Category Archives: Miscellanea

Ten Essential Skills for Doctors @Medici_Manager

Medical  Humour  http://on.fb.me/12km3Pu

We look at some of the essential skills a doctor would need to have a great career.

1.Verbal communication skills. A doctor needs to be able to speak clearly, hear well and observe patients to effectively diagnose their ailments.

2. Motor skills. Doctors need to have a high degree of hand-eye skills to be able to safely and effectively examine patients, use instruments like the stethoscope, otoscope and ophthalmoscope, as well as a wide range of diagnostic equipment. You’ll need to have motor skills appropriate to perform general and emergency medical care to patients.

3. Intellectual skills. As a doctor, you’ll need to be able to calculate, analyze in a timely fashion, and under sometimes stressful conditions.

4. Social skills. To effectively care for patients, doctors must be emotionally healthy, mature, sensitive and honest. You’ll need to have good judgment and compassion when diagnosing and treating patients.

5. Observational skills. To work effectively as a doctor, you’ll need to be able to observe patients so that you can assess and evaluate patients’ conditions.

6. Physical skills. Healthcare involves a lot of walking and standing, and you’ll sometimes be required to maneuver patients in or out of bed, into chairs, onto gurneys and even up off the floor.

7. Written skills. Doctors must be able to note patient information on charts, make notes about medications and patient behavior, leave notes for nurses, pharmacists and aides.

8. Computer skills. Your schooling will involve a certain degree of computer use in labs and when writing papers. In the profession, you’ll find that computers have become a common tool in health care, and you’ll need to feel comfortable updating patient information on computers.

9. Continuing education skills. You must be able to continually stay abreast of developments in your profession through conferences, classes, and journal reading.

10. Business skills. Whether you choose to practice in a hospital or a private setting, your ability to understand basic business procedures is essential.

Doctors are some of the most respected individuals in the world, and if you have the desire to become a part of this field and these skills, you’re well on your way to success.

Playground, Italy @Medici_Manager @helenbevan @pash22 @muirgray @WRicciardi

from   http://bit.ly/18uB6tj

Met a bunch of amazing Italian strangers in the northern region of Trentino, Italy who took me way up into the Italian alps to go hiking and mountain biking. People have been asking me to make a sports video, so thought it would be fun to try it out! A week of run and gun fun! I feel like I now have a second family deep in the mountains of Italy!

Thank you everyone who guided me through and took me in with welcoming smiles and giving me such a great adventure! Special thank you to Mikaela Bandini, Chiara De Pol, Paolo Pincelli, and Caspar Diederik.

And to all the bikers and hikers who took me way up into the mountains to show me the Italian way of life! You guys are truly an inspiration! I hope to be as cool as all of you someday, haha! 🙂

Shot and edited by Matty Brown (7D and Sony Vegas)
Music by awesome Icelandic band called PORNOPOP (Song is called “Centre”) Check them out! facebook.com/twolazytigers
Produced by Mikaela Bandini of Cant Forget Italy cantforget.it
Huge thank you to the region of Trentino, Italy for having me as a guest in your epic wonderland! visittrentino.it/en

Tarfusser, Corte penale internazionale: “Le toghe non vogliono la riforma della Giustizia” @Medici_Manager @WRicciardi

Un’intervista radiofonica da non perdere!!!!!

Ecco il podcast http://bit.ly/181BiGj

Top Ten Articles for Q1 2013-McKinsey Newsletter @Medici_Manager

Top ten articles

http://www.mckinseyquarterly.com/newsletters/topten/2013_Q1.html

Non chiedetevi cosa può fare il vostro paese per voi. Chiedetevi che cosa potete fare voi per il vostro paese JFK

http://on.fb.me/10s7H0g

Quei miti andati in frantumi @Medici_Manager @mariocalabresi

Lucida analisi di Calabresi su La Stampa

Tre certezze ci hanno guidato in questi ultimi anni dominati dal malgoverno e dalla corruzione, erano tre pilastri su cui abbiamo pensato fosse possibile costruire una politica nuova: prima di tutto il federalismo, con la dote della maggiore vicinanza degli eletti agli elettori che rende possibile un controllo più serrato, poi il ricambio generazionale, con l’ingresso di giovani e volti nuovi non compromessi, infine una nuova legge elettorale per restituire il potere di scelta ai cittadini, con l’auspicato ritorno delle preferenze.Gli scandali delle ultime settimane e, in particolare, quest’ultimo della Regione Lazio, sbriciolano queste certezze, mostrandoci come federalismo, giovani e preferenze non garantiscano di per sé alcuna redenzione del sistema se non preceduti da una riforma dei meccanismi della politica che metta al centro la trasparenza e il principio di responsabilità.Partiamo dal federalismo: senza controlli, senza procedure chiare e facilmente verificabili, sprechi e scandali proliferano al centro come in periferia, sono possibili nel Parlamento nazionale come in un Consiglio comunale.

Se non ci sono meccanismi di vigilanza e sanzioni immediate e certe non fa differenza che i centri decisionali siano accanto a casa nostra o a centinaia di chilometri di distanza. E i privilegi non abitano solo a Montecitorio ma possono essere anche locali, basti sapere che il caffè al bar interno del Consiglio regionale del Lazio costa solo 45 centesimi (un panino un euro…) contro gli 80 di Camera e Senato.

Allo stesso modo se il sistema permette di arricchirsi e di fare la bella vita con i soldi pubblici allora ne saranno attratti i furbi e i gaglioffi di ogni età. Avete guardato le biografie dei personaggi coinvolti nel banchetto laziale? È pieno di facce giovani e pulite, baldanzosi trentenni che hanno immediatamente preso il vizio di usare le tasse dei cittadini per pagare servizi fotografici, interviste televisive, automobili, pranzi e cene. Forse anche inebriati dalle cifre senza senso che vengono garantite ai consiglieri regionali (Francesco Fiorito, ormai famoso alle cronache come «er Batman di Anagni», ha spiegato ai magistrati di guadagnare 30 mila euro al mese sommando le indennità regionali, più di Napolitano e Monti messi insieme).

Essere giovani non significa necessariamente essere onesti e il ricambio generazionale ha un senso solo se la casa viene ripulita prima di dare ospitalità a nuovi occupanti e se questi mostrano di essere fatti di una pasta diversa. Per scoraggiare approfittatori e sciacalli in cerca di scorciatoie verso la ricchezza basterebbe ridurre drasticamente stipendi e indennità così da spingere in politica chi ha a cuore la cosa pubblica più di chi ha a cuore il proprio portafoglio.

Veniamo infine alla legge elettorale: Fiorito, così come l’esponente romano del Pdl Samuele Piccolo coinvolto in un altro scandalo di fatture false poche settimane fa, erano campioni assoluti delle preferenze, candidati capaci di accaparrarsene decine di migliaia proprio grazie ad un uso disinvolto dei fondi pubblici o a macchine elettorali costruite con metodi poco raccomandabili.

Vent’anni fa le preferenze vennero abolite, grazie a un referendum, proprio perché erano volàno di malaffare (oltre a far lievitare in modo astronomico i costi della politica), stiamo attenti oggi a non illuderci che rimetterle significhi eleggere i migliori. Ai cittadini va garantito il diritto di scelta ma questo si può ben fare anche con i collegi uninominali dove a sfidarsi sono i candidati dei vari partiti, auspicabilmente scelti con il meccanismo delle primarie.

Perché il sistema funzioni è però necessario che non solo i cittadini ma anche l’informazione svolga il suo ruolo di controllore, di «cane da guardia» del potere. Se però scopriamo che in molte realtà locali i politici hanno l’usanza di fare veri e propri contratti con le televisioni, versando migliaia di euro in cambio di interviste, allora si capisce che il meccanismo di controllo non esiste più.

Il ricambio italiano nasce da un’assunzione di responsabilità individuale che deve coinvolgere tutti, politici, giornalisti, insegnanti, imprenditori e semplici elettori, perché ognuno deve imparare a mettere davanti l’interesse generale, a pretendere senso di responsabilità ma anche a essere responsabile.

MARIO CALABRESI

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=10553&utm_source=Twitter&utm_medium=&utm_campaign=

Why health journalists need medical training @kevinmd @drsilenzi @derossire

by  | in PHYSICIAN http://www.kevinmd.com/blog/2012/08/health-journalists-medical-training.html

I recently followed a brief spat on Twitter between a journalist and a doctor.  It did not go further than a few irritable tweets, but I had to agree with the doctor’s point of view.

The journalist had written an article about the death of a South African shack fire victim, admitted to hospital with 100% burns, and the contrast in perceived care he received compared to that of a lesser burnt victim of the same fire who ultimately survived. A tragic story indeed, but one that repeats itself in principle on a daily basis all over the world where medical needs outweigh medical resources.

The merits of the case are particularly well discussed in the comments section – well worth a read, and especially those made by doctors themselves. I am not going to repeat them, except to say that I agree with them.

But I do want to know how well journalists should be expected to do their job when reporting incidents like this, because there are always many sides to a story, especially one with strong aspects of tragedy. Affected families’ emotions as expected run very high, and in contrast the last thing overworked doctors in an overcrowded facility can afford to be is too emotionally involved.

So where does a journalist’s responsibility lie in reporting the story accurately?  There are many different stories to be told here and in similar situations – of loss and grief, of thwarted hope, of frustration at inability of medical science to heal, of overburdened facilities and healthcare workers, of stark, brutal economic facts that coldly determine who lives and dies.

To do a medical story justice, without taking sides, requires that a journalist knows and understands the issues playing out here, or at the very least makes an attempt to understand them by speaking to people who do know.

The practice of medicine is complex, and when economic realities are added to the mix there is little room for doctors to be emotional, and yet vast opportunity for patients, family members and the journalists who tell their stories to be so.  For a story of tragedy, told with a sense of anger and injustice, is one that is likely to draw more attention and to sell more publications.  That’s unfortunately just the way we humans are.

A story like the one above blames the wrong people and avoids the real issues, which are beyond the control of any of the players themselves. Journalism like this does no one any favors, creating perceptions that are inaccurate, misleading and ultimately unfair.  An editor would not allow someone without financial background or training to write an article on economic strategy or finance, surely?  Why should medicine be any different?

Editors and writers of reputable publications should know that a medium with such broad reach and influence should be used more carefully and responsibly. As apparent “custodians of the truth,” they have an obligation to the public to do so.

Martin Young is an otolaryngologist in South Africa and founder and CEO of ConsentCare.

Tasse e Regioni: chi ci guadagna e chi ci perde

Quali sono le Regioni che spendono più di quanto raccolgono? E quali le più virtuose?
Scoprilo in questa infografica di Yahoo! e Linkiesta:

Tasse e regioni, chi ci guadagna e chi ci perde – Infografica

http://it.finance.yahoo.com/blog/linkiesta/tasse-e-regioni-chi-ci-guadagna-e-chi-130638563.html

L’astuzia veneziana del masterplan di Monti-Draghi per ora può salvare l’euro @drsilenzi @muirgray

The Telegraph il 6 agosto 2012, By 

So we enter the treacherous market month of August with Europe in limbo. The actors wait upon each other. World finance held hostage to a fiendishly complicated game of diplomatic chess.

The European Central bank will not move until Spain requests a full sovereign rescue from the EU bail-out fund (EFSF), and cedes yet more ground to EU commissars.

Spain in turn will not move until the ECB lays out the exact terms of any deal, and until the Teutonic bloc signals whether it intends to crush Spain into abject humiliation – a la Grecque – or seek a fraternal outcome.

Madrid has no bond auctions in August. It can in theory hold out until October, if it is willing to let contagion spread to the last redoubts of corporate solvency.

Global markets were surprised by Mario Draghi’s refusal to deliver instant ECB salvation last week. They should not have been.

We have known for weeks that the `Draghi Plan’ for mass purchases of Spanish and Italian bonds requires the political trigger of an EFSF bail-out, with supplicant states signing a “Memorandum”. The EFSF is the enforcer. The ECB is the cash cow. One unlocks the other.

The Bundesbank‘s Jens Weidmann is isolated. The Dutch and Finnish governors backed the Draghi plan. So did Germany’s member on the ECB’s executive board, Jörg Asmussen. The Kanzleramt has lost patience with the ideological preening of the Bundesbank.

Mr Draghi has secured a mandate for “unlimited open-market operations”, a far cry from the half-hearted and self-defeating bond purchases of the last two years. The ECB at last has a licence to act with overwhelming force, like the US Federal Reserve.

The Governing Council has formally stated that “convertibility risk” — ie, euro break-up risk — is playing havoc with monetary policy, pushing Club Med debt costs out of control.

The term is crucial. Italy and Spain are deemed victims of forces beyond their control. Action by the ECB no longer constitutes a “fiscal rescue”. The `no bail-out’ clause of the Maastricht Treaty has been elegantly finessed.

Markets may dislike the complexities of this. They should not misjudge the radical shift in policy that has occurred.

Italy’s premier Mario Monti — working in tandem with Mr Draghi — has worked assiduously on a parallel track, touring Nordic capitals collecting affidavits from hardline leaders. Each has grudgingly agreed that markets are unfairly punishing the victim states.

The two Italians have locked down every resister one by one. Whether you like it or not, the performance are masterful. Venetian diplomacy lives yet.

Mr Monti has left little doubt that Italy will activate the rescue machinery once his ducks are in a row, though it must rankle deeply. His country has a “primary surplus”, the best fiscal profile in the G7, and its second-lowest aggregate debt (260pc of GDP).

First he must persuade Spain’s Mariano Rajoy to commit a humiliating U-turn, request a bail-out, and fall on his sword.

Mr Rajoy has already shifted ground. A sovereign rescue was out of the question a week ago. By Friday he was haggling about the price. ” We don’t know exactly what is being planned. I want to know what these measures are. Then I will take the best decision in the interest of the Spanish people,” he said.

Hence the 6pc surge on Madrid’s bourse on Friday. Investors are already pricing in a bail-out, with the ECB bazooka that lies behind it.

Yet the Draghi plan can still go badly wrong. Much of North Europe’s political class clings to a warped narrative of what has gone wrong in EMU, attributing the crisis to fiscal debauchery and Latin failings. They misdirect their wrath. The enemy is the currency itself. It is a structural crisis, a misalignment of cycles and real interest rates, a sorry saga of unbridled capital flows.

Without rehearsing the tedious details of this debate, let us remember that Spain ran a budget surplus of 2pc of GDP during the Trichet bubble. Italy scores top of the IMF’s fiscal sustainability index, far above Germany, France, Holland, Britain, the US, and Japan.

It is the euro that is suffocating Italy and Spain. They have the wrong intra-EMU exchange rate, and no sovereign control over anti-cyclical policy levers. The debt crisis — a misnomer — is a sympton. The sooner they break free, the better, for them.

Nor is the Monti-Rajoy axis is not as weak as it looks. The Latins can inflict a deflationary shock and banking crisis on Germany at any time by walking out of EMU and imposing capital controls — as a chorus of leading economists now advocate — if provoked. Who really holds the aces in this game of poker?

As Mr Monti said in Helsinki, we will soon see a “eurosceptic government taking power in Italy” if the current farce goes on. The warning could hardly have been clearer.

But do they understand this in the Bundestag or the Tweede Kamer, or even want to understand? Or will they demand Carthaginian terms to placate their own electors before agreeing to any EFSF loan package? Will they push the great imperial capitals of Rome and Madrid one step too far? The bargaining is fraught with execution risk, as they say in Canary Wharf.

Just to be clear, I do not “support” the Draghi plan. It perpetuates a failed monetary union. The North-South gap was allowed — by errors on both sides — to go beyond the point of no return in those early years of complacency and triumphalism.

Perhaps it is theoretically possible for Spain to claw back lost ground by means of an “internal devaluation”, that is to say by driving unemployment towards 30pc until it breaks the back of labour resistance to pay cuts — though how you can pursue scorched-earth policies across Club Med for year after year without drawing north Europe into the fire is never answered.

But even if it could be done, it should not be done. It is a disgraceful policy. Nor is it morally or strategically desirable to hold the euro together. The EMU project is a covert assault on the historic nation states of Europe. Any attempt to save it by escalating to fiscal union is to eviscerate parliamentary democracy. There lies grave danger.

Yet it is churlish to deny that the two Marios have pulled off a feat of statecraft. They have wrested control of the ECB from Gold Standard zealots.

The ECB is preparing to act as a genuine lender-of-last-resort for the first time, once the EFSF trigger is activated. It may soon start to reverse the frightening monetary contraction that has bedevilled southern Europe for the last year.

Europe remains a political minefield, but the risk of a global deflationary slump has dropped a notch. Hats off to the Italians.

Una perfetta impudenza: l’Italia del “tutti innocenti”

ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA

Il Corriere della Sera 13 luglio 2012

Sosteneva Schopenhauer – un bilioso connazionale della signora Merkel vissuto circa un paio di secoli fa, al quale evidentemente non eravamo troppo simpatici – che tra tutti i popoli d’Europa gli Italiani rappresentavano l’esempio di «una perfetta impudenza». Esagerava, certamente. Ma resta il fatto che da un po’ di tempo chi vive in questo Paese non può fare a meno di chiedersi dove mai erano negli ultimi trent’anni gli attuali protagonisti della scena pubblica italiana, che cosa allora essi dicevano e facevano, addirittura se abbiano mai detto o fatto qualcosa. O forse, invece, erano ancora in troppo tenera età? O magari tutti all’estero e si occupavano d’altro?
Oggi, infatti, nessuno sembra essere stato responsabile di nulla. Una «perfetta impudenza», appunto. Debito pubblico cresciuto a livelli vertiginosi? Spesa pubblica oggetto di sprechi di ogni tipo e misura? Un’amministrazione di inefficienza conclamata? Le professioni preda del più turgido spirito corporativo? La lottizzazione partitica dominante dappertutto? Un welfare costruito a tutela dei più forti? Reti e servizi organizzati in forma oligo-monopolistica e sempre in danno del consumatore? Banche inefficienti e abituate ad angariare la clientela? Un’industria privata spesso variamente foraggiata a fondo perduto dallo Stato? Una giustizia di cui i cittadini diffidano? Carceri in condizioni orripilanti?

Sì, questo è il panorama vero e angoscioso dell’Italia di oggi. Ma è un panorama orfano di padri: per la parte che ciascuno vi ha avuto nel generarlo nessuno se ne vuole fare carico. Tutti innocenti. A cominciare dai partiti che fino a novembre dell’anno scorso hanno governato in ambito locale e nazionale. Quei partiti, quegli uomini e quelle donne, che per decenni hanno preso tutte le decisioni che oggi sappiamo sbagliate, quasi sempre senza preoccuparsi del domani ma solo del consenso dell’oggi; che hanno deliberato spese sconsiderate e hanno approvato leggi sempre più rivelatesi mal pensate e peggio ancora applicate. Per non dire dei sindacati, propugnatori abituali di vincoli rivelatisi soffocanti e, specialmente nel pubblico impiego, sostenitori di ope legis rovinosi, di mansionari e organici fuori dalla realtà, portatori di abiti ideologici implacabilmente ostili al merito, alla gerarchia, all’efficienza. Quei sindacati che per bocca di Susanna Camusso ancora oggi rivendicano come un merito indiscusso la prassi della concertazione «tra le parti», senza neppure un dubbio sulle evidenti conseguenze che una tale prassi ha avuto per decenni ai danni dell’interesse, non «delle parti», ma di quello generale, di cui deve pur essere garante il governo.

Mettiamoci pure, come è giusto, il sistema dell’informazione. Sì, troppo a lungo l’informazione indipendente si è mostrata eccessivamente indulgente verso il potere politico ed economico e i suoi rappresentanti. Non solo: troppo rispetto a priori anche verso i tabù culturalmente consacrati, verso l’autorità delle grandi corporazioni, verso tante discutibili pretese dei corpi dello Stato. Esattamente come la medesima indulgenza, il medesimo conformismo, però, ha avuto l’informazione ideologicamente orientata, ogni qual volta si è trattato di coprire le contraddizioni, le inadeguatezze o le vere e proprie magagne della propria parte.

C’eravamo, ci siamo stati tutti, insomma, nell’Italia degli ultimi trent’anni, se non sbaglio. E ognuno con la sua piccola o meno piccola parte di colpa; anche se oggi in molti fingono di esserselo dimenticato. Soprattutto c’erano, ci sono stati, gli Italiani (ha fatto bene Giuseppe Bedeschi ieri a ricordarlo). Gli Italiani: nella loro maggioranza implicati in mille modi – contro una minoranza di veri poveri e di senza diritti – nei meccanismi perversi che ci hanno portato alla drammatica condizione attuale: come elettori, come evasori fiscali, come finti invalidi o finti intestatari di quote latte, come viaggiatori a sbafo, come fruitori della spesa pubblica, di condoni edilizi, di pensioni d’anzianità, come membri di qualche piccola o grande corporazione di privilegiati. Più o meno i medesimi, c’è da giurarci, intenti a recitare oggi la parte dei superindignati contro la «casta».

È questo il massimo ostacolo che paralizza il Paese e gli impedisce di riprendere qualsiasi cammino, è la sua cattiva coscienza: l’oblio generalizzato e autoassolutorio della società nazionale in genere, e la mancanza della benché minima autocritica dei partiti maggiori, che di conseguenza li rende tutti non credibili nei loro propositi per il futuro, destinati quindi a suonare fastidiosamente patetici. L’Italia non potrà avere alcun futuro finché non riuscirà a disporre di una narrazione del passato che la renda consapevole degli sbagli trascorsi, delle loro cause e dei loro responsabili. Così come dopo la catastrofe della guerra potemmo risollevarci solo dopo esserci sforzati di capire gli aspetti oscuri della nostra storia che si riassumevano nell’errore del fascismo, allo stesso modo oggi andremo avanti solo se faremo i conti con la vicenda grigia e piena di difetti della nostra democrazia.

 

Critiche al decreto sulla spending review @chicago_blog

Un pungente Oscar Giannino su Chicago Blog. http://www.chicago-blog.it/2012/07/07/tagliaspese-lartitmetica-dice-no/?utm_source=twitterfeed&utm_medium=twitter . Chicago Blog, una lettura raccomandabile: attivate l’email alert o seguitelo su Tweetter o Facebook!

Ci sono tante cose buone e guste nel taglia spese? L’ho già scritto subito e anche qui ieri sera, certo che sì, a cominciare dai 295 uffici giudiziari in meno. a tante altre cose. Desidero però richiamare l’attenzione di tutti su un punto essenziale, almeno per me. E’ il primo punto di fondo. Per il quale se cambiate nome al provvedimento, alla va bene e c’intendiamo. Altrimenti no, ed è abile truffa verbale statalista. Or che abbiamo letto le tabelle riepilogative del decreto, sappiamo che la somma totale di tagli di spesa triennale  è pari a circa 26 miliardi. Ma di questi 26 miliardi, 22,76 vanno a copertura di nuova spesa. Il contenimento reale di spesa è dunque pari  a 3,2 miliardi IN TRE ANNI! Chiamiamolo cambia-spresa, non taglia-spesa, il decreto, e allora va bene. Plaudiamo al fatto che spendere meno in microuffici giudiziari e centralizzare procedure di procurement su piattraforme tecnologiche è cosa buona e giusta. Anche se la solita taglia sull’industria farmaceutica è una roba da selvaggi comunisti. Ma la spesa pubblica sarà TAGLIATA quando qualcuno la farà davvero SCENDERE per meno tasse A LAVORO E IMPRESA.  Altrimenti, lo Stato continuerà a dire che l’anno prossimo vi mette una nuova tassa, per coprire il cui gettito che serve a coprire spesa crescente ci sarà un governo che tecnico e illuminato che vi venderà come tagli alla spesa ciò cjhe serve ad evitare la tassa agguntiva, mm nel frattempo la spesa non scende affatto e le tasse restano da assassini. Non è di questo, che c’è bisogno. E se pensate che sia pregiudizio verso Monti o nostalgis di Berlusca, sbagliate due volte.

La spending review in 22 punti, brevi

Le cose da sapere sul decreto del governo per ridurre la spesa, dalla sanità alla scuola passando per gli uffici della pubblica amministrazione

Ottima iniziativa de Il Post http://www.ilpost.it/2012/07/06/spending-review/

6 luglio 2012
Dopo un lungo Consiglio dei ministri, ieri sera il governo Monti ha presentato il decreto legge sulla cosiddetta “spending review”, la riduzione della spesa nel settore pubblico. Il nuovo provvedimento, che è stato varato sotto forma di decreto legge, dovrebbe consentire un risparmio iniziale di 4,5 miliardi di euro per quest’anno. Salvo cambiamenti, ha spiegato il governo, nel 2013 il denaro risparmiato dovrebbe essere pari a circa 10,5 miliardi di euro. Le nuove risorse economiche ottenute con la “spending review” – cui ha principalmente lavorato il commissario per la razionalizzazione della spesa Enrico Bondi nominato dal governo a fine aprile – dovrebbero escludere l’aumento automatico dell’aliquota IVA dopo l’estate, evitando altre conseguenze pesanti sui consumi. Il denaro risparmiato sarà anche utilizzato per la copertura di altre 55mila persone in attesa di tutele previdenziali, i cosiddetti “esodati”.

Questa mattina, inoltre, un nuovo Consiglio dei ministri ha approvato il decreto legislativo di revisione delle circoscrizioni giudiziarie: in quel campo è stato previsto l’accorpamento di 37 tribunali e di 38 procure e la soppressione di 220 sezioni distaccate di tribunali.

Le soluzioni adottate dal governo per ridurre la spesa sono numerose e introducono importanti novità o provvedimenti attesi da tempo, e su cui si discute da anni. Abbiamo riassunto le cose più importanti da sapere per farsi un’idea sulle decisioni del Consiglio dei ministri.

1. Salvo non siano state trovate condizioni più vantaggiose, per la Pubblica Amministrazione sono validi solo i contratti attivati tramite Consip, la società che funziona come “centrale acquisti” del ministero dell’Economia. Il settore sanitario è escluso e ha un suo regolamento.

2. Nel caso dei contratti già in corso, le amministrazioni possono tirarsi indietro se i fornitori non adeguano le loro prestazioni alle migliori condizioni previste da Consip.

3. I ministeri applicano già da quest’anno sistemi di riduzione della spesa per quanto riguarda l’acquisto di beni e servizi.

4. La prevista riduzione del personale nella pubblica amministrazione non riguarda la scuola, la sicurezza, i soccorsi e la magistratura.

5. I ministeri dovranno ridurre del 20 per cento il numero dei dirigenti e del 10 per cento i dipendenti. È previsto anche l’obbligo di razionalizzare le risorse, riordinando le competenze ed eliminando le duplicazioni.

6. Per le Forze armate è prevista una riduzione degli organici di almeno il 10 per cento.

7. I dipendenti in eccesso della pubblica amministrazione potranno usufruire del prepensionamento, a patto di avere maturato i requisiti necessari prima che entrasse in vigore la riforma delle pensioni. In alternativa il dipendente potrà andare in mobilità per due anni con l’80 per cento dello stipendio e rimarrà senza impiego se non sarà stato collocato in un’altra amministrazione.

8. Per le auto della pubblica amministrazione (le cosiddette “auto blu”) è richiesta a partire dal 2013 una riduzione della spesa pari al 50 per cento rispetto a quanto si spendeva nel 2011. La regola non si applica o si applica con eccezioni per i mezzi di soccorso e di sicurezza.

9. I buoni pasto della pubblica amministrazione non potranno superare il valore di 7 euro per buono, anche per i dirigenti.

10. Il personale della pubblica amministrazione deve andare in ferie: non è possibile lavorarle in cambio di trattamenti economici ulteriori.

11. Fino al 2014 non sarà applicato l’aggiornamento dell’indice ISTAT per gli edifici in affitto della pubblica amministrazione, il locatore avrà la facoltà di recedere dal contratto. È inoltre prevista la rinegoziazione dei contratti per ottenere una riduzione del 15 per cento sull’affitto.

12. Gli spazi usati come uffici dalle amministrazioni saranno ridotti: in quelli nuovi sono previsti tra i 12 e i 20 metri quadrati per addetto, in quelli vecchi tra i 20 e i 25 metri quadrati. Saranno anche ridotti gli spazi per gli archivi.

13. Sarà accelerato il sistema per la vendita degli appartamenti di servizio di proprietà dell’Esercito.

14. I consigli di amministrazione delle società a totale controllo pubblico dovranno avere solo tre membri, e due di questi dovranno essere dipendenti dell’amministrazione che detiene la partecipazione nell’azienda (o della società controllante in caso di partecipazione indiretta). Dal 2014 la pubblica amministrazione dovrà procedere all’acquisto di beni e servizi sul mercato tramite sistemi che tutelino la concorrenza, come previsto nel “Codice appalti”.

15. Per ministeri ed enti statali ci sono tagli per 1,5 miliardi quest’anno e per 3 miliardi nel 2013.

16. Sono soppressi numerosi enti e fondazioni, le cui competenze saranno nuovamente trasferite ai ministeri.

17. I trasferimenti dello Stato alle Regioni si riducono di 700 milioni di euro quest’anno e di 1 miliardo di euro nel 2013, fatta eccezione per le risorse necessarie per la sanità.

18. La riduzione delle province è prevista, sulla base della dimensione territoriale e del numero di abitanti, ma sarà affrontata con un provvedimento a parte entro dieci giorni dall’entrata in vigore del decreto sulla spesa. Qui trovate quello che c’è da sapere sull’eterna questione.

19. Le scuole avranno un sistema di tesoreria unica per tutte le risorse finanziarie depositate fino a ora nelle banche private. Il personale docente impiegato nelle scuole italiane all’estero sarà ridotto e razionalizzato. Il trasferimento di 23 milioni di euro alle Regioni eliminerà il problema del costo delle visite fiscali per le scuole. Il Corriere della Sera ha riassunto qualche altra misura economica che riguarda la scuola e sarebbe contenuta nel decreto (il cui testo integrale non è stato ancora reso pubblico), oltre ad alcuni annunci del ministro Profumo su diverse innovazioni tecnologiche nel settore per il futuro.

20. Le università non statali ricevono 10 milioni di euro, la metà di quanto stanziato in passato. Sono previsti 90 milioni di euro in più per il diritto allo studio. 103 milioni di euro sono stanziati per i libri gratuiti nella scuola secondaria di primo grado (le medie, alle elementari ci pensano già i Comuni).

21. I contratti di fornitura nella sanità saranno ridotti del 5 per cento, per quelli già in corso le aziende sanitarie potranno tirarsi indietro nel caso in cui i prezzi applicati siano più alti del 20 per cento rispetto a quelli di riferimento. Sempre in ambito sanitario, il Corriere della Sera (che ha pubblicato una bozza non definitiva del testo integrale del decreto) ha scritto che verranno ridotti gli organici degli ospedali e tagliati alcuni posti letto, stimati in 18-20 mila: i tagli, a cura delle regioni, verrebbero fatti tramite l’abolizione di primariati ritenuti inutili o ridondanti rispetto alle strutture già esistenti negli stessi ospedali.

22. Lo sconto obbligatorio applicato per la sanità pubblica aumenta già quest’anno: le farmacie dovranno applicarne uno pari al 3,85 per cento (prima era 1,82 per cento) e le aziende farmaceutiche sconteranno del 6,5 per cento (prima era 1,83 per cento).

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Wonderful interactive graphic of causes of death in US 1910-2010, NEJM

Perspective

200th Anniversary Article

The Burden of Disease and the Changing Task of Medicine

David S. Jones, M.D., Ph.D., Scott H. Podolsky, M.D., and Jeremy A. Greene, M.D., Ph.D.

N Engl J Med 2012; 366:2333-2338 June 21, 2012

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Top 10 Causes of Death in the United States, 1900–2010.

Top 10 Causes of Death in the United States, 1900–2010.

At first glance, the inaugural 1812 issue of the New England Journal of Medicine and Surgery, and the Collateral Branches of Science seems reassuringly familiar: a review of angina pectoris, articles on infant diarrhea and burns. The apparent similarity to today’s Journal, however, obscures a fundamental discontinuity (1812a, b, c; see Historical JournalArticles Cited). Disease has changed since 1812. People have different diseases, doctors hold different ideas about those diseases, and diseases carry different meanings in society. To understand the material and conceptual transformations of disease over the past 200 years, one must explore the incontrovertibly social nature of disease.

Disease is always generated, experienced, defined, and ameliorated within a social world. Patients need notions of disease that explicate their suffering. Doctors need theories of etiology and pathophysiology that account for the burden of disease and inform therapeutic practice. Policymakers need realistic understandings of determinants of disease and medicine’s impact in order to design systems that foster health. The history of disease offers crucial insights into the intersections of these interests and the ways they can inform medical practice and health policy.

EPIDEMIOLOGIC TRANSITIONS

In addition to angina, diarrhea, and burns, early Journal issues examined gunshot wounds, spina bifida, tetralogy of Fallot, diabetes, hernia, epilepsy, osteomyelitis, syphilis, cancer, croup, asthma, rabies, and urethral stones. Although some case reports describe patients who might walk into a clinic today, others are nearly unrecognizable. Apoplexy, a syndrome of fainting spells that might mean stroke, seizure, or syncope today, was understood to arise from a “nervous sympathy” by which the stomach influenced the head (1812d). Doctors agreed that even a near miss by a cannonball — without contact — could shatter bones, blind people, or even kill them (1812f). Reports of spontaneous combustion, especially of “brandy-drinking men and women,” received serious, if skeptical, consideration (1812g). And physicians were obsessed with fevers — puerperal, petechial, catarrhal, and even an outbreak of “spotted fever” in which some patients were neither spotted nor febrile (1812e). The bill of mortality from1811 (seefigureCauses of Death in 1811. Abstract of the Bill of Mortality for the Town of Boston.) contains both the familiar and the exotic (1812h). Consumption, diarrhea, and pneumonia dominated the mortality data, but teething, worms, and drinking cold water apparently killed as well.

A century later, the infections that filled the Journal had been redefined according to specific microbial causes. The Journal ran reviews of tuberculosis (1912b), gonorrhea (1912e), and syphilis (1912i). Diphtheria, measles, pneumonia, scarlet fever, and typhoid made frequent cameos, and Massachusetts still maintained a leper colony on Penikese Island (1912d). Tropical infections also fascinated authors, whether worms in immigrants or outbreaks of plague, yellow fever, and malaria in the nation’s new tropical empire.

Doctors in 1912 did have some reasons to celebrate. By any account, the previous year had been “the healthiest of which there is any record” (1912a). Nearly every Journalissue that year mentioned another centenarian, and coverage of the “overwhelming success” of U.S. athletes at the Stockholm Olympics celebrated American racial vigor (1912f). One editorial, describing progress made since the Journal‘s early years, rhapsodized about what another century of medical discovery might bring: “Perhaps in 1993, when all the preventable diseases have been eradicated, when the nature and cure of cancer have been discovered, and when eugenics has superseded evolution in the elimination of the unfit, our successors will look back at these pages with an even greater measure of superiority” (1912c).

Such paeans to progress, however, were accompanied by fear of the diseases of modernization. One article described a new problem, “automobile knee,” and decried the prevalence of “persons of extremely indolent habits of life” who no longer walked more “than the few steps that are needed from the chamber to the elevator, from the elevator to the dining-room, or lounging-room, and then to the automobile” (1912j). Long-standing concern about epilepsy, alcoholism, and feeblemindedness took on new relevance in a society increasingly preoccupied by fears of race suicide and the promise of eugenics (1912g, 1912h). Doctors struggled with cancer, eclampsia, impotence, heart disease (chiefly infectious or valvular rather than atherosclerotic), and arthritis.

During the 20th century, heart disease, cancer, and other chronic conditions assumed more dominant roles (see bar graph

Top 10 Causes of Death: 1900 vs. 2010.), although outbreaks of infectious disease — from eastern equine encephalitis (1938) and kuru (1957) to legionnaires’ disease (1977), AIDS (1981), and multidrug-resistant tuberculosis (1993) — necessitated ongoing vigilance against microbes. New concerns also came to medical attention, from the terrifying consequences of thermonuclear war (1962) to the indolent but devastating effects of environmental pollution (1966) and climate change (1989). Optimism about prospects for the health of future populations persisted but remained tempered by concern about the pathologies of civilization. An obesity epidemic, feared in 1912, has come to pass. Our previously steady increase in life expectancy has stalled and may even be reversed (2005).

DEFINITIONS AND CONSEQUENCES

The material and conceptual dynamism of disease poses challenges: how do we define disease meaningfully, and how do we measure our burden of disease and set health policy priorities? These are deceptively simple questions. The definition of disease inMerriam-Webster’s Medical Dictionary as “an impairment of the normal state of the living animal or plant body” raises questions: What is normal? What is impaired? We cannot answer by referencing biology alone: the line between the normal and the pathological requires value judgments. As physicians know, not every symptom constitutes a disease. Nor, as anthropologists have shown, is it feasible simply to contrast “disease,” as diagnosed by doctors, with “illness,” as experienced by patients.1 As contemporary disputes over the definitions of alcoholism, chronic fatigue syndrome, and attention-deficit disorder make clear, physicians are never the sole arbiters of disease.

Any responsible attempt to define disease must account for the phenomenon’s complexity. A disease has characteristic signs and symptoms, afflicts particular groups of people, and follows a characteristic course. Doctors name diseases and work to identify their causes and develop ways to prevent and treat them. But patients also ascribe meaning to their suffering and assign responsibility for what went wrong.2 And diseases have utility, with concrete consequences for patients, doctors, and their institutions.3 They mediate patients’ claims to the sick role and adjudicate access to health care resources. Disease definitions structure the practice of health care, its reimbursement systems, and our debates about health policies and priorities. These political and economic stakes explain the fierce debates that erupt over the definition of such conditions as chronic fatigue syndrome and Gulf War syndrome. Disease is a deeply social process. Its distribution lays bare society’s structures of wealth and power, and the responses it elicits illuminate strongly held values.4

The complexities and consequences of disease extend to its measurement. Even after a disease has been clearly defined, measuring its frequency, intensity, and relevance is not simple. Since the 17th century, polities have compiled causes of death into annual bills of mortality. Successive generations of demographers and epidemiologists have transformed such statistics into age-adjusted measures of disease-specific mortality and developed measures of morbidity and of the impact disease has on people’s ability to lead meaningful, productive lives. But such measures, including disability- and quality-adjusted life-years, reduce the complex experience of disease to a single coefficient.

A population’s disease status can also be gauged by lists of common diagnoses at clinics or hospitals, but no single measure definitively characterizes a population’s burden of disease. Choosing among metrics is as much about values and priorities as about science, and it directly affects health policy. Whereas advocates of clinical and research funding for cardiovascular disease might use mortality data to support their claims, mental health advocates can cite morbidity measures in seeking greater resources. Data on causes of childhood mortality would justify certain priorities; analyses of health care spending would justify others. An ideal, sophisticated health policy would integrate all measures to form a holistic map of the burden of disease, but in practice competing interests use different representations of disease burden to recommend particular policies.

ACCOUNTING FOR THE BURDEN OF DISEASE

Regardless of the metric chosen, any map of the burden of disease exposes disparities within and among populations. Two aspects of the burden of disease have remained particularly vexing: changes over time in the prevailing diseases and the persistence of health inequalities.

By examining the many new diseases that have appeared over the past two centuries, historians have categorized the ways in which diseases emerge. New causes (e.g., severe acute respiratory syndrome, motor vehicle accidents, radiation poisoning), new behaviors (cigarette smoking, intravenous drug use), and even the consequences of new therapies (insulin transforming the course and manifestations of diabetes) can produce new diseases. Changing environmental and social conditions can increase the prevalence of once-obscure ailments (myocardial infarction, lung cancer, kuru, and “mad cow” disease). New diagnostic technologies and therapeutic capacity can unmask previously unrecognized conditions (hypertension). New diagnostic criteria can expand a disease’s boundaries (hypercholesterolemia, depression). Changing social mores can redefine what is or is not a disease (homosexuality, alcoholism, masturbation). New diseases can emerge as the result of conscious advocacy by interested parties (chronic fatigue syndrome, sick building syndrome). HIV–AIDS alone demonstrates many of these modes of emergence. The emergence, recognition, and impact of disease are never just a bioscientific process; the advent of a new disease always involves social, economic, and political processes that shape its epidemiology and influence our understanding and response.

The interaction between the biologic and the social is equally apparent in the decline of a disease. Cannonball injuries, a frequent cause of concern in 1812, disappeared from theJournal, only to be replaced by a new and more terrible litany of war-related injuries. Neurasthenia, a widespread phenomenon of depleted nervous energy in the late 19th century, has disappeared, but traces of it have remained recognizable in other diagnoses throughout the past century. In some cases, a disease’s decline clearly resulted from medical action. Immunizations eradicated smallpox and may someday eradicate polio. Genetic screening has led to dramatic reductions in Tay–Sachs disease, thalassemia, and familial dysautonomia (2009). But often the potential for eradication has been incompletely realized — witness the continued prevalence of AIDS and tuberculosis in low-income countries and of atherosclerotic heart disease globally.

Even as prevailing diseases have changed, health disparities have endured. Inequalities in health status have always existed, regardless of how health has been measured or populations defined. When Europeans arrived in the Americas, they witnessed stark disparities in the fates of European, American, and African populations. During the ravages of 19th-century industrialization, physicians grew familiar with health disparities between rich and poor. Health inequalities remain ubiquitous, not just among races and ethnic groups but also according to geography, sex, educational level, occupation, income, and other gradients of wealth and power.5

The persistence of health inequalities challenges our scientific knowledge and political will. Can we explain them and alleviate them? Genetic variations don’t explain why mortality rates double as you cross Boston Harbor from Back Bay to Charlestown or walk up Fifth Avenue from midtown Manhattan into Harlem. Nor do they explain why Asian-American women in Bergen County, New Jersey, live 50% longer than Native American men in South Dakota.6 Although we know something about the relationships among poverty, stress, allostatic load, and the hypothalamic–pituitary–adrenal axis, doctors and epidemiologists need more precise models that sketch in the steps between social exposure, disease, and death.

Accounting for the history of disease also requires us to examine why some disparities in disease are seen as proof of a natural order while others are considered evidence of injustice. The 4.3-year life-expectancy gap between blacks and whites in the United States provokes outrage, but the 4.9-year gap between men and women does not. It is tempting to assume that differences between the sexes are natural and those between races are not. But a 19th-century Journal reader might be skeptical of this explanation: men then lived at least as long as women. The survival advantage of women that appeared in the 20th century owed as much to changes in childbearing, improvements in obstetrical practice, and a new epidemic of heart disease disproportionally affecting men as to differences between the X and Y chromosomes. Disparities in health and disease are outcomes that are contingent on the ways society structures the lives and risks of individuals.

Recognition of the contingency of health inequalities should make them a target for intervention, yet the opposite has frequently happened: the ill health of impoverished or marginalized groups has been used against them — as evidence of their inferiority or as an argument that they’re unworthy of assistance. In the late 19th and early 20th centuries such sentiments produced government policies with tragic outcomes for blacks and Native Americans. They may underlie current policies that would limit health care access for mentally ill, impoverished, and immigrant populations.

THE ROLES OF MEDICINE

Medical practice and health policy rely on the assumption that the solution to the problem of disease is to be found in physicians and their therapies. Physicians tend to credit biomedical science with 20th-century improvements in health and longevity. The history, however, is complex and contested.

For example, after Robert Koch’s 1882 discovery of Mycobacterium tuberculosis and the advent of antibiotics in the 1940s, physicians claimed responsibility for the decline of tuberculosis in Europe and North America. But closer examination revealed that this decline had begun before Koch’s discovery and had substantially run its course before effective antibiotics became available. Medicine’s critics instead credited improvements in the standard of living, especially diet. A similar debate has emerged about coronary artery disease. Heart disease, like tuberculosis, followed a century-long epidemic wave, peaking in the United States in the 1960s before beginning 50 years of decline. Researchers have struggled to determine how much credit should be given to health care providers and how much to risk-factor reduction (2007). This debate has now been complicated by recent increases in coronary disease elsewhere, notably Russia and China, and by signs of a plateau and possible reversal of decline in the United States, Australia, and Western Europe (2005). The stakes of this debate are substantial, with implications for the allocation of contested health care resources.

Is there a best health policy? Our goal should be an integrated policy under which health care and public health programs together fully address the disease burden. But the details depend on how we conceptualize and measure disease. And disease is never static. Just as organisms evolve to keep up with changing environmental conditions (the “Red Queen Effect”), medicine struggles to keep up with the changing burden of disease. Since therapeutic innovation takes time, the burden shifts even as solutions appear. By the time antibiotics and vaccines began combating infectious diseases, mortality had shifted toward heart disease, cancer, and stroke. Great progress has been made to meet these challenges, but the burden of disease will surely shift again. We already face an increasing burden of neuropsychiatric disease for which satisfying treatments do not yet exist.

In many respects, our medical systems are best suited to diseases of the past, not those of the present or future. We must continue to adapt health systems and health policy as the burden of disease evolves. But we must also do more. Diseases can never be reduced to molecular pathways, mere technical problems requiring treatments or cures. Disease is a complex domain of human experience, involving explanation, expectation, and meaning. Doctors must acknowledge this complexity and formulate theories, practices, and systems that fully address the breadth and subtlety of disease.

HISTORICAL JOURNAL ARTICLES CITED.

New England Journal of Medicine

1938. Fothergill LD, Dingle JH, Farber S, Connerley ML. Human encephalitis caused by the virus of the eastern variety of equine encephalomyelitis. 219:411.
1957. Gajdusek DC, Zigas V. Degenerative disease of the central nervous system in New Guinea: the endemic occurrence of ‘kuru’ in the native population. 257:974-8.
1962. Ervin FR, Glazier JB, Aronow S, et al. Human and ecologic effects in Massachusetts of an assumed thermonuclear attack on the United States. 266:1127-37.
1966. Man and his environment. 275:788.
1977. Fraser DW, Tsai TR, Orenstein W, et al. Legionnaires’ disease: description of an epidemic of pneumonia. 297:1189-97.
1981. Durack DT. Opportunistic infections and Kaposi’s sarcoma in homosexual men. 305: 1465-7.
1989. Leaf A. Potential health effects of global climatic and environmental changes. 321:1577-83.
1993. Frieden TR, Sterling T, Pablos-Mendez A, et al. The emergence of drug-resistant tuberculosis in New York City. 328:521-6.
2005. Olshansky SJ, Passaro DJ, Hershow RC, et al. A potential decline in life expectancy in the United States in the 21st century. 352:1138-45.
2007. Ford ES, Ajani UA, Croft JB, et al. Explaining the decrease in U.S. deaths from coronary disease, 1980–2000. 356:2388-98.
2009. Lerner BH. When diseases disappear — the case of familial dysautonomia. 361:1622-5.

Disclosure forms provided by the authors are available with the full text of this article at NEJM.org.

SOURCE INFORMATION

From the Department of Global Health and Social Medicine, Harvard Medical School (D.S.J., S.H.P., J.A.G.); the Center for the History of Medicine, Countway Library of Medicine (S.H.P.); and the Division of Pharmacoepidemiology and Pharmacoeconomics, Brigham and Women’s Hospital (J.A.G.) — all in Boston; and the Department of the History of Science, Harvard University, Cambridge, MA (D.S.J., J.A.G.).

L’Italia in 20 numeri

L’Istituto nazionale di statistica (ISTAT) ha pubblicato i primi risultati del quindicesimo censimento della popolazione e delle abitazioni, realizzato nel corso del 2011 con la collaborazione – volenti o nolenti – di tutti noi. I numeri, più di tutto, mostrano con efficacia quanti siamo e dove siamo in Italia e i cambiamenti legati alla popolazione che si sono verificati in oltre 150 anni di unione. I dati definitivi, con qualche aggiustamento e nuove analisti statistiche, saranno diffusi nei prossimi mesi e completeranno la fotografia scattata idealmente a tutti noi insieme il 9 ottobre del 2011.

– 59.464.644 sono le persone che vivono in Italia;

– 28.750.942 i maschi;

– 30.713.702 le femmine;

– in media ci sono 52 donne ogni 100 abitanti;

– 2.612.068 è il numero di abitanti di Roma, il comune più popoloso d’Italia;

– 30 è il numero di residenti di Pedesina (Sondrio), il comune meno popoloso d’Italia;

– 12.311,7 è il numero di abitanti per chilometro quadrato di Portici (Napoli), il comune più densamente popolato;

– 0,2 chilometri quadrati è l’estensione di Fiera di Primiero (Trento), il comune meno esteso d’Italia;

– 1.307,7 chilometri quadrati è l’estensione del comune più esteso: Roma;

– il 46 per cento dei cittadini vive al Nord, il 19 per cento al Centro e il 35 per cento al Sud e nelle isole;

– 70 è la percentuale di comuni con popolazione inferiore ai cinquemila abitanti;

– 2.468.900 è il numero di persone in più censite rispetto al 2001, l’anno del precedente censimento;

– 22 milioni era il numero di persone che viveva in Italia secondo il primo censimento del 1861: in 150 anni la popolazione è quasi triplicata;

– 3.769.518 sono le persone straniere che vivono abitualmente in Italia, sono quasi tre volte il numero registrato dieci anni fa;

– 2,4 è il numero di componenti in media di una famiglia italiana;

– 6,34 per cento è l’incidenza di stranieri sul totale della popolazione;

– 28.863.604 sono le abitazioni presenti in Italia;

– 14.176.371 il numero di edifici;

– 71.101 persone dichiarano di vivere in tende, roulotte o baracche, nel 2001 erano poco più di 23mila;

– 9.607.577 sono i numeri civici in Italia.