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Bruno Paccagnella: un ricordo

Il 12 gennaio 2017, all’età di 93 anni, è morto il Prof. Bruno Paccagnella, ordinario di Igiene e, successivamente, di Medicina di Comunità nelle Università di Ferrara e Padova.

Nel 1998, in occasione del suo definitivo ritiro dall’Università, un gruppo di amici, colleghi ed allievi aveva organizzato la pubblicazione di un Opus honorarium a lui dedicato.

Si trattava di un volume in cui erano stati raccolti 34 contributi, appositamente scritti per l’occasione da 57 Autori nazionali ed internazionali, sui temi da lui trattati nel corso della sua intensa attività scientifica: la medicina di comunità, l’epidemiologia, l’organizzazione sanitaria, l’igiene dell’ambiente, la formazione dei professionisti sanitari, l’educazione sanitaria e la promozione della salute, ecc.

Considerando, in particolare, l’interesse di Bruno Paccagnella per la promozione della salute, tali contributi erano stati ordinati seguendo le cinque azioni strategiche per la promozione della salute, delineate dalla Carta di Ottawa: costruire una politica pubblica per la salute, creare ambienti favorevoli, dare forza all’azione della comunità, sviluppare le abilità personali, riorientare i servizi sanitari.

Dall’Opus honorarium riporto in questa sede il curriculum vitae.

Bruno Paccagnella nacque a Padova il 20 agosto 1923; si laureò nell’Università di Padova l’11 luglio 1947 con una tesi sperimentale, successivamente pubblicata.

Durante il corso di laurea frequentò, come allievo interno, l’Istituto di Zoologia ed Anatomia Comparata dal 1941 al 1944 e la Clinica Medica dal 1945 al 1947, iniziando la sua produzione scientifica su temi biologici e sperimentali, tra i quali il poliploidismo delle cellule epatiche, la biologia degli storioni del bacino del Po, il potere opsonico del sangue in corso di malattie infettive.

Assistente volontario nella Clinica Neurologica e nella Clinica Medica dell’Università di Padova, introdusse la terapia medica dell’ascesso polmonare mediante cateterismo endobronchiale e sperimentò il trattamento farmacologico del piccolo male epilettico. Ottenne nel 1949 l’incarico di assistente nell’Istituto di Igiene, diretto dal prof. M. Dechigi; la posizione di assistente di ruolo a seguito di pubblico concorso nel 1951; e quella di aiuto nel 1954, posizione che mantenne fino alla chiamata della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Ferrara come Professore Straordinario di Igiene, dopo essersi classificato al primo posto della terna nel concorso bandito dalla stessa Università.

Nel 1954 conseguì l’abilitazione alla Libera Docenza sia in Igiene che in Microbiologia.

L’Università degli Studi di Ferrara gli affidò l’incarico di insegnamento di Igiene e la direzione del relativo Istituto dal 1954 fino alla nomina a Professore Straordinario nel 1967, seguita dalla conferma dell’ordinariato nel 1970.

Il 3 ottobre 1970 fu eletto Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia per il trienno 1970-1973 ed il 24 ottobre 1972 fu eletto Magnifico Rettore dello stesso Ateneo per il triennio 1972-1975.

Nel 1975 fu chiamato alla seconda cattedra di Igiene nella sede di Verona dell’Università degli Studi di Padova e nel 1979 alla prima cattedra ed alla direzione dell’Istituto di Igiene della sede patavina.

Il periodo dal 1949 (anno di inizio della carriera igienistica) al 1975 (anno in cui fu chiamato a Padova) fu ricchissimo dal punto di vista dell’attività didattica, della produzione scientifica, dell’avvio di una collaborazione con le istituzioni sanitarie internazionali durata fino al 1998, dell’azione organizzativa e sociale.

Lattività didattica non fu limitata alla classica formazione di base e specialistica degli studenti e specializzandi nel campo dell’Igiene, ma fin dall’inizio si rivolse anche ai professionisti in servizio con le metodologie di apprendimento attivo che negli anni successivi costituiranno interesse fondamentale della sua attività. Vanno ricordati a titolo di esempio i corsi di Igiene Pratica per Ufficiali Sanitari e per i Medici di Bordo.

Particolare enfasi Egli diede ai temi di Epidemiologia e di Medicina Sociale. Sviluppò l’insegnamento dell’epidemiologia con l’intendimento di guidare anzitutto lo studente alla comprensione dei problemi riguardanti la prevenzione delle malattie e la tutela della salute dell’individuo nella comunità, ad integrazione degli insegnamenti clinici. In particolare, nell’epidemiologia delle malattie cardiocircolatorie, respiratorie, neoplastiche, metaboliche, oltre che infettive, pose in evidenza i rapporti esistenti tra fattori ambientali e patologia umana, nonché gli effetti sulla salute umana delle modificazioni demografiche, tecnologiche, socio-economiche e dell’ambiente. Presentò sempre l’indagine epidemiologica come strumento essenziale per l’impostazione degli interventi preventivi, in difesa della salute dell’individuo e della comunità, e per la razionale programmazione degli opportuni servizi sanitari.

E’ interessante, altresì, ricordare che la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Padova, che gestiva la Scuola di Statistica prima dell’istituzione della omonima Facoltà, gli affidò il corso ufficiale di Statistica Sanitaria dal 1951 al 1968.

L’attività scientifica si sviluppò inizialmente su temi classici dell’Igiene e della Microbiologia per orientarsi sempre più verso l’epidemiologia ambientale, la medicina sociale e l’educazione sanitaria. Per ampliare la sua preparazione in questi temi innovativi, nei primi anni ’50 fu più volte in Inghilterra presso il British Council e presso alcune Università di paesi del nord-Europa (Stoccolma, Londra, Bruxelles) per approfondire lo studio del problema degli inquinamenti atmosferici.

E’ sicuramente interessante ricordare il giudizio espresso dalla Commissione del concorso alla Cattedra di Igiene espletato nel novembre 1966:

“ Dell’ampia produzione scientifica del candidato la Commissione ritiene degne di particolare menzione le ricerche sulle condizioni climatiche a bordo delle navi; quelle assai estese sull’inquinamento atmosferico di alcune zone industriali ed extraurbane del Veneto, che recano contributi di notevole interesse pratico; l’originale inchiesta sugli infortuni domestici dell’infanzia; gli studi sulle conoscenze e gli atteggiamenti della popolazione femminile nei confronti del cancro ginecologico, nonché le ricerche sui danni a lungo termine da antiparassitari.”

Successivamente, la Commissione giudicatrice per il conseguimento dell’ordinariato espresse nel 1970 il seguente giudizio:

“ L’attività scientifica di questo triennio (1967-1970 n.d.r.) …si compendia in 52 pubblicazioni delle quali 21 personali, che riguardano argomenti di epidemiologia, di igiene dell’ambiente umano e di medicina sociale. Degni di particolare rilievo sono gli studi epidemiologici sugli effetti a lungo termine dell’inquinamento ambientale ed alimentare da residui di pesticidi che hanno fornito originali ed interessanti contributi, nonché lo studio epidemiologico sugli effetti immediati dell’inquinamento atmosferico sull’apparato respiratorio dei bambini in età scolare e l’originale ricerca comparativa sulle reazioni ai rumori della strada degli abitanti di Ferrara e Stoccolma. Molto interessante è l’inchiesta campionaria italiana sulle conoscenze e gli atteggiamenti della popolazione femminile nei confronti del cancro e dei servizi sanitari, che si affianca ad altre ricerche svolte dal Prof. Paccagnella in tema di educazione sanitaria e di organizzazione dei servizi sanitari. Lo studio dell’igiene ambientale è stato sviluppato anche nel settore delle acque superficiali attraverso un’ampia indagine sullo stato di inquinamento del fiume Po nel suo tratto terminale e degli altri corsi d’acqua della Provincia di Ferrara con rigore di metodo.”

La collaborazione con istituzioni sanitarie internazionali iniziò nel 1952 con una borsa di studio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per l’Epidemiologia e l’Inquinamento Atmosferico. Dal 1954 divenne consulente sia della Direzione generale che dell’Ufficio Regionale per l’Europa dell’OMS nelle aree della sanità ambientale, dell’epidemiologia, della programmazione e valutazione dei servizi sanitari, dello sviluppo del personale, della pedagogia medica, dell’assistenza sanitaria primaria e, in qualità di consulente, svolse numerose missioni di studio nei vari continenti ; inoltre collaborò alla stesura di numerose pubblicazioni e rapporti tecnici dell’OMS.

Dal 1967 partecipò con le delegazioni italiane alle Assemblee Mondiali della Sanità.

Dal 1968 fece parte del Panel di Esperti dell’OMS sugli inquinamenti ed i rischi ambientali.

Per conto della CEE presiedette il Comitato Scientifico per i Pesticidi e fu consulente temporaneo per i problemi di sanità pubblica ed epidemiologia ambientale. Fu inoltre consulente temporaneo del Consiglio d’Europa sull’armonizzazione dei criteri sanitari per il monitoraggio degli incidenti stradali.

Svolse attività organizzativa e sociale sia nell’ambito di società scientifiche che in campo universitario. Fu relatore in numerosi congressi in Italia e all’estero. Le sue attività sono documentate da centinaia di pubblicazioni.

In qualità di segretario della sezione regionale triveneta dell’Associazione Italiana per l’Igiene e la Sanità Pubblica collaborò nel 1954 all’organizzazione del XVII Congresso Nazionale di Igiene a Venezia, nel corso del quale presentò con il prof. M. Dechigi una fondamentale relazione sull’inquinamento atmosferico.

Fu consulente superiore della Direzione di Sanità della Marina Militare italiana ; membro della Società Italiana di Microbiologia; della Biometric Society e della New York Academy of Sciences.

I maggiori risultati dell’azione organizzativa universitaria furono la creazione e l’istituzione di un nuovo Istituto di Igiene nell’Università di Ferrara che potè svolgere una prima regolare attività in una sede provvisoria nel 1958 e fu trasferito in una sede definitiva nel 1960.

Nel 1974 l’Istituto era provvisto di 8 laboratori, 1 biblioteca, un’aula di 50 posti, uno stabulario ed un’officina, oltre agli studi e la segreteria. I laboratori assicuravano le attività di biologia, chimica e fisica applicata. La biblioteca era dotata di 1000 volumi, microfilms e 45 riviste in abbonamento.

All’Istituto così organizzato il Comune di Ferrara affidò in convenzione nel 1961 il controllo sistematico dell’inquinamento atmosferico; e la Provincia di Ferrara il Centro Provinciale per la Prevenzione delle Intossicazioni da Pesticidi. Nel 1970 fu istituito presso l’Istituto il Centro per gli Studi di Medicina di Comunità, nel quale operò il Consultorio Prematrimoniale e Matrimoniale di Ferrara, sotto la direzione dello stesso Prof. Paccagnella. Fu vice presidente nazionale dell’Unione dei Consultori Italiani prematrimoniali e matrimoniali (UCIPEM) dal 1971 al 1981.

Propose la istituzione e diresse dal 1971 al 1974 la Scuola di Specializzazione in Igiene e Medicina preventiva dell’Università di Ferrara.

Nel quadriennio 1975-1979, dopo il trasferimento alla seconda Cattedra di Igiene dell’Università di Padova, alla Direzione dell’Istituto della sede di Verona e della Scuola di Specializzazione in Igiene e Medicina Preventiva, il prof. B. Paccagnella continuò con nuovi collaboratori gli studi in tema di epidemiologia ambientale. Portò a termine la ricerca della CEE sugli effetti dell’inquinamento atmosferico sulla salute dei bambini; un importante studio sugli effetti sanitari dell’esposizione a mercurio; continuò le indagini sulle relazioni tra salute umana e rumore da traffico aereo e stradale nelle aree residenziali; partecipò alle azioni di sanità pubblica della Regione del Veneto in occasione dell’inquinamento da composti alogenati nelle acque profonde del vicentino. Fu pure membro della Commissione Scientifica che guidò le indagini epidemiologiche sulle popolazioni esposte a TCDD dopo l’incidente industriale di Seveso.

Nel 1976 fu il promotore del Corso di Ecologia Umana per il Certificato Internazionale di Ecologia Umana, un’iniziativa multidisciplinare che l’Università di Padova ha sviluppato sulla base di una convenzione, da lui proposta, con altre Università europee. In questa iniziativa furono sistematicamente presi in considerazione gli effetti sulla salute umana fisica, mentale e sociale dell’ambiente totale, cioè biologico, chimico-fisico, culturale, sociale ed economico.

Il Comune di Padova, che aveva aderito su sua proposta nel 1987 al Progetto “Città Sane” dell’OMS, lo nominò coordinatore scientifico del progetto a Padova.

Trasferito alla prima Cattedra di Igiene dell’Università di Padova nel 1979, fu Direttore dell’Istituto stesso fino al 1982 e fu Direttore della Scuola di Specializzazione in Igiene e Medicina Preventiva fino al 1997. Nel 1984 afferì al Dipartimento di Pediatria con la funzione di Direttore dell’Unità di Epidemiologia e Medicina di Comunità.

Continuò a coltivare gli interessi scientifici in materia ambientale dirigendo il Centro di Collaborazione dell’OMS per l’Epidemiologia Ambientale dell’Università di Padova e sviluppò alcuni filoni di ricerca e di azione che erano stati iniziati fin dalla prima parte della carriera: lo sviluppo e il riorientamento del personale sanitario; la pedagogia medica, la programmazione e valutazione dei servizi socio-sanitari primari, l’educazione sanitaria e la promozione della salute, la medicina di famiglia e di comunità.

Introdusse in Italia i principi e le metodologie della pedagogia medica nella formazione continua collaborando, in particolare, con J.J. Guilbert dell’OMS allo svolgimento nel nostro paese i seminari di Montecatini (1979) e Selva di Fasano (1980). Coordinò il Programma per la formazione continua dei medici in Management Sanitario della Regione del Veneto dal 1980 al 1984, anche organizzando a Padova due importanti seminari dell’OMS su Principi e Tecniche della Comunicazione e sull’Avvio di un Sistema di Formazione Continua per Medici Generalisti. Programmò e svolse i corsi residenziali per medici generalisti e pediatri della Regione Veneto allo scopo di preparare gli animatori di formazione continua in Medicina Generale e Pediatria.

Rese continuativa la collaborazione iniziata nel 1976 con l’Associazione Nazionale dei Medici Condotti e collaborò con la Società Italiana di Medicina di Famiglia e di Comunità, essendone nominato Presidente Onorario, in attività molto intense di formazione nelle varie regioni d’Italia.

Si impegnò attivamente anche nello sviluppo professionale del personale infermieristico; propose nel 1982 la istituzione e successivamente diresse la Scuola a fini speciali per Dirigenti e Docenti di Scienze Infermieristiche fino al 1998.

Promosse e diresse in Italia e nella Repubblica di San Marino, nell’ambito di un vasto programma internazionale europeo, un’importante ricerca sui motivi di contatto dei cittadini con i medici di Medicina Generale, considerati rivelatori sensibili della domanda di salute ai fini della programmazione sanitaria e per la formulazione della Classificazione Internazionale dell’Assistenza Primaria (ICPC).

Coordinò la parte italiana della ricerca sullo sviluppo dei servizi sanitari primari nel sud Europa per conto della Regione del Veneto e dell’Ufficio Regionale per l’Europa dell’OMS, cui parteciparono, oltre all’Italia, la Spagna, il Portogallo, la Grecia e Israele negli anni 1983/86.

Promosse e diresse inoltre una importante analisi strutturale e funzionale dei consultori familiari della Regione del Veneto e coordinò il programma regionale per la formazione degli operatori consultoriali.

Fu il coordinatore scientifico di numerosi incontri di studio sui problemi dei Settori Igiene Pubblica del Veneto che si svolsero in diverse Unità Locali Socio Sanitarie del Servizio Sanitario Nazionale in modo itinerante negli anni ’80.

Promosse altresì iniziative di formazione e di ricerca in educazione sanitaria sia come Presidente della Sezione Regionale Veneta dell’Associazione Italiana per l’ Educazione Sanitaria (AIES) che come Vice Presidente Nazionale del Comitato Italiano di Educazione Sanitaria (CIES).

Nel campo della promozione della salute, oltre al ruolo svolto per la formulazione e sviluppo del Progetto internazionale “Città Sane”, dette un importante contributo di dottrina e metodo alla fase pilota dell’iniziativa OMS degli Health Promoting Hospitals ed alla successiva evoluzione in reti regionali e nazionali.

Nel 1988, in occasione del 40° anniversario di istituzione dell’OMS, gli fu consegnata dalla Direzione Generale di quella agenzia dell’ONU una delle 40 medaglie d’oro attribuite ai più attivi promotori della campagna mondiale contro il fumo di tabacco. A Venezia organizzò due importanti conferenze europee su questo tema nel 1981 e 1986.

L’ultimo impegno scientifico ed organizzativo fu orientato alla Medicina di Comunità. Già nel 1986 aveva lasciato la Cattedra di Igiene per ricoprire quella di Medicina di Comunità nella Università di Padova. Dal 1991 assunse il ruolo di coordinatore del Dottorato di Ricerca in Medicina di Comunità e svolse un’intensa azione in tutte le sedi opportune per l’istituzione della Scuola di Specializzazione in Medicina di Comunità, istituita con legge del 1996 , attivata per la prima volta dall’Università di Padova nel 1997 e della quale assunse la direzione.

Continuò la collaborazione con l’OMS come consulente nelle aree precedentemente elencate. Nel 1978 guidò la delegazione italiana alla Conferenza Internazionale dell’OMS-UNICEF sull’Assistenza Sanitaria Primaria che si svolse ad Alma Ata, URSS. Continuò a prendere parte alle Assemblee Mondiali della Sanità ed al Comitato Regionale per l’Europa dell’OMS.

In Italia, fu componente del Comitato Scientifico dell’Istituto Superiore di Sanità dal 1984 al 1990, del Comitato Scientifico dell’Istituto Superiore per la Prevenzione e Sicurezza del Lavoro dal 1987 al 1990 e del Consiglio Superiore di Sanità dal 1994 al 1997.

Nel 1997 il Comune di Nanto (Vicenza) gli conferì la cittadinanza onoraria per l’impegno profuso a favore di quella comunità e per l’opera di promozione della salute.

 

 

HTA in Italia: pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà

Il 24 ottobre scorso sono stato invitato da Giovanni Morana, dinamico direttore della radiologia dell’ospedale di Treviso, ad un convegno sul tema della TAC Dual Energy. Il programma prevedeva una parte dedicata a questa interessante tecnologia ancora in fase di sviluppo e ricerca e una dedicata all’HTA.

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L’incontro si è tenuto all’Ateneo Veneto, una fondazione istituita da Napoleone dopo il disfacimento della Serenissima Repubblica di Venezia, in uno splendido palazzo a fianco del Gran Teatro La Fenice.

Per un accidente della storia, il 9 ottobre 1996, nella stessa sede avevo organizzato un workshop, alla presenza dei politici e direttori generali della aziende sanitarie del tempo, dal titolo: “Razionamento o razionalizzazione dell’assistenza sanitaria – il ruolo dell’HTA”, starring Renaldo N. Battista al quale il collega direttore generale di Venezia (il compianto Carlo Crepas) aveva tributato gli onori che la Serenissima Repubblica tributava ai Capi di Stato e agli Ambasciatori in visita a Venezia: il corteo in barca lungo il Canal Grande.

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L’invito di Giovanni Morana ha suscitato in me due sentimenti: il piacere di discutere oggi con i clinici (italiani, stranieri e un brillante giovane collega italiano che lavora a Charleston, Carlo De Cecco) e i produttori di tecnologia i metodi e le opportunità offerte dall’HTA; l’amarezza di toccare con mano la lentezza con la quale in questi vent’anni l’HTA si è diffusa in Italia!

Quanta strada ancora da percorrere! Se smettessimo di buttarci a pesce sulle cose urgenti e ci occupassimo un po’ di più delle cose importanti (De Gaulle) …..!!!

Il XXI secolo non ci ha portato ancora superare lo storicismo gramsciano: “Tutti i più ridicoli fantasticatori che nei loro nascondigli di geni incompresi fanno scoperte strabilianti e definitive, si precipitano su ogni movimento nuovo persuasi di poter spacciare le loro fanfaluche. D’altronde ogni collasso porta con sé disordine intellettuale e morale. Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”. (Q28, III)

Anzi…..

 

A pediatrician gives vaccine advice to presidential candidates

A pediatrician gives vaccine advice to presidential candidates

 | CONDITIONS  

First, I’d like to thank you for taking the time to read this; I know you’re busy fund-raising and campaigning, so I’ll try to keep this brief. It’s recently become quite apparent that several of you have some misconceptions about our immunization program. That’s unfortunate for people who are seeking such a prominent position. I know science can be complicated, but public health is a pretty important topic. (It’s especially disappointing that the physicians among you don’t seem to fully understand this issue, but I suppose immunizations are outside your specific fields.)

Anyway, the following are a few brief facts about vaccines that I hope you will find useful in your next debate.

1. Vaccines do not cause autism. Numerous studies have demonstrated this, and a huge meta-analysis involving over 1.2 million children demonstrated that pretty clearly. Evidence doesn’t get any better than that.

2. The guy that started this whole autism/vaccine thing lost his license because of his fraudulent study, which has since been retracted.

3. “Too many, too soon” is not a thing. Children encounter many viruses and bacteria every day, and their immune systems are not overwhelmed. (And they don’t develop autism.)

4. Although a popular book about alternative vaccine schedules has been quite a hit, the guy that wrote it didn’t bother to prove that his schedule was effective or safer than the schedule developed by the most knowledgeable infectious disease experts in our great nation. He just made it up.

5. Spreading out immunizations has been shown not to reduce the risk of complications from vaccines. All it does is extend the time period during which children are at risk for these infections. And since the most significant risk of immunizations is driving to the office to get them, it creates some indirect risks as well.

6. While we obviously disagree about some of those points, I support your assertion that we shouldn’t bother immunizing against insignificant diseases. So I’ve narrowed the list down to the diseases that cause “death or crippling.” (The links are from the CDC, a government organization made up of people who know more than you do about infectious diseases. You should get to know them; they will work for one of you some day.)

7. Since you’re probably not familiar with the CDC vaccine schedule that you think people should avoid, I just listed every one of the vaccines it recommends. All of those diseases kill people. Fortunately, they don’t kill very many people anymore. (Because of vaccines.)

8. And since I know your world isn’t all about saving lives, vaccines save money, too. That might be a good talking point.

I could go into more details, and I’d be happy to speak to you personally if you’d like to hear more. In fact, there’s a huge network of pediatricians that would be happy to field the vaccine questions while you tend to your more important affairs. (We were actually going to talk to these families anyway, because their children are our patients.) But hopefully, this basic information has been enough to allow you to speak a little more intelligently about the topic–especially since one of you will be running our country.

But in the future, if you’re unsure about similarly complicated topics, please feel free admit your lack of knowledge and defer to the experts. That’s what real leaders do.

Chad Hayes is a pediatrician who blogs at his self-titled site, Chad Hayes, MD.

http://www.kevinmd.com/blog/2015/10/a-pediatrician-gives-vaccine-advice-to-presidential-candidates.html?utm_content=buffere6c81&utm_medium=social&utm_source=facebook.com&utm_campaign=buffer

 

Basta attenzione solo alla struttura, lavoriamo sul cambiamento dei sistemi organizzativi e della cultura

Sir Muir Gray ci ha offerto un (apparentemente) semplice schema di interpretazione dei servizi sanitari: ognuno di essi è caratterizzato da una struttura (istituzionale, giuridica, economica, geografica, fisica), da sistemi organizzativi (idealmente impostati per realizzare le finalità dei servizi sanitari), dalla cultura (generale, professionale, organizzativa).

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Dobbiamo riconoscere che in Italia, e in tutte le sue Regioni e Province autonome, l’unica modalità per introdurre un cambiamento dei servizi sanitari è quello di pensare a una riforma: cioè a un cambiamento della struttura (istituzionale, giuridica, economica, geografica, fisica). Nessuna attenzione, invece, viene dedicata alla necessità di cambiare i sistemi organizzativi e la cultura sottostante.

Il recente libro di Roberto Perotti (ex Commissario alla spending review) “Status quo” affronta il tema del “perché in Italia è così difficile cambiare le cose (e come cominciare a farlo)”.

Una frase, in particolare, mi ha colpito: “E’ proprio della mentalità giuridica attribuire importanza spropositata all’impianto istituzionale, compiacersi dell’eleganza formale e dell’equilibrismo di un compromesso, e immaginarsi che piccole variazioni a uno statuto possano portare benefici strutturali al paese. Se solo il mondo fosse così semplice…” (pag. 170).

Lavorare sui sistemi organizzativi e sui necessari cambiamenti culturali significherebbe “chinare la testa e lavorare” (R. Perotti, ibidem) sui problemi veri, sulla loro dimensione quantitativa e qualitativa, ipotizzare nuove soluzioni praticabili (socialmente e politicamente) e sostenibili (economicamente, professionalmente e culturalmente).

Certamente è più semplice fare una nuova legge, una nuova deliberazione, un nuovo atto aziendale pensando che un atto legislativo o amministrativo possano di per sé determinare il cambiamento.

Chissà se ce la faremo? Si dovrebbe cominciare smettendo di raccontarci bugie!

 

Può la Serenissima Repubblica di Venezia aiutarci a nominare “politicamente” direttori generali delle aziende sanitarie competenti? @WRicciardi @leadmedit @drsilenzi @redhenry88

Il recente convegno sulla corruzione in sanità ha riportato alla ribalta il problema delle nomine dei direttori generali delle aziende sanitarie, ritenute oggi troppo legate al potere discrezionale delle Regioni che non valuterebbero correttamente requisiti e competenze dei nominati, dando priorità all’affiliazione politica e alla nomina di yes men, semplici esecutori di desiderata politici più o meno leciti.

La lettura del libro di David van Reybrouck “Contro le elezioni: perché votare non è più democratico” mi suggerisce di proporre il metodo usato per una decina di secoli dalla Serenissima Repubblica di Venezia per “eleggere” il Doge. Si trattava di un sistema misto di sorteggio e di elezione, al fine di designare, comunque, una persona competente senza che la nomina fosse oggetto di liti anche cruente tra le famiglie nobili. Tutti i membri del Maggior Consiglio (oltre 500) scrivevano il loro nome e lo riponevano dentro una ballotta di legno (da cui deriva il termine ballottaggio); il più giovane consigliere si recava nella Basilica di San Marco dove chiamava il primo bambino tra gli otto e i dieci anni che incontrava; questo ballottino, innocente, estraeva 30 nomi che venivano ridotti a 9 con una seconda estrazione. I nove estratti, con una procedura di elezione a maggioranza (in realtà una cooptazione) allargavano il collegio elettorale a un totale di 40 persone. I 40 venivano ridotti per sorteggio a 12. Questa procedura di riduzione per sorteggio e d’incremento per elezione/cooptazione veniva ripetuta con lo stesso meccanismo fino al nono e penultimo “turno” dal quale si ottenevano 41 grandi elettori che si riunivano in conclave e eleggevano il Doge. L’intera procedura durava cinque giorni e si articolava in dieci fasi.

Potrebbe questo metodo essere utilmente usato per designare i direttori generali che devono gestire il servizio sanitario nazionale? Non vi è dubbio, a mio avviso, che i direttori generali, che amministrano ingenti risorse pubbliche, debbano essere nominati da chi risponde ai cittadini elettori. Per arrivare a una nomina “politica” che, tuttavia, assicuri la competenza dei nominati e sterilizzi gli effetti ritenuti negativi della attuale discrezionalità, si potrebbe costituire in ogni Regione un “Maggior Consiglio” composto da tutti i consiglieri regionali, da 20 consiglieri comunali estratti a sorte e (opzionale se si vuole coinvolgere il mondo professionale) da 10 rappresentanti delle professioni sanitarie (estratti a sorte dagli albi di ordini e collegi). Per sorteggio questi potrebbero essere ridotti a 31 persone, ulteriormente ridotti a 11 con una seconda estrazione. Questi, con un meccanismo di elezione/cooptazione, potrebbero coinvolgere altre persone fino a un massimo di 25. Proporrei di stabilire 5 turni di sorteggio (per ridurre il numero) e di elezione/cooptazione (per allargare il collegio). Al penultimo turno, si eleggono/cooptano 21 persone che si riuniscono e designano i direttori generali facendo riferimento all’elenco nazionale la cui istituzione è stata recentemente decisa dal Governo.

Naturalmente, l’intera procedura di sorteggio e di elezione/cooptazione dovrebbe essere attentamente supervisionata da un organismo di garanzia super partes: la storia ci insegna che, nel passato, le procedure pubbliche per l’estrazione dei commissari delle commissioni di concorso hanno mostrato poca trasparenza.

L’elenco nazionale dovrebbe, tuttavia, assicurare non solo il possesso di requisiti formali (laurea, anni di lavoro direzionale, ecc.), ma anche di standard di formazione di base, specialistica e continua e di competenze motivazionali, manageriali e di leadership senza le quali le nostre organizzazioni sanitarie non possono prosperare. Ma sul tema dell’elenco nazionale varrà la pena di offrire una riflessione a parte.

La procedura è solo apparentemente farraginosa: tutto si potrebbe risolvere in pochi giorni.

Questa riflessione potrebbe sembrare una provocazione. Se vogliamo lo è, ma in senso positivo: ha l’ambizione di suscitare una discussione che aiuti il sistema sanitario a selezionare i migliori, mantenendo la responsabilità della designazione in capo alla politica.

E’ solo un’idea preliminare che deve essere necessariamente affinata, discussa, criticata, sostituita magari da un’altra più brillante. Non affrontare il tema determina conseguenze negative sulla percezione che la pubblica opinione ha su chi gestisce ingenti risorse economiche e ha grandissime responsabilità nell’erogazione di servizi molto delicati per la vita stessa dei cittadini.

http://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/articolo.php?articolo_id=38656

 

Ten Simple Rules for Chairing a Scientific Session @WRicciardi @RSiliquini @drsilenzi @redhenry88

by Alex Bateman1, Philip E. Bourne2* 1 Wellcome Trust Sanger Institute, Cambridge, United Kingdom, 2 Skaggs School of Pharmacy and Pharmaceutical Science, University of California San Diego, La Jolla, California, United States of America

Chairing a session at a scientific conference is a thankless task. If you get it right, no one is likely to notice. But there are many ways to get it wrong and a little preparation goes a long way to making the session a success. Here are a few pointers that we have picked up over the years.

Rule 1: Don’t Let Things Overrun Probably the main role of the session chair is to keep the meeting running on time. Time is a strange and elastic concept when people are under pressure. Some speakers will talk much faster than normal and finish a talk in half the expected time. Others will ramble on without knowing that time is running out and they have only just finished their introduction. Timing is important to ensure that a meeting runs smoothly. Delegates should leave the session at just the right time so that lunches are still fresh, bars still open, etc. Timing is particularly acute if there are multiple parallel sessions and delegates would want to switch between talks in different sessions.

Rule 2: Let Your Speakers Know the Rules A session will run more smoothly if you let all the speakers know how you plan to run your session. This could be done by email before the event or you might want to gather up the speakers just before the session. Reminding them how much time they have to speak, how much time to allow for questions, and how you will let them know time is up will stop confusion later on. Beyond the rules, encourage speakers to review what others in the session will say. The less redundancy, the better the session will be for everyone, including the chair.

Rule 3: Be Prepared to Give a Short Introduction Be prepared to give a short introduction to the session, and, of course, introduce yourself as well. Be sure to review the abstracts of the talks and then give a succinct summary of what will be presented. It is your job to excite people at the session and have them stay in the auditorium. Regarding the speakers, introduce each one before they begin, providing their background and highlighting their major accomplishments. Speakers love to be properly introduced and the audience likes to feel they know the person speaking. But for the sake of both the timing of the session and your speakers, do keep it brief. Are you expected to give any housekeeping messages or to remind people to switch off their phones? Allow time for that if so.

Rule 4: Write Down the Actual Start Times of the Speakers If you don’t know what time a speaker started, it is difficult to know when to ask them to stop. So always write down the start and finish times of speakers throughout the session.

Rule 5: Do Have a Watch It sounds obvious, but it is very difficult to chair a session if you don’t have a watch and don’t know the time. Yes, one of us has done this! It is embarrassing to have to ask your neighbor for a watch. Actually, it is probably best to have two watches, just in case.

Rule 6: Communicate How Much Time is Left to the Speaker Letting the speaker know their time is up is crucial in keeping time. A simple sign held up at the right time is usually fine. Have one saying, ‘‘5 minutes to go’’ and another saying ‘‘time is up’’. Beyond that time, standing up on the stage is a good sign that the speaker should wrap up.

Rule 7: Don’t Be Afraid to Move on Without Questions

A good scientific session is characterized by a lively question and answer session. In fact, some speakers believe it is their right to expect to answer questions even after their allotted time is up. If you are running over time, you should not be afraid to move on to the next talk without questions. You will be more confident in enforcing this principle if you have warned the speaker beforehand that running over will require foregoing taking questions at that time. You can stay on schedule by diplomatically saying that the speaker will be happy to take questions at the break.

Rule 8: Get to the Venue Early and Be Audiovisually Aware Make sure to know where everything is, like pointers, microphones, projectors, and computers and who to turn to if it all goes wrong. It is worth checking that all these things work so that you can swiftly fix them yourself. Knowing ahead of time any unusual requests from speakers to show movies and sound clips requiring special attention. Be sure the venue supports the needs of speakers. If not, let them know before they get to the venue. If each speaker is expected to load their presentation on a single computer associated with the podium, allow time for that and have the speaker run through their slides to be sure everything is working properly.

Rule 9: Prepare Some Questions in Advance

It can take an audience a few seconds to digest the contents of a talk and think of questions. So, it is always good to have one or two ready to ask.

prepared beforehand from the abstracts and supplemented from ones that occur to you during the talk. This is a very good reason for paying attention during the talk. Also, it is worth thinking of one or two general purpose questions such as ‘‘What do you plan to do next?’’ Rule 10: Keep Control of the Question and Answer Sessions It is difficult for the session chair to keep things on time if the speaker is in control of taking questions. Make sure you are the one who selects the next questioner. Also, be prepared to step in if the speaker and questioner are getting into a long-winded, technical discussion. Hopefully with a bit of preparation and a little luck, you will get through the ordeal of chairing a scientific session unscathed. And remember, if no one thanks you, you have probably done an excellent job. PLoS Computational Biology | http://www.ploscompbiol.org 2 September 2009 | Volume 5 | Issue 9 | e1000517

These can be Citation: Bateman A, Bourne PE (2009) Ten Simple Rules for Chairing a Scientific Session. PLoS Comput Biol 5(9): e1000517. doi:10.1371/journal.pcbi.1000517 Published September 25, 2009 Copyright: 2009 Bateman, Bourne. This is an open-access article distributed under the terms of the Creative Commons Attribution License, which permits unrestricted use, distribution, and reproduction in any medium, provided the original author and source are credited. Competing Interests: The authors have declared that no competing interests exist. * E-mail: bourne@sdsc.edu PLoS Computational Biology | http://www.ploscompbiol.org 1 September 2009 | Volume 5 | Issue 9 | e1000517 prepared beforehand from the abstracts and supplemented from ones that occur to you during the talk. This is a very good reason for paying attention during the talk. Also, it is worth thinking of one or two general purpose questions such as ‘‘What do you plan to do next?’’ Rule 10: Keep Control of the Question and Answer Sessions It is difficult for the session chair to keep things on time if the speaker is in control of taking questions. Make sure you are the one who selects the next questioner. Also, be prepared to step in if the speaker and questioner are getting into a long-winded, technical discussion. Hopefully with a bit of preparation and a little luck, you will get through the ordeal of chairing a scientific session unscathed. And remember, if no one thanks you, you have probably done an excellent job. PLoS Computational Biology | http://www.ploscompbiol.org 2 September 2009 | Volume 5 | Issue 9 | e1000517

What is the system? (Systems Leadership)

heartoftheart

What is the system? is part of our Systems Leadership series, wrote by John Atkinson.



To a definition…. and beyond

Systems leadership has come to mean working beyond organisational boundaries to address issues of mutual concern.

This raises questions that challenge many assumptions about how to address issues that are of interest beyond the individual. Particularly it raises questions about the nature of society, what we choose to do together and thus the role and function of public services.

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Rebel Jam LIVE! – Rebels wanted

So who was Kurt Lewin?

heartoftheart

Kurt Lewin’s influence on modern thinking about change is often underestimated. Simple phrases like ‘the whole is greater than the sum of the parts’ and ‘group dynamics’ have their origins in his work. Invalided out of the front line in WW1 he returned to Berlin to complete his PhD. There he was involved in the schools of behavioural psychology and an influencer in the Gestalt school of psychology.

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I tagli alla sanità del governo sono l’applicazione dell’austerità espansiva

Keynes blog

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In genere i keynesiani rifiutano la dottrina dell’austerità espansiva come ricetta di applicazione generale. Tuttavia va detto che in alcuni casi essa ha funzionato. Ad esempio è accaduto con Clinton negli Stati Uniti e ora con Cameron in Gran Bretagna. Ma come funziona l’austerità espansiva? 

Supponiamo che lo Stato decida di tagliare la spesa sanitaria. Poiché la salute è un bene irrinunciabile, i cittadini saranno costretti a stipulare assicurazioni private. In genere le polizze sono piuttosto care, pertanto lo Stato può incentivare i cittadini attraverso sgravi fiscali e garantendo i prestiti necessari alle famiglie per stipulare le polizze. Lo stesso principio può applicarsi a molti altri settori della spesa pubblica come l’istruzione, l’edilizia popolare, la previdenza. L’esperienza anglosassone sembra indicare che le garanzie pubbliche per i prestiti sono una ricetta quasi infallibile per alimentare una bolla immobiliare o i debiti studenteschi.

Lo Stato quindi da un lato taglia la spesa, ma dall’altro incentiva i…

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Contro l’ideologia islamista – Cameron insegna. Cultura e consapevolezza delle radici culturali

renalgate

Contro l’ideologia islamista.

Per l’intellettuale islamica Hirsi Ali, Cameron, che ha tenuto lunedì un discorso sull’estremismo, è l’unico leader occidentale a capire che il cuore del problema è la riforma dell’islam.

L’endorsement di Hirsi Ali al discorso di Cameron sull’islam.

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Move over teamwork: other forms of co-operative working? @pash22 @leadmedit @muirgray

Taken very broadly, there are two kinds of management or business research thinking when it comes to teams: perspectives that think teams are a decent functional way to organise workers to work effectively, and perspectives that are much more critical of the very concept of teamwork.

Instinctively, anecdotally, and from much research over the last few decades – we all know that teams often don’t work. ‘Dream teams’ of exceptional individuals can turn out to be nightmare units, groupthink and other faulty decision-making biases can make the whole less than the sum of its parts, and sometimes people end up in too many teams or don’t even know whether they’re in or out. I would argue that this is because teams are relatively artificial constructs; they are often no more than idealistic ‘boxes’ that exist unevenly only in the minds of some managers and workers.

Frequently, organisations are not like traditional sporting events or the inside of rowboats – they are much more variable, overlapping, organically changing configurations of people. Being inside a team or outside a team is not a neat shift from one state to another – teams or groupings vary continually in how ‘groupy’ or cohesive they actually are. Most management research, however, has focused on teams as neat boxes or islands that sometimes conflict a bit, but generally agree in their perceptions, have stability of membership, and have a relatively fixed relationship with their external environments. In short, it has been a romance of teams, a science of convenience, and an exercise in wishful thinking.

However, none of this is to say that teams are always doomed or flawed. With the right culture, tasks, and aligned sets of HR practices, teams can innovate and achieve highly effective working patterns. As with all social and workplace issues: it depends on the context and getting the conditions and circumstances right. However, many of these favourable initial ingredients or conditions for optimising teamwork either remain elusive or appear in an implausibly long list. It is no mean feat to ensure the selection of diverse members, extensive team-building and clear unifying goals. Teams themselves are also a moving target; in general they are changing: members come and go more often, technology encourages collaboration over almost any distance, and traditional hierarchies have become much flatter.

What I wish to say is that teams should be considered more dynamically as sitting within a broader spectrum of many cooperative working options simultaneously; as one work arrangement among many. The guiding word here being cooperation. There are multiple ‘building blocks’ of cooperation, from small-scale to large-scale, guiding how people work together, that managers can consider as part of a broader, customisable repertoire. I tend to refer to them as a ‘cooperative value chain’ or a ‘high-cooperation HR menu’. This cooperative toolkit consists of the five following components:

1) The individual. I want to be alone. Many job descriptions, rewards packages and other parts of the psychological contract bestowed via HR practices still revolve around individuals and their needs or talents. Many artists, technical problem-solvers, leaders and so on, may find they work most effectively as a demarcated, unique individual. Western, individualistic cultures may also favour personalised working this way, for at least significant portions of employees’ time, as proactivity, autonomy, and flexibility are emphasised in their roles. Single individuals are still cooperating, but in their own reflective way; they may also occupy special positions in social networks (see below) or fulfil boundary-spanning roles, where they are the individual link bridging units of cooperation that would otherwise have no way to interface.

2) The dyad. Two heads are better than one, but three’s a crowd. Some work roles explicitly involve pairs – software programmers check each other’s work, police officers patrol in pairs, and mentoring and other partnerships can occur in this way. But more exploitation of this unique two-person unit may be possible in workplaces than is currently realised. Some would argue that a dyad/couple is a small team, but I would argue it constitutes a special relationship. Two people cut a fruitful compromise, a middle ground between the egoistic isolation of working alone and the potentially biasing social pressures of a larger group.  Of course such pairs need to be carefully matched to each other and the workflow to get the most out of the pairing.

3) The classic team. The whole is greater than the sum of the parts – go team! As discussed above, in some situations, a neatly bounded, interdependent team with a clear goal may be possible. But a team charter or checklist should be carefully put in place to ensure the key conditions are right before proceeding with what is a larger, more elaborate cooperative endeavour in terms of the numbers of people involved. Social and task criteria to keep it working effectively together will need to be addressed, including a meaningful shared purpose, a differentiated mix of suitable members, clear rules or norms, wider resource-based support, and adequate coaching. Leadership, technology, lifespan, and competing teams or other boundary memberships in the wider environment will need to be addressed, in line with the other cooperative options above and below.

4) The multi-team system. Teams don’t exist in a vacuum, but in a ‘team of teams’.Beyond single teams, research is increasingly considering multi-team systems (MTSs) or ‘teams of teams’. Army, Navy, and Air Force; or Police, Ambulance, Fire would be obvious examples, but of course most organisations contain multiple groups, divisions, functions, layers etc. with potential for forming and/or recognising MTSs. One commanding team might lead several subsidiary teams, or teams with specific goals might come together to achieve a higher goal. As with single teams, structures need to be made crystal clear and cooperative flows and linkages choreographed and monitored carefully. People may need to be cross-trained, or to attend multiple team events, but without taking on too much workload. The relationship between the immediate goals of one team and the higher goals of the set of teams need to be clarified, as well as prioritised in various scenarios.

5) The social network. The wisdom of crowds. In a sense here we come full circle as individual employees occupy distinctive positions within collaborative networks, but in an increasingly interconnected world with more permeable communication boundaries, anyone can be meaningfully connected with up to 150 others at any one time. We enter the realm of crowd-sourcing, flash mobs, consortia, and other self-organising forms of social movement or widespread cooperative organisation. The boundaries of entire businesses and sectors may be transcended, co-operators may never meet or be totally aware of each other, and finished products may be complex mosaic or snowball outputs, difficult to link directly back to the inputs and processes of diverse contributors. Yet impressive tasks and economies of scale can be achieved, sometimes on goodwill and intrinsic motivation alone.

In conclusion, HR practitioners should try to take advantage of mapping this broader array of cooperative building blocks simultaneously. Rather than simply asking ‘to team or not to team?’ they should consider offering employees a greater range of performance opportunities via these other cooperative value chain options, enabling them to work more naturalistically and fully unlock their talents.

http://www.hrzone.com/feature/people/move-over-teamwork-what-about-all-other-forms-co-operative-working/141116

“Per App sanitarie prevedere l’obbligo di supervisione del medico”

Andrea Silenzi, MD, MPH

Da prevedere obbligo supervisione del medico per App a scopi medici. No a video visite e riduzione relazione interpersonale. Per le applicazioni a scopi medici (diagnostici, terapeutici, assistenziali) per il Consiglio Nazionale Bio-Medico “dovrebbe esserci un obbligo di supervisione del medico (informazione al momento di scaricare la app/condizione per scaricare app)”.

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General Practice after the election

A Better NHS

General Practice after the election. (First published on the LMC Newsletter)

In 2008, Professor Don Berwick wrote in the British Medical Journal,

Reinvest in general practice and primary care—These, not hospital care, are the soul of a proper, community oriented, health preserving care system. General practice is the jewel in the crown of the NHS. Save it. Build it.

His advice was ignored. The NHS has an unprecedented funding-gap of this governement’s own making and it has no credible plan to fill it. General Practice is in a parlous state one in three training posts and one in six vacancies unfilled while older GPs are retiring early and younger ones are emigrating or choosing to work part-time. The loss of MPIG could force dozens of practices to close. The consequence is that the remaining GPs cannot cope. Something has to give.

What GPs want, according to the recent BMA…

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How to do a SWOT

thinkpurpose

In the most strategic of rooms in my building, I found an agenda on a flipchart. It is not exceptional, it is typical. This probably happens in your building. This is how decisions are made….


Capture
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swot
reviewswot
2ndlast
pp
*the photo is real
**the words totes stolen from the brilliant W1a and 2012 .

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