizione di suscitare una discussione che aiuti il sistema sanitario a selezionare i migliori, mantenendo la responsabilità della designazione in capo alla politica.

E’ solo un’idea preliminare che deve essere necessariamente affinata, discussa, criticata, sostituita magari da un’altra più brillante. Non affrontare il tema determina conseguenze negative sulla percezione che la pubblica opinione ha su chi gestisce ingenti risorse economiche e ha grandissime responsabilità nell’erogazione di servizi molto delicati per la vita stessa dei cittadini.

http://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/articolo.php?articolo_id=38656

 

Obama su Bush: “Un brav’uomo”. E’ questa la differenza tra noi e loro? @Medici_Manager

Il testo del discorso di Barack Obama in onore di George W. Bush, dove spiega perché lo stima (benché sia un ladro di dinosauri) http://bit.ly/Z9R7kT

Giovedì 25 aprile, tutti e cinque gli ultimi presidenti degli Stati Uniti (compreso l’attuale) si sono incontrati a Dallas in Texas, per l’inaugurazione della Presidential Library dedicata a George W. Bush. Durante la cerimonia di apertura, Barack Obama ha tenuto un discorso in onore del suo predecessore, raccontando il presidente – ma soprattutto l’uomo – che guidò il paese per otto anni.

Grazie, grazie molte. Prego, accomodatevi. Al presidente Bush e alla signora Bush; al presidente Clinton e alla ex Segretario di stato Clinton; al presidente George H. W. Bush e alla signora Bush; al presidente e alla signora Carter; agli attuali leader del mondo e a quelli che lo sono stati, e a tutti gli illustri ospiti qui oggi: Michelle e io siamo onorati di essere con voi in questa storica occasione. Questa è proprio una festa da texani. Ed è all’altezza di ciò che siamo venuti a fare qui oggi: rendere omaggio alla vita e all’eredità del 43esimo presidente degli Stati Uniti, George W. Bush.

Quando tutti gli ex presidenti sono riuniti insieme, è anche un giorno speciale per la democrazia. Siamo stati chiamati “il club più esclusivo del mondo”, e in effetti abbiamo un gran bel circolo. Ma la verità è che il nostro club è soprattutto un gruppo di sostegno. L’ultima volta che ci siamo visti è stato poco prima che iniziassi il mio primo mandato. E ne ho avuto bisogno. Perché come potrà dirvi ognuno di questi leader, anche se pensi di essere pronto a fare il presidente, è impossibile capire fino in fondo la natura di questo lavoro fino a quando non sarà diventato il tuo, fino a quando non sarai seduto alla scrivania.

È per questo motivo che ogni presidente impara sempre a nutrire una grande e crescente stima per tutti quelli che lo hanno preceduto; per i leader di entrambi i partiti che hanno affrontato per un periodo di tempo le sfide e l’enorme peso di una nazione sulle loro spalle. E per me, questa stima va molto al presidente Bush.

La prima cosa che ho trovato su quella scrivania quando ho iniziato il mio mandato fu una lettera di George, che mostrava la sua sensibilità e la sua generosità. Sapeva che avrei imparato ciò che lui aveva imparato: che essere presidente è prima di tutto un lavoro che ti rende umile. A volte fai degli errori. A volte vorresti portare indietro le lancette dell’orologio. Quello che so del presidente Bush, spero il mio successore possa dirlo anche per me: abbiamo amato questo paese e abbiamo fatto del nostro meglio.

In passato il presidente Bush ha detto che sarà impossibile giudicare la sua presidenza finché lui sarà ancora vivo. Quindi ciò che dico è forse un po’ prematuro. Ma anche adesso, ci sono alcune cose chiare che possiamo dare per certe.

Sappiamo del ragazzino che fu cresciuto da due genitori determinati e amorevoli a Midland, in Texas, e che ereditò – come è solito dire – “gli occhi del padre e la bocca della madre”. Il giovane ragazzo che una volta tornò a casa dopo una visita a un museo e che mostrò fiero a sua madre inorridita un piccolo fossile di dinosauro che si era messo di nascosto in tasca. Scommetto che fu una cosa accolta alla grande da Barbara. Sappiamo del giovane uomo che incontrò l’amore della sua vita a una festa, rinunciando ad andare a letto presto per restare a parlare con Laura Welch, intelligente e affascinante, fino a tarda notte.

Sappiamo del padre che ha cresciuto due notevoli, affettuose e bellissime figlie, anche quando cercarono di dissuaderlo dal fare il presidente dicendogli: “Papà, non sei poi così figo come credi di essere”. Signor presidente, ha la mia comprensione: è successo anche a me. E ora vediamo il presidente Bush da nonno, mentre inizia a viziare la sua nuova nipote.

Lo conosciamo così, l’uomo Bush. E quello che ha detto il presidente Clinton è assolutamente vero: conoscere l’uomo vuol dire apprezzarlo, perché è a proprio agio con se stesso. Sa chi è. Non ha pretese. Prende sul serio il suo lavoro, ma non si prende troppo sul serio. È un brav’uomo.

Ma sappiamo anche qualcosa su Bush come leader. Mentre percorriamo la biblioteca, è impossibile non ricordare la forza e la determinazione che attraversò quel megafono mentre lui stava tra le macerie e le rovine di Ground Zero, promettendo di consegnare alla giustizia coloro che avevano cercato di distruggere il nostro modo di vivere. Ricordiamo la sensibilità che mostrò guidando la lotta globale contro l’AIDS e la malaria, aiutando a salvare milioni di vite e ricordando alle persone di alcuni dei posti più poveri al mondo che all’America importa e che siamo lì per aiutarli.

Ricordiamo il suo impegno per trovare un punto di contatto con alleati insoliti come Ted Kennedy, perché credeva che fosse necessario riformare le nostre scuole in modo da aiutare tutti i bambini a imparare, non solo alcuni; perché credeva fosse necessario fare qualcosa per rimettere in sesto il sistema dell’immigrazione, che non funziona; perché credeva che questi passi avanti sono possibili solo quando c’è collaborazione.

Sette anni fa il presidente Bush avviò un’importante discussione politica parlando al popolo americano della nostra storia come una nazione di leggi e di immigrati. E anche se la riforma dell’immigrazione ha richiesto più tempo di quanto ognuno di noi si fosse aspettato, sono fiducioso che quest’anno – con l’aiuto del presidente della Camera Boehner, con alcuni senatori e membri del Congresso che sono qui oggi – riusciremo a portarla a conclusione, per le nostre famiglie, per la nostra economia, per la nostra sicurezza e per questo paese incredibile che amiamo. E se lo faremo, sarà in buona parte merito del duro lavoro del presidente George W. Bush.

Infine, un presidente ha il compito solenne e unico di servire come comandante in capo della più grande forza militare che il mondo abbia mai conosciuto. Come ha detto lo stesso presidente Bush: “L’America deve mantenere e manterrà la propria parola con gli uomini e le donne che le hanno dato così tanto”. Quindi, anche se noi americani a volte non siamo stati d’accordo con tutte le questioni di politica estera, condividiamo un profondo rispetto per gli uomini e le donne del nostro esercito e per le loro famiglie. E siamo uniti e determinati nel dare conforto alle famiglie di chi è morto e nel prenderci cura di chi indossa l’uniforme degli Stati Uniti.

Sul volo di ritorno dalla Russia, dopo avere discusso con Nikita Krusciov nel momento di massimo confronto della Guerra Fredda, il segretario di John Fitzgerald Kennedy trovò un piccolo pezzo di carta su cui il presidente aveva scritto una delle sue citazioni preferite: “So che c’è Dio. E vedo una tempesta avvicinarsi. Se Egli ha un posto per me, penso di essere pronto”.

Nessuno può essere completamente pronto per questo lavoro. Ma l’America ha bisogno di leader pronti ad affrontare la tempesta che sta arrivando, anche se pregano Dio per avere forza e lungimiranza così da poter fare ciò che ritengono giusto. Ed è ciò che hanno fatto i leader con cui condivido questo palco. È ciò che il presidente Bush scelse di fare. E questo è il motivo per cui sono onorato di fare parte di questa cerimonia.

Signor presidente, per il suo impegno, per il suo coraggio, per il suo senso dell’umorismo e, soprattutto, per il suo amore per questo paese, grazie. Da tutti i cittadini degli Stati Uniti, che Dio la benedica. E che Dio benedica questi Stati Uniti d’America.

Guida minima ai sistemi elettorali @Medici_Manager @wricciardi

Visto che tra poco si ricomincerà a parlarne, meglio arrivare preparati: come funzionano le cose in cinque paesi europei

Uno dei dibattiti più frequenti nella politica italiana è quello sulla legge elettorale. È così da circa trent’anni, ma in concreto dal 1946 al 1993 – i primi cinquant’anni della storia italiana – si è votato sempre con lo stesso sistema (poi vedremo quale). Dopo le ultime elezioni politiche, il tema è ritornato di attualità: subito dopo i risultati, si è cominciato a parlare di una nuova legge elettorale che sia in grado di garantire “la governabilità”: ovvero una solida maggioranza per i partiti vincitori delle elezioni alla Camera e al Senato.

L’Italia oggi ha una legge elettorale complicata, proporzionale con liste bloccate e vari sbarramenti nonché alcune correzioni maggioritarie, su tutte il grosso premio di maggioranza alla Camera. È stata definita Porcellum, a parole non la vuole nessuno, in pratica ci abbiamo già eletto tre parlamenti: chi volesse approfondire come funziona può leggere qui. Negli altri paesi e nella storia recente ci sono sistemi diversi, che esporremo con qualche esempio e con qualche distinzione iniziale, per arrivare preparati al prossimo, prevedibile dibattito. Un’unica premessa. I sistemi elettorali sono moltissimi e non ne esiste uno perfetto: ciascuno privilegia un aspetto piuttosto che un altro (la rappresentanza territoriale; la durata dei governi; la tutela delle minoranze) e la scelta tra l’uno e l’altro è una scelta delicata e senza garanzia di successo.

Iniziamo dalle basi
Il sistema elettorale è il modo con cui i voti espressi dagli elettori si traducono in rappresentanza parlamentare: cioè nel numero di parlamentari assegnati a ogni partito o coalizione politica. Cominciamo con la distinzione principale, quella tra sistema maggioritario e sistema proporzionale. Nella mappa qui sotto sono rappresentati i vari sistemi elettorali del mondo: in rosso i sistemi maggioritari, in blu quelli proporzionali.

Quello più semplice da riassumere è il proporzionale: in questo caso, la percentuale di parlamentari coincide più o meno con il numero di voti ricevuti alle elezioni. In Italia, tra il 1946 e il 1993, si è votato con un sistema proporzionale “puro” (tranne che nel 1953), che oggi è in vigore in alcuni paesi come Israele (ne abbiamo parlato più estesamente qui), Albania, Turchia e Brasile. L’attuale Porcellum è un sistema proporzionale corretto, perché di base assegna i parlamentari in base ai voti che hanno ricevuto, ma assegna anche un premio di maggioranza, cioè un numero fisso di parlamentari, alla coalizione che ottiene anche un solo voto più degli altri (la cosa complicata è che, in Italia, il premio alla Camera è nazionale, mentre al Senato si assegna regione per regione).

A questo punto introduciamo un altro elemento essenziale, e cioè i collegi o circoscrizioni elettorali. Queste sono le aree territoriali in cui viene diviso il paese ai fini della rappresentanza in parlamento: nei casi in cui per ogni area si elegga un solo parlamentare si parla di solito dicollegio, mentre se ne vengono eletti più di uno si parla di circoscrizione. La cosa più semplice è che ci sia una sola circoscrizione elettorale grande come tutto il paese (come in Israele); all’estremo c’è un numero di collegi uguale al numero dei parlamentari, come per le elezioni dei deputati in Regno Unito.

I sistemi maggioritari sono di diversi tipi. La cosa importante da notare è che “maggioritario” non ha alcun collegamento con la maggioranza in Parlamento. Significa invece che il principio del sistema è che chi prende anche solo un voto in più ottiene l’elezione (non la maggioranza!). Detta così è molto vaga, ma si spiega con un caso molto concreto (e frequente). Il maggioritario più frequente è quello dei collegi uninominali: in ogni collegio si elegge un solo parlamentare con un principio maggioritario. Vediamo ora le leggi elettorali di diversi paesi, che daranno l’occasione di spiegare qualche altro dato importante e qualche particolare in più dei diversi sistemi.

Germania
Per eleggere il Bundestag (almeno 598 seggi, ma il numero esatto è variabile) si utilizza un sistema piuttosto complicato. 299 sono eletti in collegi uninominali, a turno unico: il che vuol dire che chi prende un voto più degli altri viene eletto, il cosiddetto first-past-the-post (FPTP). Gli altri, almeno 299, sono eletti tra i partiti che hanno ottenuto almeno il 5 per cento dei voti a livello nazionale o almeno 3 parlamentari nei collegi uninominali, attraverso il sistema proporzionale. Quindi, in concreto, i tedeschi votano con due schede diverse: una per il loro rappresentante locale e una con le liste partitiche (per la parte proporzionale).

Francia
Il sistema elettorale francese per l’elezione dell’Assemblea Nazionale (577 membri) è un maggioritario in collegi uninominali a doppio turno. Dunque, la Francia è divisa in 577 collegi che eleggono un solo parlamentare. Veniamo alla cosa più importante e cioè il maggioritario a doppio turno: per essere eletti bisogna ottenere il 50 per cento + 1 dei voti nel collegio e anche un quarto dei voti degli aventi diritto.

Se nessun candidato ottiene la maggioranza assoluta si tiene un ballottaggio una settimana dopo il primo turno tra tutti i candidati che hanno ottenuto più del 12,5 per cento degli aventi diritto al voto: il che, vista la crescente astensione alle legislative, circa il 47 per cento nel 2012, significa percentuali di voti molto più alte. Di fatto, la stragrande maggioranza dei collegi va al ballottaggio e quasi sempre ci sono solo due contendenti. Per essere eletti al secondo turno basta prendere un voto in più dei contendenti.

Regno Unito
I 650 membri della Camera dei Comuni del Regno Unito sono eletti con il sistema del collegio uninominale a turno unico (i membri della Camera dei Lord, caso molto raro, sono invece nominati e non eletti, oppure ereditano il seggio). Chi prende più voti in ogni collegio viene eletto, senza nessuna quantità minima di voti richiesti; i collegi hanno una popolazione media di circa 60 mila persone. Sistemi come quello britannico sono usati anche in molte altre elezioni tra cui quella del Lok Sabha, la camera bassa del parlamento indiano e per l’elezione del Congresso degli Stati Uniti.

Spagna
I 350 membri del Congresso dei Deputati sono eletti con un sistema proporzionale, ma con un’importante correzione a livello provinciale. Infatti, ciascuna delle 50 province spagnole deve avere necessariamente almeno due deputati e quindi la divisione proporzionale dei voti si effettua solo su 250 parlamentari. La soglia di sbarramento è al 3 per cento. La legge elettorale ha subito solo leggere modifiche dal 1977, l’anno del ritorno del paese alla democrazia: la sua conseguenza principale è che le aree meno popolate della Spagna sono sovrarappresentate.

Grecia
La Grecia ha un sistema elettorale piuttosto simile a quello italiano: quindi, straordinariamente complicato. L’aspetto più importante è che c’è un premio di maggioranza di 50 parlamentari (il Parlamento greco ha una camera sola, che ha 300 membri) per il partito che ottiene più voti degli altri. Per il resto, come in Italia, il sistema è proporzionale: gli altri 250 seggi sono distribuiti con diverse complicazioni tra i partiti che superano la soglia di sbarramento del 3 per cento.

Foto: JUNG YEON-JE/AFP/Getty Images

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