Category Archives: Health policy

La rinascita delle città-stato: lettura consigliata ai neo-centralisti @WRicciardi @drsilenzi

Come governare il mondo al tempo della devolution. Questo è il sottotitolo di un aureo libretto di Parag Khanna sulla democrazia e sulla governance delle società complesse quali quelle attuali e future.

“La democrazia non è un fine in sé: i veri obiettivi sono una governance efficace e il miglioramento del benessere della nazione”.

Sotto questa luce, la celebre battura di Churchill “L a democrazia è la peggior forma di governo eccezion fatta per tutte le altre” va ripensata secondo l’Autore.

Khanna è a favore di una democrazia guidata collettivamente (l’esempio della Svizzera è continuamente richiamato) e di una governance tecnocratica (come a Singapore). La critica del sistema USA, così caro a Tocqueville, è feroce.

La classica democrazia rappresentativa è inefficace e inefficiente: finisce per cristallizzare il dibattito nelle “posizioni” (destra, sinistra, conservatori, liberali, ecc.). La politics intralcia la policy perché la policy ha a che fare con le decisioni non con le posizioni. Il discorso sulle posizioni politiche, rispetto alle decisioni, è così vero oggi che J.C. Junker dice: “Sappiamo tutti che cosa fare, ma non sappiamo come essere rieletti dopo che l’abbiamo fatto”.

Khanna, del sistema americano, apprezza l’efficacia ed efficienza della tecnocrazia che gestisce le grandi città americane che misurano i risultati amministrativi attraverso la definizione e il monitoraggio pubblico di una serie di KPI (key performance indicators) e cita la frase dell’ex Sindaco di New York, Bloomberg, “Quello che non sai misurare non sai governare”! Estendere questi metodi al sistema federale implicherebbe che “Una tecnocrazia al governo degli Stati Uniti non parlerebbe certo la lingua della centralizzazione, ma, al contrario, quella del decentramento dei poteri”.

Una lettura, come quella del precedente Connectography, obbligata!

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Fake news, analfabetismo funzionale e comunicazione: c’è molto lavoro da fare @WRicciardi @drsilenzi

Anche se, almeno nel campo delle vaccinazioni, sembra che la comunicazione degli aspetti scientifici sia riuscita a indebolire il muro delle fake news c’è ancora molto da lavorare!

Un approccio sistemico sembra assolutamente necessario.

Vorrei proporvi tre riflessioni diverse sul tema.

La prima, di Gilberto Corbellini, è stata pubblicata su Il Foglio nei primi giorni di dicembre con il titolo “Abbiamo una comunicazione scientifica scadente. E non è colpa degli scienziati” https://www.ilfoglio.it/scienza/2017/12/05/news/abbiamo-una-comunicazione-scientifica-scadente-e-non-e-colpa-degli-scienziati-167158/

La seconda, di Alessandro Calvi, è stata pubblicata sul sito gli Stati Generali il 22 dicembre con il titolo “Fake news, giornali e moralismi senza più notizie” non riguarda la comunicazione scientifica, ma mi sembra molto utile per inquadrare il problema: in generale, viviamo in tempi (interessanti, forse troppo come dice Mario Sechi) caratterizzati da una comunicazione assolutamente inadeguata per una società moderna, aperta e complessa. http://www.glistatigenerali.com/media_storia-cultura/fake-news-giornali-e-moralismi-senza-piu-notizie/

La terza è un video della serie TED che può dare un respiro internazionale a questo tema intricato dal titolo “How to seek truth in the era of fake news. Si tratta di un’intervista molto chiara!

 

Ancora sulla separazione tra previdenza e assistenza @WRicciardi @drsilenzi

Siamo in campagna elettorale e, quindi, il momento migliore (sic!) per fare ulteriore confusione sulle pensioni soffiando sul fuoco del “conflitto tra generazioni”: l’antica arte del divide et impera.

Lorenzo Stevanato, già giudice amministrativo, chiarisce ulteriormente il tema.

QUELLO CHE TUTTI DOVREBBERO SAPERE

Che le pensioni (ed i pensionati) siano nell’occhio del mirino del Governo, è un fatto incontestabile.

Contributi di solidarietà e blocchi, totali o parziali, delle rivalutazioni pensionistiche sono un dato di fatto che dimostra ampiamente l’assunto. Non è tutto.

Esponenti del Governo, forze politiche, consulenti economici e fiancheggiatori vari del partito di maggioranza relativa prospettano ed auspicano interventi di ricalcolo delle pensioni (al ribasso, of course) o l’introduzione di nuovi e più estesi “contributi di solidarietà” o addirittura tagli lineari alle pensioni, sopra una certa soglia.

E’ stato anche presentato, da un variegato numero di parlamentari, un progetto di legge costituzionale (proposta di legge n. C3478) inteso a riformare l’art. 38 della Costituzione, all’evidente scopo di rimettere in discussione i trattamenti pensionistici già liquidati.

Tale proposta di modifica costituzionale, dietro il paravento letterale dell’equità, ragionevolezza e non discriminazione tra generazioni, alle quali si dovrebbe ispirare l’azione dell’INPS, nasconde il vero intento di sterilizzare il bilancio previdenziale: i pensionati più abbienti dovranno sacrificare una parte della loro pensione a favore di quelli più bisognosi, senza che il bilancio dello Stato pubblica ne sia gravato.

Sennonché i “pensionati poveri” sono quelli che non hanno versato contribuiti, o ne hanno versati pochi, in rapporto al trattamento goduto.

Non c’è niente di male, anzi, che sia garantita anche a loro una vecchiaia dignitosa.

Ma perché far pagare le loro pensioni ad altri pensionati, in una logica redistributiva, anziché dall’intera collettività attraverso la fiscalità generale? Si tratta, infatti, incontestabilmente di una spesa assistenziale e non previdenziale.

Ecco dunque, in tutta la sua gravità, il male che affligge il sistema previdenziale italiano: la commistione tra assistenza e previdenza.

Già, perché molti trattamenti pensionistici, erogati dall’INPS, sono poco o nulla sorretti da adeguata contribuzione: pensioni integrate al minimo, baby-pensioni e, in generale, pensioni assistenziali e sociali.

Ma anziché separare convenientemente le due categorie di spesa, si mantiene, anzi si aumenta la confusione tra esse.

Eppure, secondo l’art. 41 della legge n. 88 del 1989 , va assicurato l’equilibrio finanziario delle gestioni previdenziali. Dunque, il bilancio dello Stato non deve coprire con trasferimenti a carico della fiscalità generale la differenza tra uscite per prestazioni della previdenza ed entrate contributive: vanno invece adeguate le aliquote contributive.

Già, ma qual è il bilancio previdenziale?

Coerenza vuole che, in un sistema previdenziale a ripartizione come quello vigente, in cui i contributi incamerati in un determinato periodo vengono utilizzati per finanziare le pensioni erogate in quello stesso periodo, l’entità dei contributi sia proporzionalmente commisurata.

Ed è quello che prevede l’inapplicato (ma vigente) art. 41 della legge n. 88 del 1989, sopra menzionato.

Ovvio che, invece, questa coerenza viene scardinata dalla confusione tra erogazioni previdenziali ed assistenziali.

Oltretutto, la gestione assistenziale, pure affidata all’INPS, presenta contorni tutt’altro che ben definiti.

Il 3° comma, lett. c, dell’art. 37 della legge n. 88 del 1989 ci fa capire molte cose: una “quota parte” di TUTTE, INDISCRIMINATAMENTE, le pensioni è qualificata come assistenziale.

Si tratta di un dato puramente empirico e convenzionale.

In concreto, è stata fissata una certa cifra nel 1988 (16.504 miliardi di lire) rivalutata annualmente. Nel 2016 si è trattato di 20,3 miliardi di euro che sono stati trasferiti all’INPS dal bilancio dello Stato, per coprire il disavanzo delle gestioni previdenziali (vd., sul punto, la relazione dell’Ufficio parlamentare di bilancio, flash n. 6, reperibile sul sito istituzionale www.upbilancio.it).

Ma quali sono le pensioni che hanno bisogno di questo sostegno assistenziale, e quali invece no?

Quali più e quali meno?

Non lo sappiamo.

E come si fa a stabilire se, e quanto, aumentare le aliquote contributive per mantenere in pareggio il bilancio previdenziale, ex art. 41 legge n. 88 del 1989?

Nemmeno possiamo saperlo, se non sappiamo precisamente qual è il bilancio (strettamente) previdenziale, nella descritta “confusione assistenziale”!

http://www.pensionatiesasperati.com/quello-che-tutti-dovrebbero-sapere/

Fatto. Analisi. Impatto di @vitalbaa su newslist.it di @masechi DA LEGGERE!

Come si dovrebbe legiferare e regolamentare in un paese civile, applicando continuamente AIR (analisi di impatto della regolamentazione) e VIR (verifica di impatto della regolamentazione) prima e dopo il processo decisionale.

L’articolo è l’ulteriore dimostrazione dell’interesse della newslist.it del grande Mario Sechi

Una vita sregolata

di Vitalba Azzollini

Il sottotitolo di questa newsletter  – “Fatto. Analisi. Impatto” (ma anche “Agenda”, come dirò) – è un invito a nozze per chi si occupa di regolamentazione. Quelle tre parole sono, al contempo, presupposto e spinta per l’evoluzione dell’ordinamento. Mi spiego meglio. Il mutamento della realtà è costante, il diritto deve tenere lo stesso ritmo: l’analisi dei fatti, quindi del contesto, così come quella degli impatti delle norme che intervengono sui fatti, è imprescindibile per ogni buon regolatore. Può aggiungersi anche altro. La regolamentazione è un costo, poiché impone oneri e limiti ai soggetti privati, spese di elaborazione ed attuazione a quelli pubblici. Un rule maker realmente accountable deve essere in grado di giustificare in modo trasparente che, tra le diverse opzioni normative a sua disposizione, ha scelto quella più efficace in termini di costi e benefici, dati i fini perseguiti. La scarsa attenzione a questo processo di valutazione ponderata ha determinato nel tempo discipline sovrabbondanti, inutili o poco coerenti. E i conseguenti effetti negativi su produttività, concorrenza, competitività del sistema economico nazionale sono evidenti (e attestati da studi sull’attrattività di diversi Paesi).

Dunque, “Fatto. Analisi. Impatto” è, in sintesi, il metodo che i regolatori nazionali – specificamente governo e autorità “tecniche” – dovrebbero  seguire (il condizionale è d’obbligo, come spiegherò oltre), non foss’altro perché è da anni un obbligo di legge. Come si attua in concreto questo metodo? Si attua, da un lato, mediante l’analisi di impatto della regolamentazione (AIR), strumento che serve a definire esattamente il problema da risolvere; individuare gli obiettivi perseguiti e costruire indicatori di carattere quantitativo che consentano di verificarne il grado di raggiungimento; consultare gli stakeholder; esaminare le varie opzioni di intervento (inclusa la cd. “opzione zero”, ossia il non intervento); comparare i vantaggi e gli svantaggi di ognuna di tali opzioni, considerandone gli effetti concorrenziali sul mercato e quantificandone il “prezzo” per cittadini e imprese; delineare un attendibile scenario del futuro funzionamento dell’opzione selezionata, soprattutto dei suoi possibili effetti inattesi o indesiderati, sulla base dei dati disponibili al momento della sua scelta. Dall’altro lato, il metodo citato si attua mediante la verifica di impatto della regolamentazione (VIR), che serve per vagliare il reale grado di raggiungimento degli obiettivi prefissati, misurato sulla base degli indicatori predefiniti; “manutenere” le leggi vigenti, onde permetterne nel tempo la correzione a seguito di eventuali disfunzioni o l’aggiornamento in relazione a sopravvenuti mutamenti fattuali e giuridici; abrogare le norme non più necessarie.

Ricapitolando, il metodo riassunto in “Fatto. Analisi. Impatto” – valutazione ex ante dell’adeguatezza della regolamentazione ed ex postdella sua concreta e perdurante efficacia – serve non solo a tenere l’ordinamento al passo di una realtà in costante trasformazione e a imporre ai regolatori di giustificare le proprie scelte in maniera trasparente, ma a garantire il buon funzionamento delle leggi. Quindi, è un metodo idoneo ad assicurare una regolamentazione di qualità. Come il Consiglio di Stato ha evidenziato in un recente parere – ove riassume i numerosi interventi in tema di better regulation da parte del legislatore nazionale, nonché dell’Unione Europea e dell’OCSE – “una norma ‘scritta bene’, che rispetti i requisiti di ‘qualità’ (…) in termini di consapevolezza dell’impatto su cittadini e imprese, reca un beneficio ulteriore – e costi sociali minori – rispetto ai benefici che il suo contenuto ‘di merito’ già prevede”. In altre parole, la valutazione degli impatti, garantendo la qualità delle regole, offre un “valore aggiunto” economicamente stimabile in termini di “maggiore efficacia, efficienza, sostenibilità e ‘durabilità’ delle normative”.

“Fatto. Analisi. Impatto” è il metodo che i regolatori nazionali dovrebbero seguire, dicevo usando scientemente il condizionale. Ne spiego la ragione. Come rilevato sempre dal Consiglio di Stato – e come si legge puntualmente nella Relazione sullo stato di attuazione della analisi di impatto della regolamentazione, presentata ogni anno dal Governo al Parlamento – le relazioni AIR sono il più delle volte poco approfondite, prive degli indicatori quantitativi utili a consentire la verifica dell’effettivo impatto delle norme; mancanti dell’analisi economica delle opzioni alternative di regolamentazione e lacunose riguardo all’opzione prescelta; carenti nell’analisi di “fattibilità”, cioè incuranti della successiva fase di attuazione, anche in termini di stima delle risorse – finanziarie e umane – necessarie. Quanto alle VIR, affermare che non ve ne sono molti esempi sarebbe un eufemismo. Questa è la foto del “metodo” – anche per i fallimenti serve metodo – con cui i regolatori nazionali hanno nel tempo affossato ogni italica aspirazione di better regulation. Peraltro, svuotando di significato AIR e VIR, hanno costantemente disatteso anche il c.d. regulatory budget (che impone di non introdurre nuovi oneri amministrativi senza averne prima eliminati altri), reso le consultazioni pubbliche dei meri pro-forma, ossia atti di politica fittizia, e molto altro. Ma qui mi fermo.

“Fatto. Analisi. Impatto” è il metodo con cui, in questa newsletter, partendo dai fatti esaminati, vengono tratte conclusioni, fondandole su analisi di dati e impatti svolte trasparentemente. E trasparenza è la caratteristica ineludibile di ognuno degli strumenti di better regulationsopra citati, nonché la chiave di volta per comprendere il loro insufficiente utilizzo, di AIR e VIR soprattutto. La trasparenza delle decisioni di regolazione – cioè la trasparenza delle valutazioni degli impatti, anche attraverso la loro pubblicazione su siti istituzionali – metterebbe i governanti nella condizione di dover rendere conto del proprio operato, consentendo all’elettorato di giudicarli con dati di fatto. Detto in termini più banali, ne disvelerebbe i poco realistici annunci di riforme mirabolanti, così come il mancato ottenimento di effetti previsti con noncurante leggerezza. Dunque, gli strumenti che garantiscono la qualità della regolazione, nonché la trasparenza del processo di rule making, contribuirebbero alla responsabilizzazione democratica dei rule makers stessi, date le conseguenze reputazionali (e soprattutto elettorali) cui potrebbero dar luogo. E’ più chiaro ora il perché in Italia tali strumenti non vengono usati – anzi, sono spesso demonizzati da politici e supporter – con la conseguenza che le leggi sono fatte male e operano ancora peggio?

Dimenticavo: nel sottotitolo di questa newsletter vi è anche la parola “Agenda”, cioè il “da farsi”, e ai fini di quanto detto sopra conta anche quella. La trasparente programmazione dell’attività normativa e, quindi, l’elenco delle iniziative di regolamentazione previste in un arco temporale preciso – con pubblicazione sui siti web istituzionali anche dei motivi per cui il programma non viene eventualmente rispettato – rappresenterebbe un impegno, la cui violazione nuocerebbe alla credibilità di chi l’ha assunto.

“Fatto. Analisi. Impatto. Agenda”. Così si chiude il cerchio.

Chi è l’autore. Vitalba Azzollini, giurista. Lavora presso un’Autorità di vigilanza. Scrive in tema di diritto su riviste on line (tra le altre, La Voce e Noise fron Amerika), blog (Phastidio e Istituto Bruno Leoni) e giornali. Autrice di paper per l’Istituto Bruno Leoni.

Una lettura obbligatoria: Exponential Organizations di Salim Ismail @WRicciardi @leadmedit

Una lettura estiva (forse sarebbe meglio dire uno studio estivo) di un libro affascinante: Exponential Organizations di Salim Ismail, edito da Marsilio nella collana Nodi.

Che cos’è un’organizzazione esponenziale? Essa è un’organizzazione il cui impatto (o output) risulta notevolmente superiore – almeno dieci volte – rispetto ai competitor, grazie all’utilizzo di nuove tecniche organizzative, che fanno leva sulle tecnologie in accelerazione.

Gestire organizzazioni esponenziali focalizzate sui clienti e non sui competitor esterni e sulle strutture interne tradizionali richiede una svolta epocale, paragonata a una nuova “era cambriana”. Richiede una nuova cultura e nuove e più dinamiche competenze.

Ho raccolto alcune frasi che mi hanno particolarmente colpito! Buona meditazione a tutti noi perché molti dei temi trattati riguardano anche la sanità!

  1. L’unica costante del mondo d’oggi è il cambiamento, e il ritmo del cambiamento sta aumentando.
  2. L’accelerazione (del cambiamento) è costituita dalle 6 D: digitalized, deceptive (ingannevole), disruptive (dirompente), dematerialized, demonetized, democratized.
  3. L’utilizzo di strumenti lineari e di tendenze del passato per fare previsioni su di un futuro in accelerazione è deleterio (vedi i casi di Iridium e Kodak).
  4. Gli esperti, in quasi tutti i campi, messi di fronte ad una crescita di tipo esponenziale, continuano sempre a pensare in un’ottica lineare, ignorando l’evidenza davanti ai loro occhi.
  5. Il vecchio detto secondo cui un esperto è “qualcuno che ti dice perché qualcosa non può essere fatta” è oggi più vero che mai.
  6. Nessuno degli indicatori tradizionali quali l’età, la reputazione e le vendite attuali possono garantire la sopravvivenza di un’azienda.
  7. La legge di Moore afferma che il rapporto prezzo/prestazione della potenza di calcolo raddoppia ogni diciotto mesi.
  8. “Le nostre organizzazioni sono fatte per resistere ai cambiamenti che arrivano dall’esterno” piuttosto che per accoglierli, anche quando sono utili (da John Hagel).
  9. Le strutture organizzative aziendali esistono proprio per annientare i fattori dirompenti di cambiamento.
  10. La maggior parte delle organizzazioni complesse si basa sulla cosiddetta “struttura a matrice” … Questa struttura è efficace nel garantire il controllo, ma è disastrosa in termini di individuazione delle responsabilità, di velocità e di propensione al rischio … Con il tempo, le funzioni orizzontali acquistano sempre più potere … Per le grandi organizzazioni con struttura a matrice attuare il cambiamento rapido e dirompente è qualcosa di estremamente difficile. Quelle che ci hanno provato, infatti, hanno sperimentato che il “sistema immunitario” dell’organizzazione tende a rispondere alla minaccia percepita attaccando.
  11. Le organizzazioni esponenziali hanno la capacità di adattarsi a un mondo in cui l’informazione è pervasiva e onnipresente e di convertirla in vantaggio competitivo.
  12. I tratti comuni delle organizzazioni esponenziali sono: il Massive Transformative Purpose (Mtp), cinque caratteristiche esterne denominate Scale e cinque interne denominate Ideas. Per essere un’organizzazione esponenziale, un’azienda deve avere il Mtp e almeno quattro caratteristiche.
  13. Il Mtp non è la missione: il Mtp è aspirational. Il fuoco è su ciò che si aspira a raggiungere.
  14. Scale: staff on demand; community and crowd; algoritmi, leveraged asset; engagement
  15. Ideas: interfacce; dashboard; experimentation; autonomia; tecnologie sociali.
  16. Il concetto di autonomia non implica non rendere conto a nessuno delle proprie azioni. Secondo Steve Denning, “In un network esistono ancora le gerarchie, ma esse tendono ad essere basate sulle competenze, e fanno affidamento più sull’accountability tra colleghi che su quella dovuta all’autorità, cioè sul dover rendere conto a qualcuno perché sa qualcosa e non per il semplice fatto che occupa una determinata posizione indipendentemente dalle competenze. Il ruolo del manager si trasforma, non viene abolito”
  17. Un’organizzazione esponenziale tende a essere una zero latency enterprise cioè un’azienda in cui si annulla l’intervallo tra ideazione, approvazione e realizzazione.
  18. In passato il lavoro si concentrava principalmente sull’importanza del quoziente intellettivo (QI), oggi il quoziente emotivo (QE) e quello spirituale (QS) stanno diventando indicatori sempre più rilevanti.
  19. Un secolo fa, la competizione si giocava principalmente sulla produzione, Quarant’anni fa, invece, il fattore decisivo divenne il marketing. Oggi, nell’era di internet, in cui produzione e marketing sono diventati merci e sono stati democratizzati, tutto ruota intorno a idee e ideali.
  20. Il piano strategico quinquennale è in sé uno strumento obsoleto … Esso è un suicidio per un’organizzazione esponenziale … L’unica soluzione è stabilire un Massive transformational Purpose (Mtp), costruire la struttura aziendale, adottare un piano (al massimo) annuale e osservare la crescita, con aggiustamenti progressivi e in tempo reale a seconda delle necessità.
  21. Nel mondo delle organizzazioni esponenziali, lo scopo (Mtp) è più importante della strategia e l’execution ha la precedenza sulla pianificazione.
  22. Arianna Huffington ha detto: “Preferisco lavorare con una persona meno brillante ma che sa fare gioco di squadra ed è chiara e diretta, piuttosto che con qualcuno molto brillante ma dannoso per l’organizzazione”.
  23. In un’organizzazione esponenziale, la cultura (con il Mtp e le tecnologie sociali) è il collante che garantisce la tenuta del team nonostante i salti quantici della crescita esponenziale. Secondo Chip Conley “la cultura è ciò che accade quando il capo non c’è”. E secondo Joi Ito “la cultura si mangia la strategia a colazione”.
  24. Sta diventando sempre più facile acquisire potere, ma è sempre è più difficile mantenerlo.
  25. Consiglio ai CEO delle grandi aziende di affiancare a chi occupa posizioni di leadership i venticinquenni più brillanti, per colmare il gap generazionale e tecnologico, per permettere a questi giovani di crescere più velocemente e per innescare un meccanismo di mentoring al contrario.
  26. Se siete un manager di Amazon e un dipendente viene da voi con una grande idea, la vostra risposta di default deve essere : Se volete dire di no, dovete motivare questo rifiuto con una relazione di due pagine spiegando perché non ritenete l’idea valida.
  27. Jeff Bezos (Amazon) ha detto: “ Se sei focalizzato sui competitor, devi aspettare che siano loro a fare la prima mossa, prima di agire. Concentrarsi sui clienti, invece, consente di essere dei pionieri”.
  28. Il miglior modo per definire questa macrotransizione verso organizzazioni esponenziali è considerarla un passaggio dalla scarsità all’abbondanza … Secondo Dave Blakely “queste nuove organizzazioni sono esponenziali perché prendono qualcosa di scarso e lo fanno diventare abbondante”.

Che cosa fare quando non si ha la competenza? @drsilenzi @redhenry88

L’attuale dibattito sui vaccini, come quello su ogni problema sociale complesso, rende urgente la risposta alla domanda: che cosa fare quando non si ha la competenza?

Adriano Sofri, su Il Foglio del 14 agosto 2004, ha tentato di dare una risposta a questa domanda.

“Ci sono due strade. Farsi una competenza, e su quella fondare una propria opinione non capricciosa. Oppure affidarsi prudentemente alla competenza altrui, e su quella fondare la propria cauta opinione”.

Stamane, su Radio24, Alessandro Milan e Oscar Giannino, solitamente prudenti e cauti, sono caduti nella trappola di un antivax veneto travestito da filosofo del diritto che ha dibattuto sulla libertà individuale, sparando comunque, senza essere minimamente contrastato, una serie di dati e informazioni volutamente sbagliate sulle coperture vaccinali, sugli interventi in corso di epidemie, ecc.

La mia reazione è stata che il linguaggio usato da Sofri nel 2004 è troppo aulico!

Meglio questo diagramma di flusso!

Sono certo che l’applicazione diffusa di questo diagramma è una pia illusione! Mi pare che viviamo in un periodo in cui chi urla di più impone le sue idiozie. Mao Tse Tung diceva: “Augura al tuo peggior nemico di vivere in tempi interessanti”! Il nostro è sicuramente un tempo interessante. O no?

Ora basta! Contrastare le bufale sui vaccini @drsilenzi

Andrea Silenzi su Facebook ha pubblicato un’ottima e sintetica presa di posizione per contrastare la diffusione di bufale sui vaccini. Eccola!

“Per chi, nonostante tutto quello che avete avuto modo di leggere in questi giorni sui giornali, ancora si chiedesse quale fosse la scientificità e autorevolezza alla base della pratica clinica dell’ormai ex medico radiato dall’Ordine dei Medici e Odontoiatri della provincia di Treviso, offro un esempio paradigmatico che sintetizza in poche righe l’infondatezza dei rimedi pubblicati sul sito web personale del predetto e ripresi anche nei social. Rimedi privi di qualsiasi fondamento a cui molti ignari pazienti (adulti e bambini) si affidavano (e forse ancora si affidano) come sempre ci si fida quando un medico – non una persona qualsiasi – consiglia qualcosa a qualcuno per il bene della propria salute.

È questa la cosa che, da medico, mi da più fastidio in questo come purtroppo in molti altri casi dove sono colleghi medici a farsi latori di teorie prive di evidenze scientifiche. Teorie che offuscano l’immagine della prevenzione vaccinale creando danni inimmaginabili fino a pochi anni fa: http://www.ansa.it/…/italy-becomes-us-travel-risk-for-measl….

Analizziamo, come esempio, i “consigli per prevenire le malattie invernali nei bambini”:

– Evitare il latte vaccino e i suoi derivati: questo consiglio è quasi obbligatorio per i bambini soggetti a forme catarrali delle prime vie aeree o a disturbi intestinali;
– Ridurre i cereali contenenti glutine e i loro derivati;
– facilitare il sonno nei bambini ….somministrando loro per tutto l’inverno anche la melatonina (2-3 mg la sera);
– Somministrare multivitaminici, ovviamente “naturali” – ma (cit.) “aggiungendo integratori (nutraceutici) a base di vitamina C (250-300 mg al giorno), vitamina D (800-1.000 unità al giorno), vitamina A (800-1.000 unità al giorno)” per tutto l’inverno;
– Somministrare multiminerali per tutto l’inverno, ma attenzione (cit.) “non è sufficiente un prodotto che contenga solo 8-10 minerali, perché nella nostra alimentazione mancano specialmente i microelementi, cioè i minerali in tracce. Consiglio allora di acquistare un multiminerale completo, come quello costituito da acqua di oceano adeguatamente purificata” (NB : 12 fiale di acqua di mare = costo 15 euro, consigliate 3 fiale al giorno nei bambini, 6 fiale al giorno negli adulti);
– Aggiungere prodotti a base di magnesio (150-200 mg al giorno) e zinco (10 mg al giorno) specialmente nei bambini più irrequieti e/o nervosi per tutto l’inverno;
– Somministrare probiotici tutti i giorni, per tutto l’inverno;

L’ex collega, infine, conclude dicendo (cit.) “non posso non ricordare che i consigli che ho dato andrebbero integrati anche con la terapia omeopatica, che svolge sicuramente una potente azione preventiva sia specifica che aspecifica nei confronti delle patologie infettive invernali”

Vieppiù che, non bastasse questa chiosa, il consiglio finale è che per saperne di più su come non far ammalare i bambini d’inverno, basta acquistare (cit.) “la mia pubblicazione più specifica”.

Tradotto: per non far venir l’influenza ad un bambino, i medici corrotti dalle aziende farmaceutiche somministrano un vaccino (costo 7-10€, una tantum), mentre quelli trasparenti e incorruttibili consigliano di spendere circa 50€ al giorno per 6 mesi /anno (9.000€, che se per caso hai due figli 18.000€).

Perché, si sa, le aziende che producono prodotti omeopatici, melatonina e nutraceutici vari sono dei gran benefattori.

Infine, il libro dell’ex collega (quello che il predetto chiama “pubblicazione” – forse per equipararlo, confondendo, a una pubblicazione scientifica?) per puro caso (veramente per puro caso) costa esattamente quanto il vaccino antiinfluenzale (10€) … ed è anch’esso un prodotto “una tantum”.

P.s. Se cercate informazioni corrette sulla salute, informazioni “anti-bufala”, rivolgetevi sempre a siti istituzionali e mai a siti di persone auto-emarginatisi per scelta dalla comunità scientifica internazionale.

P.p.s. Esiste poi la buona comunicazione online, dove si coniuga buona comunicazione con rigore scientifico e piena trasparenza con la comunità scientifica. È il caso di MedBunker di Salvo Di Grazia o delle pagine Roberto Burioni, Medico | VaccinarSì di Ulrike Schmidleithner e VaccinarSìdella SItI – Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica| IoVaccino | Rete Informazione Vaccini – RIV | Gavi, the Vaccine Alliance.
I “buoni” sanno essere anche “web-friendly”, insomma.
Fatene tesoro.”

 

A pediatrician gives vaccine advice to presidential candidates

A pediatrician gives vaccine advice to presidential candidates

 | CONDITIONS  

First, I’d like to thank you for taking the time to read this; I know you’re busy fund-raising and campaigning, so I’ll try to keep this brief. It’s recently become quite apparent that several of you have some misconceptions about our immunization program. That’s unfortunate for people who are seeking such a prominent position. I know science can be complicated, but public health is a pretty important topic. (It’s especially disappointing that the physicians among you don’t seem to fully understand this issue, but I suppose immunizations are outside your specific fields.)

Anyway, the following are a few brief facts about vaccines that I hope you will find useful in your next debate.

1. Vaccines do not cause autism. Numerous studies have demonstrated this, and a huge meta-analysis involving over 1.2 million children demonstrated that pretty clearly. Evidence doesn’t get any better than that.

2. The guy that started this whole autism/vaccine thing lost his license because of his fraudulent study, which has since been retracted.

3. “Too many, too soon” is not a thing. Children encounter many viruses and bacteria every day, and their immune systems are not overwhelmed. (And they don’t develop autism.)

4. Although a popular book about alternative vaccine schedules has been quite a hit, the guy that wrote it didn’t bother to prove that his schedule was effective or safer than the schedule developed by the most knowledgeable infectious disease experts in our great nation. He just made it up.

5. Spreading out immunizations has been shown not to reduce the risk of complications from vaccines. All it does is extend the time period during which children are at risk for these infections. And since the most significant risk of immunizations is driving to the office to get them, it creates some indirect risks as well.

6. While we obviously disagree about some of those points, I support your assertion that we shouldn’t bother immunizing against insignificant diseases. So I’ve narrowed the list down to the diseases that cause “death or crippling.” (The links are from the CDC, a government organization made up of people who know more than you do about infectious diseases. You should get to know them; they will work for one of you some day.)

7. Since you’re probably not familiar with the CDC vaccine schedule that you think people should avoid, I just listed every one of the vaccines it recommends. All of those diseases kill people. Fortunately, they don’t kill very many people anymore. (Because of vaccines.)

8. And since I know your world isn’t all about saving lives, vaccines save money, too. That might be a good talking point.

I could go into more details, and I’d be happy to speak to you personally if you’d like to hear more. In fact, there’s a huge network of pediatricians that would be happy to field the vaccine questions while you tend to your more important affairs. (We were actually going to talk to these families anyway, because their children are our patients.) But hopefully, this basic information has been enough to allow you to speak a little more intelligently about the topic–especially since one of you will be running our country.

But in the future, if you’re unsure about similarly complicated topics, please feel free admit your lack of knowledge and defer to the experts. That’s what real leaders do.

Chad Hayes is a pediatrician who blogs at his self-titled site, Chad Hayes, MD.

http://www.kevinmd.com/blog/2015/10/a-pediatrician-gives-vaccine-advice-to-presidential-candidates.html?utm_content=buffere6c81&utm_medium=social&utm_source=facebook.com&utm_campaign=buffer

 

Basta attenzione solo alla struttura, lavoriamo sul cambiamento dei sistemi organizzativi e della cultura

Sir Muir Gray ci ha offerto un (apparentemente) semplice schema di interpretazione dei servizi sanitari: ognuno di essi è caratterizzato da una struttura (istituzionale, giuridica, economica, geografica, fisica), da sistemi organizzativi (idealmente impostati per realizzare le finalità dei servizi sanitari), dalla cultura (generale, professionale, organizzativa).

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Dobbiamo riconoscere che in Italia, e in tutte le sue Regioni e Province autonome, l’unica modalità per introdurre un cambiamento dei servizi sanitari è quello di pensare a una riforma: cioè a un cambiamento della struttura (istituzionale, giuridica, economica, geografica, fisica). Nessuna attenzione, invece, viene dedicata alla necessità di cambiare i sistemi organizzativi e la cultura sottostante.

Il recente libro di Roberto Perotti (ex Commissario alla spending review) “Status quo” affronta il tema del “perché in Italia è così difficile cambiare le cose (e come cominciare a farlo)”.

Una frase, in particolare, mi ha colpito: “E’ proprio della mentalità giuridica attribuire importanza spropositata all’impianto istituzionale, compiacersi dell’eleganza formale e dell’equilibrismo di un compromesso, e immaginarsi che piccole variazioni a uno statuto possano portare benefici strutturali al paese. Se solo il mondo fosse così semplice…” (pag. 170).

Lavorare sui sistemi organizzativi e sui necessari cambiamenti culturali significherebbe “chinare la testa e lavorare” (R. Perotti, ibidem) sui problemi veri, sulla loro dimensione quantitativa e qualitativa, ipotizzare nuove soluzioni praticabili (socialmente e politicamente) e sostenibili (economicamente, professionalmente e culturalmente).

Certamente è più semplice fare una nuova legge, una nuova deliberazione, un nuovo atto aziendale pensando che un atto legislativo o amministrativo possano di per sé determinare il cambiamento.

Chissà se ce la faremo? Si dovrebbe cominciare smettendo di raccontarci bugie!

 

Può la Serenissima Repubblica di Venezia aiutarci a nominare “politicamente” direttori generali delle aziende sanitarie competenti? @WRicciardi @leadmedit @drsilenzi @redhenry88

Il recente convegno sulla corruzione in sanità ha riportato alla ribalta il problema delle nomine dei direttori generali delle aziende sanitarie, ritenute oggi troppo legate al potere discrezionale delle Regioni che non valuterebbero correttamente requisiti e competenze dei nominati, dando priorità all’affiliazione politica e alla nomina di yes men, semplici esecutori di desiderata politici più o meno leciti.

La lettura del libro di David van Reybrouck “Contro le elezioni: perché votare non è più democratico” mi suggerisce di proporre il metodo usato per una decina di secoli dalla Serenissima Repubblica di Venezia per “eleggere” il Doge. Si trattava di un sistema misto di sorteggio e di elezione, al fine di designare, comunque, una persona competente senza che la nomina fosse oggetto di liti anche cruente tra le famiglie nobili. Tutti i membri del Maggior Consiglio (oltre 500) scrivevano il loro nome e lo riponevano dentro una ballotta di legno (da cui deriva il termine ballottaggio); il più giovane consigliere si recava nella Basilica di San Marco dove chiamava il primo bambino tra gli otto e i dieci anni che incontrava; questo ballottino, innocente, estraeva 30 nomi che venivano ridotti a 9 con una seconda estrazione. I nove estratti, con una procedura di elezione a maggioranza (in realtà una cooptazione) allargavano il collegio elettorale a un totale di 40 persone. I 40 venivano ridotti per sorteggio a 12. Questa procedura di riduzione per sorteggio e d’incremento per elezione/cooptazione veniva ripetuta con lo stesso meccanismo fino al nono e penultimo “turno” dal quale si ottenevano 41 grandi elettori che si riunivano in conclave e eleggevano il Doge. L’intera procedura durava cinque giorni e si articolava in dieci fasi.

Potrebbe questo metodo essere utilmente usato per designare i direttori generali che devono gestire il servizio sanitario nazionale? Non vi è dubbio, a mio avviso, che i direttori generali, che amministrano ingenti risorse pubbliche, debbano essere nominati da chi risponde ai cittadini elettori. Per arrivare a una nomina “politica” che, tuttavia, assicuri la competenza dei nominati e sterilizzi gli effetti ritenuti negativi della attuale discrezionalità, si potrebbe costituire in ogni Regione un “Maggior Consiglio” composto da tutti i consiglieri regionali, da 20 consiglieri comunali estratti a sorte e (opzionale se si vuole coinvolgere il mondo professionale) da 10 rappresentanti delle professioni sanitarie (estratti a sorte dagli albi di ordini e collegi). Per sorteggio questi potrebbero essere ridotti a 31 persone, ulteriormente ridotti a 11 con una seconda estrazione. Questi, con un meccanismo di elezione/cooptazione, potrebbero coinvolgere altre persone fino a un massimo di 25. Proporrei di stabilire 5 turni di sorteggio (per ridurre il numero) e di elezione/cooptazione (per allargare il collegio). Al penultimo turno, si eleggono/cooptano 21 persone che si riuniscono e designano i direttori generali facendo riferimento all’elenco nazionale la cui istituzione è stata recentemente decisa dal Governo.

Naturalmente, l’intera procedura di sorteggio e di elezione/cooptazione dovrebbe essere attentamente supervisionata da un organismo di garanzia super partes: la storia ci insegna che, nel passato, le procedure pubbliche per l’estrazione dei commissari delle commissioni di concorso hanno mostrato poca trasparenza.

L’elenco nazionale dovrebbe, tuttavia, assicurare non solo il possesso di requisiti formali (laurea, anni di lavoro direzionale, ecc.), ma anche di standard di formazione di base, specialistica e continua e di competenze motivazionali, manageriali e di leadership senza le quali le nostre organizzazioni sanitarie non possono prosperare. Ma sul tema dell’elenco nazionale varrà la pena di offrire una riflessione a parte.

La procedura è solo apparentemente farraginosa: tutto si potrebbe risolvere in pochi giorni.

Questa riflessione potrebbe sembrare una provocazione. Se vogliamo lo è, ma in senso positivo: ha l’ambizione di suscitare una discussione che aiuti il sistema sanitario a selezionare i migliori, mantenendo la responsabilità della designazione in capo alla politica.

E’ solo un’idea preliminare che deve essere necessariamente affinata, discussa, criticata, sostituita magari da un’altra più brillante. Non affrontare il tema determina conseguenze negative sulla percezione che la pubblica opinione ha su chi gestisce ingenti risorse economiche e ha grandissime responsabilità nell’erogazione di servizi molto delicati per la vita stessa dei cittadini.

http://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/articolo.php?articolo_id=38656

 

BETTER HEALTH CARE AND LOWER COSTS @leadmedit @medici_Manager @pash22 @WRicciardi

REPORT TO THE PRESIDENT BETTER HEALTH CARE AND LOWER COSTS: ACCELERATING IMPROVEMENT THROUGH SYSTEMS ENGINEERING

Executive Summary

In recent years there has been success in expanding access to the health-care system, with millions gaining coverage in the past year due to the Affordable Care Act. With greater access, emphasis now turns to guaranteeing that care is both affordable and high-quality. Rising health-care costs are an important determinant of the Nation’s fiscal future, and they also affect the budgets for States, businesses, and families across the country. Health-care costs now approach a fifth of the economy, and careful reviews suggest that a significant portion of those costs does not lead to better health or better care.

Other industries have used a range of systems-engineering approaches to reduce waste and increase reliability, and health care could benefit from adopting some of these approaches. As in those other industries, systems engineering has often produced dramatically positive results in the small number of health-care organizations that have implemented such concepts. These efforts have transformed health care at a small scale, such as improving the efficiency of a hospital pharmacy, and at much larger scales, such as coordinating operations across an entire hospital system or across a community. Systems tools and methods, moreover, can be used to ensure that care is reliably safe, to eliminate inefficient processes that do not improve care quality or people’s health, and to ensure that health care is centered on patients and their families. Notwithstanding the instances in which these methods and techniques have been applied successfully, they remain underutilized throughout the broader system.

The primary barrier to greater use of systems methods and tools is the predominant fee-for-service payment system, which is a major disincentive to more efficient care. That system rewards procedures, not personalized care. To support needed change, the Nation needs to move more quickly to payment models that pay for value rather than volume. These new payment models depend on metrics to identify high-value care, which means that strong quality measures are needed, especially about health outcomes. With payment incentives aligned and quality information available, health care can take advantage of an array of approaches using systems engineering to redesign processes of care around the patient and bring community resources, as well as medical resources, together in support of that goal.

Additional barriers limit the spread and dissemination of systems methods and tools, such as insufficient data infrastructure and limited technical capabilities. These barriers are especially acute for practices with only one or a few physicians (small practices) or for community-wide efforts. To address these barriers, PCAST proposes the following overarching approaches where the Administration could make a difference:

  1. Accelerate alignment of payment systems with desired outcomes,
  2. Increase access to relevant health data and analytics,
  3. Provide technical assistance in systems-engineering approaches,
  4. Involve communities in improving health-care delivery,
  5. Share lessons learned from successful improvement efforts, and
  6. Train health professionals in new skills and approaches.

Through implementation of these strategies, systems tools and methods can play a major role in improving the value of the health-care system and improving the health of all Americans.

Summary of Recommendations

Recommendation 1: Accelerate the alignment of payment incentives and reported information with better outcomes for individuals and populations.

 

1.1  HealthandHumanServices(HHS)shouldconvenepublicandprivatepayers(includingMedicare,Medicaid, State programs, and commercial insurers) and employers to discuss how to accelerate the transition to outcomes-based payment, promote transparency, and provide tools and supports for practice transformation. This work could build on current alignment and measurement-improvement efforts at the Center for Medicare and Medicaid Services (CMS) and HHS broadly.

1.2  CMS should collaborate with the Agency for Healthcare Research and Quality (AHRQ) to develop the best measures (including outcomes) for patients and populations that can be readily assessed using current and future digital data sources. Such measures would create more meaningful information for providers and patients.

Recommendation 2: Accelerate efforts to develop the Nation’s health-data infrastructure.
2.1 HHS should continue, and accelerate, the creation of a robust health-data infrastructure through widespread adoption of interoperable electronic health records and accessible health information. Specific actions in this vein were proposed in the 2010 PCAST report on health information technology and the related 2014 JASON report to the Office of the National Coordinator for Health Information Technology (ONC).

Recommendation 3: Provide national leadership in systems engineering by increasing the supply of data available to benchmark performance, understand a community’s health, and examine broader regional or national trends.

3.1 HHS should create a senior leadership position, at the Assistant Secretary level, focused on health-care transformation to advance information science and data analytics. The duties for this position should include:

  • Inventory existing data sources, identify opportunities for alignment and integration, and increase awareness of their potential;
  • Expand access to existing data through open data initiatives;
  • Promote collaboration with other Federal partners and private organizations; and
  • Create a more focused and deep data-science capability through advancing data analytics and
  • implementation of systems engineering.

3.2 HHS should work with the private sector to accelerate public- and private-payer release of provider-level data about quality, safety, and cost to increase transparency and enable patients to make more informed decisions.

Recommendation 4: Increase technical assistance (for a defined period—3-5 years) to health-care professionals and communities in applying systems approaches.

4.1 HHS should launch a large-scale initiative to provide hands-on support to small practices to develop the capabilities, skills, and tools to provide better, more coordinated care to their patients. This initiative should build on existing initiatives, such as the ONC Regional Extension Centers and the Department of Commerce’s Manufacturing Extension Partnership.

Recommendation 5: Support efforts to engage communities in systematic health-care improvement.

 

5.1  HHSshouldcontinuetosupportStateandlocaleffortstotransformhealthcaresystemstoprovidebetter

care quality and overall value.

5.2  Future CMS Innovation Center programs should, as appropriate, incorporate systems-engineering

principles at the community level; set, assess, and achieve population-level goals; and encourage grantees

to engage stakeholders outside of the traditional health-care system.

5.3  HHS should leverage existing community needs assessment and planning processes, such as the

community health-needs assessments for non-profit hospitals, Accountable Care Organization (ACO) standards, health-department accreditation, and community health-center needs assessments, to promote systems thinking at the community level.

Recommendation 6: Establish awards, challenges, and prizes to promote the use of systems methods and tools in health care.

6.1 HHS and the Department of Commerce should build on the Baldrige awards to recognize health-care providers successfully applying system engineering approaches.

Recommendation 7: Build competencies and workforce for redesigning health care.

 

7.1  HHS should use a wide range of funding, program, and partnership levers to educate clinicians about

systems-engineering competencies for scalable health-care improvement.

7.2  HHS should collect, inventory, and disseminate best practices in curricular and learning activities, as well as encourage knowledge sharing through regional learning communities. These functions could be accomplished through the new extension-center functions.

7.3  HHS should create grant programs for developing innovative health professional curricula that include systems engineering and implementation science, and HHS should disseminate the grant products broadly.

7.4  HHS should fund systems-engineering centers of excellence to build a robust specialty in Health-

Improvement Science for physicians, nurses, health professionals, and administrators.

Full Report: http://www.whitehouse.gov/sites/default/files/microsites/ostp/PCAST/pcast_systems_engineering_in_healthcare_-_may_2014.pdf

How and why do countries vary so much in their use of health services? @WRicciardi @leadmedit @Medici_Manager @pash22

BY ADAM WAGSTAFF , http://bit.ly/1e48HAI

I’ve been struck recently by how little we (or at least I) seem to know about variations in use of health services across the world, and what drives them. Do people in, say, India or Mali use doctors “a lot” or “a little”. Even harder: do they “overuse” or “underuse” doctors? At least we could say whether doctor utilization rates in these countries are low or high compared to the rate for the developing world as a whole. But typically we don’t actually make such comparisons – we don’t have the numbers at our fingertips. Or at least I don’t.

I’m also struck by how strongly people feel about the factors that shape people’s use of services and what the consequences are. There are some who argue that the health problems in the developing world stem from people not getting care, and that people don’t get care because of shortages of doctors and infrastructure. There are others who argue that doctors are in fact quite plentiful – in principle; the problem is that in practice doctors are often absent from their clinic and people don’t get care at the right moment. There are others who argue that doctors are plentiful even in practice and people do get care; the problem is that the quality of the care is shockingly bad. Who’s right?

WHS to the rescue – again

As in a recent post of mine on Let’s Talk Development, I thought the World Health Survey might shed some light on these issues. The WHS was fielded in the early 2000’s in 70 countries – spanning the World Bank’s lower-, middle- and high-income categories. The WHS enumerators asked a randomly-selected adult in each household about his or her use of inpatient care and outpatient care; in the numbers that follow I’ve focused on use in the last 12 months. As I said in the earlier blog post, the WHS does have some drawbacks: it covers some regions fairly fully, other much less fully; it’s 10 years old; and all we can tell is whether inpatient or outpatient care was received, not the number of contacts. But despite these problems, the WHS gets us quite a long way.

A lot of variation – but not necessarily what you’d expect

The maps below show the inpatient admission and outpatient visit rate – actually the fraction of people who had at least one admission or visit in the last 12 months. Green countries are above the developing-country average; red countries are below it.
For IP admissions, most of the OECD countries are above the developing-country average (6.98%). Brazil, Namibia and the European and central Asian countries are also above it. African and Asian countries are mostly below or close to the developing-country average.

The picture is different for outpatient visits. Several OECD countries are actually below the developing-country average (27.52%). And for the most part, the countries below the developing-country average are in Africa: many are considerably below it (Mali stands out dramatically); only a few are above it (Kenya and Zambia stand out). By contrast, several countries in Asia are above the developing-country average: India and Pakistan are dramatically above it, but China and Vietnam are also above it; a few Asian countries are below it – Laos and Myanmar are considerably below it, Malaysia and the Philippines less so.

Do variations in doctor numbers and infrastructure explain variations in utilization?

The maps below show data on doctors and hospital beds per 1,000 persons. I got the data from the World Development Indicators, and took the country averages for the first half of the 2000s. As before, green countries are above the developing-country average; red countries are below it. The countries above the developing-country averages are mostly those in the OECD and Europe and central Asia, though in the case of doctors per 1,000 some of them are also in Latin America and the Caribbean. Except for China, most of Asian countries fall below the developing country average.

Correlating the WHS utilization data with the WDI doctor and beds data shows that doctors and beds per 1,000 persons are positively associated with outpatient visit and inpatient admission rates. A lack of doctors and beds looks like it could indeed be part of the explanation for low utilization rates, though of course we haven’t established causality.

But a lack of doctors and hospital beds is only part of the story. Together they “explain” only 60% of the cross-country variation in inpatient admission rates, while doctors “explain” an even smaller 20% of the cross-country variation in outpatient visit rates.

Some countries – India and Pakistan are examples – are below the developing-country average on doctors per 1,000 persons, but above the developing-country average on the outpatient visit rate. Doctors and hospitals in these countries treat far more patients than one would expect given the number of doctors and hospital beds in these countries. In these countries, it doesn’t look like accessibility is the pressing issue; as research by my colleague Jishnu Das confirms, at least in India, poor quality is the bigger problem.

By contrast, much – but not all – of Africa is in the opposite camp: these countries have inpatient admission and outpatient visit rates that are below what would be expected on the basis of their doctor and beds per 1,000 figures. So it’s not just that these countries lack doctors and beds; it’s also that people are not getting the level of contacts you’d expect from the existing staff and infrastructure. Here it looks like absenteeism could well be part of the story; recent research from my colleague Markus Goldstein confirms it – pregnant women whose first clinic visit coincided with a nurse’s attendance were found to be 46 percent more likely to deliver their baby in a hospital.

Two take away messages

Message #1 is that countries differ considerably in their utilization rates. Much of Asia visits doctors more regularly than both the developing world and the entire world; India’s consultation rate is a third higher than the global average. Africa stands out as the continent where outpatient visits and inpatient admissions lag behind the rest of the world.

Message #2 is that these variations are partly explained by differences in doctors and hospital beds per capita, but only partly. The problem goes deeper than hiring more doctors and building more hospitals. Africa has lower outpatient visit rates than its doctors per 1,000 figures would suggest, while the opposite is true of India and Pakistan. In Africa, it looks like the binding constraint may well be absenteeism, while in S Asia it looks like the first-order problem is the poor quality of care that’s actually delivered.

2013: The Year In Healthcare Charts @pash22 @Medici_Manager @WRicciardi

By Dan Munro , http://onforb.es/1bU2qCK

This is the 3rd and final installment of my year-end series for 2013.

Part 1: Healthcare’s Story Of The Year For 2013 – Pricing Transparency(here)

Part 2: Top Ten Healthcare Quotes For 2013 (here)

Like the Top Ten Healthcare Quotes, this collection of 15 charts is far from complete or comprehensive, but they are ones I found to be representative of a broader healthcare trend or story. In most cases, the charts are self explanatory, but in others they are simply gateways into larger, more compelling stories.

Given the complexities around data collection and presentation – there is often a lag between the current year and the latest available data from a major/reliable source.

As a part of what I called the “story of the year” (Healthcare Pricing Transparency – here) was this chart from Elizabeth Rosenthal’s multi-part series on “The $2.7 Trillion Medical Bill.”

NYTPriceComp

Source: The $2.7 Trillion Medical Bill by Elizabeth Rosenthal (here)

While it’s too early to call it a trend, this chart for ER visits (1996 – 2010) is notable because 2010 is the first time in 14 years that the consecutive upward trend was broken. The unknown at this stage is why and if it will continue (lots of speculation and debate), but it’s an important barometer for reasons around cost and healthcare more broadly.

ERVisits

Source: CDC / National Center for Healthcare Statistics (PDF here)

The Milliman Medical Index is another broad indicator around annual healthcare costs for a family of 4 with PPO coverage.

Milliman2013

Source: 2013 Milliman Medical Index (PDF here)

For Health Insurance Premiums alone (no accounting for “out-of-pocket” expenses), the Kaiser Family Foundation gave us these two related charts:

Kaiser1

Kaiser2

Source: Kaiser/HRET 2013 Employer Health Benefits Survey 2013 (PDF here)

According to Medscape – Orthopedics edged out Cardiology and Radiology as the specialty with the highest average annual compensation for 2012 (reported in 2013).

Medscape2012

Source: Medscape Physician Compensation Report 2013 – (26 slides here)

Obesity and related illnesses saw coverage from every direction throughout 2013. Once again, the relatively small town of McAllen Texas (population of about 135,000 and profiled by Atul Gawande in The Cost Conundrum – 2009here) was front and center again in a story by The Washington Post that included this provocative chart on the correlation (by U.S. region) of childhood obesity and poverty (as measured by the Federal Poverty Limit):

WaPoObesity

Source: The Washington Post – Too Much of Too Little by Eli Saslow(here)

This next chart has broad healthcare implications and the dubious distinction of making an entirely different list – “The Most Important Charts in the World” (at least according to “Wall Street’s ‘Brightest” Minds).

FoodStamps

Source: Wall Street’s Brightest Minds Reveal The Most Important Charts In The World [Chart #57 – Monthly Food Stamps by Nicholas Colas of the ConvergEx Group – here]

Another contributing factor to several healthcare related illnesses is the global consumption of sugar – and soda in particular. Once again, at least according to Credit Suisse, the U.S. is an outlier relative to all of the other industrialized countries.

CSGlobalSoda

Source: Credit Suisse Research Institute – Sugar: Consumption At A Crossroads (PDF here)

From their Biennial Health Insurance Survey, The Commonwealth Fund delivered this chart as a part of broader analysis that concluded: “In 2012, nearly half (46%) of U.S. adults ages 19 to 64, an estimated 84 million people, did not have insurance for the full year or had coverage that provided inadequate protection from health care costs.”

TCWFund

Source: The Commonwealth Fund Report – Insuring the Future (PDF here)

Reducing the number of uninsured continues to dominate the healthcare headlines more broadly and Sarah Kliff at the Washington Post used this chart to summarize the effect of the ACA on coverage by 2016.

SarahKliffWaPo1

Source: Obamacare Explained In 2 Minutes by Sarah Kliff at The Washington Post (video here)

No less than 3 of healthcare’s larger topics (Big Data, Gamification and Wearable User Interfaces) made it to the top of another chart – Gartner’s Hype Cycle for Emerging Technologies. All 3 appeared at (or near) the “Peak of Inflated Expectations.” Clearly the trend that Gartner was identifying is larger than just healthcare, but healthcare is a part of the broader picture too.

GartnerHC

Source: Gartner Hype Cycle For Emerging Technologies 2013 (here)

Big Pharma continued to make restitution to the Department of Justice for past grievances around overly aggressive marketing of some of their drugs. Just this month, GlaxoSmithKline announced their intent to change some of those practices – which included paying doctors (in a variety of ways) to sell their branded drugs. This chart (created by ProPublica for a larger piece on the flow of dollars from big pharma to providers) doesn’t include the Johnson & Johnson settlement on behalf of their subsidiary Janssen for $2.5 billion which was finalized and announced just last month (here).

PharmaDoJ

Source: Big Pharma’s Big Fines by Lena Groeger for ProPublica (here)

Pricing transparency throughout the year revealed wide variations – some of which was explained by L.E.K. Consulting in their analysis which produced this chart (for a broader discussion on the profit profiles ahead for hospitals under the Affordable Care Act). They make a compelling argument that only one of the 4 different payment types seen by hospitals is profitable and this one category of payment has to offset the negative margin of the other 3.

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Source: Hospital Economics and Healthcare Reform by Tip Kim and Scott Miller for L.E.K. Consulting (PDF here)

This final chart is one I’ve used extensively in the past, but has now been updated with OECD data for 2011. The older version was using data from 2009. Not much change – but strengthens the argument that we still have a long way to go in our healthcare reformation and transformation.

OECD2011

Source: OECD Health Data 2013 (Access the OECD StatExtracts Databaseonline here)

 

Talking about the Network Era @LeadMedit @Medici_Manager @WRicciardi @muirgray

By Harold Jarchehttp://bit.ly/1krMYIf

Interesting things happen when hyperlinks subvert hierarchy, as the writers of theCluetrain Manifesto said in 1999. Wikileaks, Edward Snowden, Arab Spring, and the Occupy Movement are just a few recent examples. Spying on entire populations is another network era phenomenon. In education, the current subversion is the MOOC, which has already itself been subverted by corporate interests. In the labour movement we are seeing things like alt-labour as well as a growing shareable economy. Networked, distributed businesses, like AirBNB, are disrupting existing models, with the inevitable push-back as they become successful.

Networks will transform education, business, the economy, and society even further. In the network era, the creative economy will gain dominance over the information and industrial economies. Professional knowledge distribution will move away from institutionalized business schools into networked communities of practice.

The key to a flourishing society in the network era will be distributed sense-making. Self-instruction, the basis of personal knowledge management, will be a requirement in a growing number of peer-to-peer networks. Networked learning will give rise to networked decision making. David Ronfeldt articulates this well, with his TIMN [Tribes-Institutions-Markets-Networks] framework. Anyone raised during the past several decades probably understands tribes and institutions and even market forces. This is a triform society(T+I+M). But what happens as we become a quadriform society (T+I+M+N)?

TIMN has long maintained that, beyond today’s common claims that government or market is the solution, we are entering a new era in which it will be said that the network is the solution (e.g., here and here). Aging contentions that turning to “the government” or “the market” is the way to address particular public-policy issues will eventually give way to innovative ideas that “the network” is the optimal solution.

In the network era we have to understand how to become contributing members of networks, for work and for life. This should be a major focus for all professional training and education.

“Reed’s Law” posits that value in networks increases exponentially as interactions move from a broadcasting model that offers “best content” (in which value is described by n, the number of consumers) to a network of peer-to-peer transactions (where the network’s value is based on “most members” and mathematically described by n2).  But by far the most valuable networks are based on those that facilitate group affiliations, Reed concluded. – David Bollier

Without good sense-making skills, the citizenry cannot understand complex issues that affect us all, such as individual privacy versus national security. These issues require networked, human intelligence, not broadcast sound bites, nor ‘learning objects’.

Sensemaking should drive policy. Policy drives decisions. Decisions, of course, need to be informed. If the People don’t know what makes their world go ‘round, the folks on the Hill sure won’t. Globalized governments can’t. – Gunther Sonnenfeld

As David Bollier concludes, “Legitimate authority is ultimately vested in a community’s ongoing, evolving social life, and not in ritualistic forms of citizenship.” Should not education move beyond ritualistic forms of subjects, classes, and certifications and toward ongoing, evolving social learning? How else will we be able to deal with the complexities of this networked, connected sphere that we inhabit?

Jon Husband says that we are all in this together.

The interconnected Information Age is beginning to show us that we’re all linked together – and that the whole system matters.

This principle applies to organizations, to networks of customers, suppliers, employees and communities, to our societies and to the planet.

New language for this principle is popping up everywhere – knowledge networks, intranets, communities of practice, systems thinking, swarming, social software, social networks, tipping points.

Awareness is the key.  Maintain an “open focus”.

Being aware of yourself, others and the effects of your actions and ways of being in relation to others is a fundamental requirement in these conditions.

To thrive in the network era we need to understand networks – social networks, value networks, information networks, etc. Therefore we will need network era fluency.

network era fluency

Network era fluency could be described as individuals and communities understanding and being part of global networks that influence various aspects of our lives. For individuals, the core skill will be critical thinking, or questioning all assumptions, including one’s own. People will learn though their various communities and in doing so, develop social literacy. Information literacy will be developed by connecting to many networks. Diversity of our knowledge networks can foster innovation and improve our collective ability to adapt.

Mass network era fluency will keep our knowledge networks social, diverse, and reflect many communities. This kind of fluency, by the majority of people, will be necessary to deal with the many complex issues facing humanity. We cannot address complex issues and networked forces unless we can knowledgeably discuss them. To understand the network era, we need first to be able to talk about it.

The network era has already changed politics, created new dominant business models, opened up learning, and is now changing how organizations operate – on the inside. Once we are able to talk about networks, we will see that many of our current work practices are rather obsolete. From how we determine the value of work, to how we calculate pay for work; organizations will need to adapt to the network era.

I think business leaders and HR departments do not understand this shift, or the fact that this shift is accelerating, so that in a year or two 75% of peoples’ value will be based on their network performance, their ability to contribute to and accept from others. – Stowe Boyd

 

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Solving the high rates of hospital readmissions @kevinmd @Medici_manager @pash22

By  , http://bit.ly/1abkQiX

Statistics show that about 1 in 5, or 20 percent of all Medicare patients are readmitted to hospital within 30 days of discharge. That’s a staggering number, not to mention all those patients that are readmitted frequently during the course of a year, but not necessarily within 30 days.

The problem of frequent hospital readmissions is actually one that exists all over the world and not just in the United States. Health care systems everywhere are seeking solutions to keep their patients healthier and away from hospital. Any doctor practicing at the frontlines will be able to tell you what a big issue this is right now. We regularly see the same patients on something of a merry-go-round of frequent hospital admissions, often with the same illness.

Why does this happen? This issue is complex. In my experience as a hospital medicine doctor, there are number of factors in play, falling into different categories according to the type of illness, availability of definitive treatment, and the social circumstances of the patient.

Severity of illness. Certain chronic conditions, such as congestive heart failure (CHF) and chronic obstructive pulmonary disease (COPD), when in their advanced stages, are very labile and prone to exacerbations. As much as doctors try to control these with medications, it’s a very difficult task, as it only takes a slight precipitant such as a minor infection or dietary indiscretion to push somebody over the edge. By their very nature chronic diseases tend to get worse over time. And with an aging population, these conditions are increasing in prevalence. Unless we find definitive cures, hospitalizations are always unfortunately a possibility.

Social situation. Patients who have inadequate family support tend to be admitted to hospital more frequently for a couple of reasons. Firstly, their threshold for being able to cope at home with their illness is much lower. Secondly, they will not be able to co-ordinate their regular follow up care so easily. We see the effects of this all the time at the frontlines — two patients with the same level of illness severity; one will be managed at home, the other will require hospital admission for several days.

Lack of follow-up. Many studies have shown that lack of follow-up with a primary care physician in the weeks after discharge can lead to a higher likelihood of re-hospitalization. Seeing a doctor quickly post discharge allows for any potential problems to be “nipped in the bud”. It also allows for care co-ordination and medication reconciliation. Sadly, a large number of patients do not have a regular primary care doctor (mostly for insurance reasons). They therefore tend to use the emergency room as their first point of contact when they feel unwell again.

Suboptimal discharge process. By its’ very nature, the process of discharging a complicated patient from hospital is one that is fraught with possible problems. The discharge process needs to be thorough, seamless and diligent. Areas for improvement in most hospitals include medication reconciliation, clarifying follow-up appointments, follow-up laboratory tests, and making sure that the patient and family is clear about these instructions. Too often, this process is rushed and glossed over. Nothing beats having the doctor sit down with the patient and their family, spending time reviewing all the pertinent information.

Low health literacy. Many patients are not fully educated and informed about the nature of their illness and how best to manage it at home. This can be dealt with by regular reinforcement and utilizing home nursing services to keep on checking in with the patient post-discharge.

Certain very obvious patterns do exist in how patients tend to be readmitted to hospital. Several initiatives are underway across the country to try and improve the situation. Primary care doctors, specialty clinics, home nursing services, and even social workers are all being utilized as part of a team-based approach. The strategies broadly involve:

  • Identifying high-risk patients early
  • Educating the patient and involving family members
  • Having very close follow-up with a collaborative care team

As part of health care reform, hospitals are also facing financial penalties for consistently high readmission rates. But financial penalties alone aren’t the answer, especially for “safety net” hospitals that struggle more with this problem. It’s important to remember that the drive to reduce readmissions is not just about saving the health care system money, but ultimately about keeping our patients healthier and stronger. Whatever can be done to keep them at home enjoying life as much as possible instead of lying in a hospital bed, can only be a good thing.

Suneel Dhand is an internal medicine physician and author of Thomas Jefferson: Lessons from a Secret Buddha and High Percentage Wellness Steps: Natural, Proven, Everyday Steps to Improve Your Health & Well-being.  He blogs at his self-titled site, Suneel Dhand.