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Certificato, passaporto, pass. Grande è la confusione sotto il cielo, quindi la situazione (NON) è eccellente!

Carlo Favaretti, medico di sanità pubblica

Inizia il caos concettuale e comunicativo della politica UE e Italiana che disorienterà ulteriormente i cittadini che, alla fine, rimarranno delusi e saranno inviperiti.

Il Commissario UE Breton ha affermato: “passaporto sanitario dal 15 giugno”. Il Ministro Speranza ha annunciato: “Il Green Pass europeo connesso alle vaccinazioni è la strada giusta per ricominciare a viaggiare in sicurezza”.

Quali sono i termini della questione?

Entro qualche settimana, il Parlamento Europeo dovrebbe discutere e approvare la “Proposal for a Regulation of the European Parliament and of the Council on a framework for the issuance, verification and acceptance of interoperable certificates on vaccination, testing and recovery to facilitate free movement during the COVID-19 pandemic (Digital Green Certificate)”.   

La proposta è orientata al rilascio, verifica, e accettazione di certificati interoperabili di vaccinazione, di test e di guarigione con l’obiettivo di salvaguardare il principio di libera circolazione e residenza dei cittadini europei oggi limitata dalla pandemia sulla base di restrizioni nazionali. 

Essa dovrebbe consentire di applicare la raccomandazione che il Consiglio Europeo (Consiglio dei Capi di Stato e di Governo dei Paesi dell’Unione) ha adottato il 13 ottobre 2020 (Council Recommendation (EU)2020/1475), e ha emendato il 1.2.2021 (Council Recommendation (EU) 2021/119), al fine di coordinare l’approccio alle restrizioni di libera circolazione dei cittadini durante la pandemia. Tale coordinamento dovrebbe riguardare: l’applicazione di criteri comuni e di soglie per le restrizioni di movimento; la mappatura del rischio di trasmissione di COVID-19 (pubblicato da ECDC) basata su codici colore condivisi; la definizione di misure da applicare alle persone che si muovono tra le diverse aree in funzione del livello di rischio di trasmissione in quelle aree. L’approccio dovrà comunque tenere conto del principio generale di proporzionalità e non discriminazione.

Proprio per rispettare questo principio la proposta tiene conto del fatto che i bambini ed adolescenti non possono oggi essere vaccinati e che alcuni adulti non possono essere sottoposti a vaccinazioni per ragioni biologiche. Essa, quindi, prevede non solo certificati di vaccinazione, ma anche di documenti attestanti la negatività di test diagnostici, nonché attestati di guarigione da una precedente infezione da SARS-CoV-2.

Il possesso del Digital Green Certificate vuole “facilitare il libero movimento”, ma non “dovrebbe essere una precondizione per l’esercizio della libera circolazione”. Esso non dovrebbe prevedere la creazione di un data base europeo, ma dovrebbe permettere la verifica decentrata dei certificati firmati digitalmente sulla base di sistemi interoperabili.

In considerazione dell’urgenza, la Commissione non condotto alcuna valutazione di impatto della proposta.

L’impressione generale è che l’approccio europeo sia, come quasi sempre accade, di tipo giuridico e legalistico ad un problema di enorme complessità sanitaria, economica e sociale. Sul piano tecnologico, poi, molti hanno già sollevato qualche osservazione critica anche sulla base dell’esperienza negativa con le APP di tracciamento dei contatti.

Se le parole hanno un significato, tuttavia, la proposta in discussione parla di CERTIFICATO e NON di PASSAPORTO! Per meglio intendersi: un certificato è un documento rilasciato da un soggetto competente che documenta l’attendibilità di un dato, nel nostro caso riferito ad una persona; un passaporto è un documento di identità valido per il passaggio da uno stato all’altro (anche se tale passaggio può essere comunque regolato, per esempio da un visto).

Poiché un certificato deve documentare l’attendibilità di un dato, il problema è stabilire che tipo di dato sia certificabile.

Mi sembra che sia facilmente certificabile il dato di avvenuta vaccinazione. Il Digital Green Certificate è, nei fatti, un’evoluzione tecnologica del classico certificato internazionale di vaccinazione per la febbre gialla. 

Anche il risultato di un test diagnostico è, apparentemente, un dato certificabile, in quanto riferito ad una data precisa di esecuzione, ma dal punto di vista del controllo della pandemia, sarà importante sapere se esso derivi da un test molecolare (gold standard) o da un test antigenico rapido, che ha sensibilità minore e variabile a seconda delle tipologie di test. Quindi, un dato in sé certificabile potrebbe, comunque, determinare la circolazione di una quota variabile di soggetti falsamente negativi, soprattutto ai test antigenici, o di soggetti negativi nel dato momento che si possono reinfettare successivamente, che potrebbero accendere focolai in zone a bassa incidenza.

Le cose si complicano ancora quando si deve certificare la guarigione. La proposta europea parla di “guarigione (recovery) da una precedente infezione da SARS-CoV-2”. Anche in questo caso si tratta di un fatto in sé certificabile (documentando test negativi e/o dimissione ospedaliera e/o uscita dall’isolamento), ma che non considera la possibilità di reinfezione e il suo effetto nella circolazione del virus.

Insomma, la proposta non deriva da un esame multidisciplinare di un problema complesso, ma dall’urgenza di dare una risposta, formale e non sostanziale, all’esigenza economica e sociale di permettere l’allentamento delle restrizioni alla libertà di movimento tra gli Stati Membri.

Anche se il certificato è, nei fatti, una nuova tecnologia sanitaria che dovrebbe essere valutata secondo la metodologia del health technology assessment (per esempio, in termini di efficacia, sicurezza, efficienza, organizzazione, etica, ecc.), la Commissione Europea ha scelto di non svolgere alcuna analisi di impatto!

Anche a livello internazionale si è aperto un dibattito piuttosto critico. Alcuni temono che un’ampia applicazione di certificati simili possa prolungare l’epidemia e aumentare il pericolo, oltre a fare crescere le diseguaglianze e le discriminazioni. Emerge l’esigenza che le decisioni in questa delicata materia derivino da politiche (policies) basate sulle prove scientifiche disponibili, che non rafforzino le diseguaglianze e la diffidenza e che siano focalizzate sul raggiungimento di obiettivi di sanità pubblica.

Non mi sembra che l’impostazione della proposta europea vada in questa direzione!

In conclusione, il Digital Green Certificate sarà un CERTIFICATO e NON un PASSAPORTO. Esso certificherà, con tutti i problemi sopra ricordati a grandi linee, l’esecuzione della vaccinazione, la negatività a un test, la guarigione. Non sarà certamente un certificato di immunità

A tal proposito, il lessico è fondamentale in quanto la consapevolezza dei cittadini e il mantenimento di comportamenti individuali ispirati all’estrema prudenza (mascherina, distanza fisica, lavaggio frequente delle mani e aerazione degli ambienti confinati) è e resterà comunque essenziale per il controllo della pandemia.

Speriamo che l’informazione veicolata da politici, giornalisti e social media sia ampia e corretta, non ricorra a scorciatoie ispirate da un uso scorretto dell’inglese e non crei confusione in una popolazione stanca e perciò disponibile a farsi illudere da affermazioni falsamente “tranquillizzanti e ottimistiche”.

Sprechi in sanità: considerazioni di Oscar Bertetto

In molti settori della nostra società si parla di sprechi, compresa naturalmente la sanità. Credo però che sia riduttivo interpretare gli sprechi solo in senso economico con una visione tutta finanziaria soprattutto se limitata ai singoli esercizi annuali di bilancio. Alcuni investimenti richiedono infatti tempo per dimostrare di essere produttivi; pensiamo agli interventi in ambito preventivo che richiedono un costo iniziale ma sicuramente portano col tempo risparmi nel costo delle cure, al di là dei vantaggi in termini di qualità della vita per i pazienti. Diagnosticare un tumore in fase iniziale rispetto a fasi più avanzate comporta trattamenti molto meno costosi e meno invalidanti e rischiosi per il malato. Anche non essere determinati nelle decisioni, chiari nelle scelte operative, precisi e coordinati nelle procedure costituiscono sprechi. Così come lo è ogni ritardo, riinvio, duplicazione di prestazioni, incertezza nelle scelte. Può diventare uno spreco in sanità anche il non ascolto dei pazienti perché le loro parole potrebbero guidarci con maggiore sicurezza e rapidità verso una corretta diagnosi e le successive terapie. Spesso i malati sono ottimi consiglieri, aiutano a non compiere errori, ci trasmettono con lucidità osservazioni importanti e questo porta a un migliore utilizzo delle risorse, a una reciproca fiducia che migliora l’aderenza alle terapie, a una minore prescrizione di esami spesso poco utili e a un risparmio sul consumo di farmaci. Molti passaggi burocratici, la necessità di richieste e la compilazione di documentii non sempre motivate sono altrettanti sprechi soprattutto quando sono incombenze attribuite a personale altamente qualificato che viene così distolto da quella che dovrebbe essere la sua attività prioritaria. Potrei continuare con molti esempi che vanno dai ritardi nella introduzione dell’informatica alla farraginosa e lenta conduzione degli appalti, dalla mancanza di reali controlli su indicatori di appropriatezza sostituiti da formali verifiche prive di efficacia nell’indurre veri cambiamenti vituosi, ma é sabato sera e credo dobbiate concedervi una serena serata.

La nuova lotta di classe di Lorenzo Castellani

Interessantissima analisi di Lorenzo Castellani e utili consigli di lettura!
Da News List di Mario Sechi http://bit.ly/2vzamAn

La nuova lotta di classe

Lavoro, capitale, politica. Il libro di Michael Lind, “The New Class War”, sul conflitto della contemporaneità. Una divisione prima di tutto geografica tra le aree urbane e le Vandee delle periferie. Un’indagine di Lorenzo Castellani sulla tecnocrazia e il populismo

di Lorenzo Castellani

È tornata la lotta di classe. Su List lo abbiamo scritto spesso, e non tanto in termini marxisti e materialisti quanto come scontro politico tra gruppi diversi, sul piano socio-culturale, all’interno degli Stati nazionali. E’ una tesi che inizia a farsi largo anche a livello internazionale. L’ultimo magistrale libro di Michael Lind, intitolatoThe New Class War, descrive precisamente ciò che ci troviamo davanti e rifiutiamo di vedere.

La tesi di Lind è semplice e potente: siamo nella mani di una élite tecnocratica, che vive asserragliata nelle sue enclave, fuori c’è una classe media e operaia (l’autore non ha paura di usare working class per raggruppare tutti coloro che sono fuori dal giro dell’establishment, vivono in realtà periferiche e territorializzate) sempre più disorientata ed incattivita.

La divisione, per Lind, è prima di tutto geografica. I tecnocrati, termine usato qui genericamente per indicare tutti coloro che hanno elevate competenze certificate da un sistema universitario internazionale sempre più oneroso, vivono negli hubs, le grandi aree urbane dove si concentrano finanza, multinazionali, tecnologia, media, servizi di consulenza. Gli stessi si descrivono come “creativi”, “competenti”, “élite digitale”, “brain hubs”, “thinkepreneur”, “smart”.

Dall’altro lato, appena fuori le metropoli oppure dispersa per le varie Vandee del mondo, c’è la working class. Sono coloro che sono ancorati al modello “tradizionale”, nella terminologia delle élite progressiste, che vivono nelle province e nelle periferie, che credono nella famiglia tradizionale, nella proprietà immobiliare, usano l’auto e coltivano miti nazional-popolari e strapaesani. Non sono necessariamente “i poveri”, perché un imprenditore di provincia o un artigiano guadagnano spesso molto di più di un giornalista patinato, ma diversa è la loro cultura.

La working class nazionale, inoltre, è costretta a mescolarsi con i nuovi arrivati, gli immigrati. Dinamica sociale che alimenta la paure dei residenti, ma che tarpa anche le ali ai nuovi arrivati segregandoli nelle periferie e spingendoli a lavorare come manodopera a basso prezzo (badanti, colf, giardinieri ecc). Di fatti, per i nati fuori dall’énclave tecnocratica la strada per raggiungere gli hubs è lunga e accidentata, sostiene Lind, checché ne dicano gli apostoli della meritocrazia. Sì perché la grande maggioranza di quelli che entrano a far parte dei tecnocratici parte avvantaggiata: figli di genitori laureati e/o con una condizione economica superiore alla media. Insomma, il sistema premia il merito, ma solo se ci sono determinate condizioni di partenza e se l’individuo è disposto a sposare i valori dell’establishment fatti di identità blande, diritti individuali, ecologismo, mobilità lavorativa.

Grazie a questa chiusura ermetica, l’ideologia della classe tecnocratica è un’ipocrita sintesi tra individualismo assoluto e disciplinamento autoritario. L’individuo deve (non può) essere libero da ogni legame famigliare, geografico, sociale della tradizione. Il meritevole deve farsi tecnocrate globale, pluralista, aperto alla diversità di genere ed etnia, ecologico, aperto. Al tempo stesso, però, le uniche idee accettabili sono quelle della stessa classe tecnocratica. Tutto il resto, che resta fuori, è populismo, fascismo, bigottismo, analfabetismo funzionale. Il vecchio mondo borghese in cui la famiglia, il patrimonio, la comunità erano valori deve essere spazzato via. Seppellito insieme ai suoi status symbol come la proprietà immobiliari, il cibo troppo calorico e le auto.

Scrive Lind che c’è “una nuova ortodossia della competente classe manageriale, i cui membri dominano simultaneamente le burocrazie, le assemblee societarie, le università, le fondazioni e i media del mondo occidentale.” E “il suo modello economico si basa su tasse, regolamentazioni, arbitrati e mercato del lavoro globali, che indeboliscono sia la democrazia degli stati nazionali che la maggioranza della classe operaia nazionale.

Il suo modello preferito di governo è apolitico, non maggioritario, elitista, tecnocratico.” Una élite che, come descritta da Jonah Goldberg in Miracolo e suicidio dell’Occidente, altro libro prezioso appena pubblicato in Italia da LiberiLibri, assume caratteri anti-concorrenziali, burocratici, anti-comunitari e centralizzatori. Ha la smania, in sostanza, di gestire tutto dal centro e di correggere tutto attraverso lo Stato, le istituzioni sovranazionali ed i tribunali, esponendosi a pericolosi fallimenti per la naturale fallacia in cui incorre chi pretende il controllo totale sulla società.

E da qui, tornando a Lind, la lotta di classe. Perché i territorializzati, minacciati dalle dinamiche dell’economia globale e dall’immigrazione, ricorrono all’unica arma possibile nel mondo occidentale: il voto. Un movimento elettorale di reazione, quello che ha scosso i regimi democratici degli ultimi dieci anni.

Entrano in gioco, a questo punto, i populisti. Per Lind il populismo è una reazione, una resistenza alla vittoria completa della classe tecnocratica, che ha maggiori risorse e potere ma numeri inferiori alla classe periferica. I populisti hanno cambiato coordinate alla politica. Il centrismo vincente degli anni novanta, quello dei Blair, dei Clinton, dei Bush, dei Berlusconi si basava su idee economiche liberali (centrodestra) e su un approccio etico aperto (progressista o, quantomeno, non tradizionalista). Quello dei populisti è l’esatto contrario, per questo è scomparso il centro ed i tecnocratici continuano a non volerlo comprendere, si basa su idee economiche di sinistra (Stato sociale) e su posizioni etiche di destra (tradizionaliste). In cui il collante più forte è l’opposizione alla classe tecnocratica e progressista che, nel frattempo, si è avvantaggiata della globalizzazione economica ed istituzionale occupando gran parte dei posti di potere nel mercato e nelle istituzioni non-maggioritarie. Qual è il problema del populismo? Lind non è tenero: i movimenti populisti reagiscono, protestano, frenano, ma non governano. Se e quando governano, faticano a costruire una propria élite, un contro-establishment capace di ricondurre alla ragionevolezza la classe tecnocratica, tenere unita la società, trovare un accordo tra le due classi. È per questo che la politica occidentale rischia di andare a rotoli, perché nessuno riesce a costruire un New Deal. Troppo sprovveduti i populisti, troppo cieca e sfacciata la classe tecnocratica. I due mondi non si connettono, nessuno coglie la raffinatezza del buon viso a cattivo gioco e della mediazione. E scrive Lind, fornendo una potente suggestione, che il rischio è quello della deriva sudamericana in cui oligarchie oppressive provocano cicliche e distruttive reazioni populiste. È il tecnopopulismo, regime in cui le due anime, le due classi, convivono nel rischio dell’autodistruzione. Quanto manca al collasso del sistema? Non lo sappiamo, ma come ammoniva George Orwell nei regimi tecnocratici vi è sempre il rischio “di una società gerarchica, con in cima una aristocrazia della competenza e in basso una massa di semi-schiavi”.

Dove finisce il ragionamento di Lind? Come si guarisce dalla malattia? L’intellettuale americano sfocia in quello che potremmo chiamare neo-corporativismo, e che Lind chiama pluralismo democratico. Non si tratta di rievocare il corporativismo fascista, esperimento nella pratica di poco successo perché effettuato in una cornice statalista, autoritaria e dominata dal partito unico, ma di una tradizione che parte dal sociologo Durkheim e s’integra con i pensatori federalisti, come Thomas Jefferson. L’unico modo per trovare un patto tra le due classi è fornire gli strumenti per cui possa avvenire una trattativa: rivivificare i sindacati, ri-territorializzare la politica, addomesticare il capitalismo. Fondare la società su un ordine tripartito: lavoro, capitale, politica. Che dovranno tornare a cooperare all’interno di nuovi ordini camerali e territoriali. La working class, ben più numerosa e diffusa dei tecnocrati, deve utilizzare questi strumenti per far valere il proprio potere. Un maggiore controllo sulla politica, sulla finanza pubblica, sul commercio, sull’immigrazione ed un rapporto più stretto con il mondo economico-finanziario sono gli antidoti al tecno-populismo, all’oligarchia demagogica in cui rischiamo di precipitare. In questo processo la maturazione dei movimenti nazional-populisti è fondamentale, il passaggio dalla reazione alla progettazione di un nuovo ordine è essenziale. Ma anche nelle élite tecnocratiche servono pontieri che possano favorire questi processi federativi e spingere affinché si rafforzi il controllo dal basso del potere. Per molti aspetti questo ragionamento coincide con quello di Joshua Goldberg, che parte da posizioni più conservatrici ma alla fine ci riconduce nel suo libro alla necessità di riscoprire e difendere lo spirito originario dell’Occidente. Un approccio che aveva trovato spazio anche nelle riflessioni di importanti, ma spesso fuori dal coro del conformismo, pensatori italiani come Gianfranco Miglio e Geminello Alvi.

La diagnosi della malattia della nostra società è ormai accurata. Riusciranno vecchie e nuove élite a forgiare un nuovo patto? O siamo forse destinati a dividerci tra le due disastrose derive, quella orwelliana e quella sudamericana?

Stiamo già uscendo dall’euro?

Dalle dichiarazioni incendiarie contro le regole europee alla proposta di una Bce come bancomat del governo. Dall’oro della Banca d’Italia ai minibot. La prospettiva di un’Italexit sulla carta è fallimentare, ma la Lega sta facendo di tutto per renderla possibile. Inchiesta sul piano B

https://www.ilfoglio.it/economia/2019/06/17/news/stiamo-gia-uscendo-dalleuro-260747/

Davvero Matteo Salvini vuole portare l’Italia fuori dall’euro? Chi fosse ancora scettico sulle reali intenzioni della Lega dovrebbe sapere che questo quesito ha già avuto una risposta inequivocabile: “La questione dell’euro l’abbiamo tirata fuori io e Bagnai – ha dichiarato il responsabile economico del partito, Claudio Borghi, in un’intervista poco precedente alle elezioni politiche –, la questione dell’euro politicamente l’ha posta la Lega nord, quando alle elezioni europee si presentò addirittura con il simbolo ‘Basta euro’. Come si può pensare che sia una cosa che non vogliamo fare?”. Ecco, è questa la vera domanda, quella che il presidente della commissione Bilancio della Camera esorta a porsi: non se la Lega voglia uscire dall’euro, ma come si possa anche solo immaginare che non voglia farlo. “Se sembra un’anatra, nuota come un’anatra e fa qua-qua come un’anatra, allora molto probabilmente è un’anatra”, dice il duck test.

I dubbi sulle intenzioni della Lega sono iniziati a sorgere perché da un anno a questa parte, in seguito alla travagliata nascita del governo gialloverde, i dirigenti leghisti mentre si muovevano a passo d’anatra nelle istituzioni, ogni volta che starnazzavano, negavano di essere anatre. Cioè facevano professione di fede nella moneta unica. Le azioni e i fatti, però, sono andati in tutt’altra e univoca direzione: dalle dichiarazioni incendiarie contro le regole europee ai documenti sulla trasformazione della Bce in bancomat dei governi, passando per le proposte sull’oro della Banca d’Italia fino ad arrivare ai minibot, il governo sta conducendo il paese verso la porta d’uscita. Che questi siano tanti pezzi di una strategia politica che ha come obiettivo finale l’abbandono dell’euro lo ha spiegato lo stesso Borghi: “E’ evidente che io voglio uscire dall’euro e così lo vuole Matteo Salvini”. In quel lungo dialogo con Claudio Messora, ex responsabile della comunicazione del M5s in Europa, risalente a fine dicembre 2017, Borghi descrive per filo e per segno il percorso che la Lega avrebbe attuato una volta al governo.

“Non posso permettermi di dire: ‘Io esco dall’euro’ il giorno dopo che sono eletto – dice –. C’è tutta una parte di preparazione che va fatta, che può essere condivisa anche da partiti che non hanno nel programma di uscire dall’euro”. Borghi spiega così la sua ricetta per l’Italexit: “Se io voglio fare la carbonara e un altro non la vuole ma gli piace la pancetta o le uova, già il fatto di comprare le uova e la pancetta affumicata è un passo avanti. Se ragiono sapendo che devo fare dei passi precisi e questi passi in sé sono condivisi da qualcun altro che non condivide il punto finale, non importa perché tanto io in ogni caso dovrei andare a prendere la pancetta e le uova. Ho tempo di convincerlo e intanto passo questa fase di adattamento”. Pertanto non si tratta di proporre al paese una pietanza che non vuole ingurgitare, ma di convincerlo a procurarsi tutti gli ingredienti necessari a prepararla per poi servirla quando non ci sarà alternativa: o mangi questa minestra o ti butti dalla finestra. “Sto cercando, anche all’interno del mio partito, di scomporre la questione uscita dall’euro in ingredienti, i quali possono essere condivisi – prosegue Borghi –. La questione Banca d’Italia la trattiamo singola; la questione moneta in circolazione, stampa di moneta, la trattiamo singola; la questione gestione di debiti e crediti, gestione di Target 2, la trattiamo singola. Ogni cosa è un ingrediente che se riesco a sistemarli… poi la volontà politica per schiacciare il bottone finale la si costruisce”.

European Public Health WEEK13-17 May 2019: an EUPHA initiative

European Public Health WEEK

13-17 May 2019 

Europe unites to throw spotlight on public health

More than 70 events in over 25 countries take place between 13 and 17 May
in first ever European Public Health Week
8 May 2019

For immediate release

Ahead of Europe Day, the public health community in Europe prepares to unite. Between 13 and 17 May, more than 70 events across at least 25 countries will celebrate healthy populations and raise awareness about public health. Everyone is invited to organise and join these local, national and regional activities of the first ever European Public Health Week (EUPHW).

Initiated by the European Public Health Association (EUPHA), co-organised by the European Commission and supported by the WHO Regional Office for Europe, the innovative initiative launches on Monday 13 May in a two-hour kick-off in Brussels. EUPHW event organisers will answer questions from the audience in the room and via live streaming, and participants will join a “walkinar” through a city park to promote ‘physical activity’, the theme of the first day.

Events will continue throughout the week. Promotion of healthy cities, safe roads and clean air and water is the theme of day two, dedicated to ‘Healthy environments’. Day three, ‘Care 4 care’ reminds European citizens to take care of what takes care of them by investing in a strong, skilled health workforce and promoting wellbeing in addition to treating diseases. The importance of a healthy diet while taking care of our planet is the theme for Thursday, ‘Sustainable and healthy diets’. On the final day of the week the focus will be on ‘Youth mental health’, promoting stable and supportive homes, schools and social environments for Europe’s future generation.

Activities include workshops, lectures, webinars, games, sports classes, online campaigns, roundtable discussions and exhibitions, in several languages at local, national, regional and European level.

EUPHA Executive Director Dineke Zeegers Paget, said: “We initiated the European Public Health WEEK to show the full picture of public health by collaborating with our European partners and members. Public health goes far beyond health, involving people from all disciplines, from environment to occupational therapy. And this week also goes far beyond the European Union – we are covering the 53 countries of the WHO European Region. All of us have the right to health and our health needs to be safeguarded in order to fully participate in society.

EUPHA President Azzopardi Muscat, said: “We are two weeks away from the European elections and  this initiative highlights that healthy populations require a commitment from all of us to ensure truly that nobody is left behind. Whilst Europe leads the way in many health indicators, there remains much to do to achieve health-related targets in the sustainable development goals and there is no room for complacency in the face of growing inequalities and emerging challenges.”

Public health weeks have taken place in other countries in the past, such as the United States of America and Austria. Thomas Dorner from the Austrian Public Health Association said: “We have organised the Austrian Public Health Week for four years. It is very important to raise awareness of public health, particularly at a time when misinformation could be dangerous for people’s health. We are very glad to see that such initiatives are taking place from local to global level to celebrate healthy populations.”

For more information, visit eupha.org/European_Public_Health_WEEK_2019

 

NOTES TO EDITORS

 

European countries with registered EUPHW events: Austria, Belgium, Bulgaria, Croatia, Czech Republic, Denmark, Finland, France, Georgia, Germany, Greece, Iceland, Lithuania, Malta, Netherlands, Norway, Poland, Portugal, Romania, Slovakia, Spain, Sweden, United Kingdom.

Events in non-European countries: Bangladesh, South Africa, Brazil.

What is EUPHA?

The European Public Health Association, or EUPHA in short, is an umbrella organisation for public health associations in Europe. Our network of national associations of public health represents around 20’000 public health professionals. Our mission is to facilitate and activate a strong voice of the public health network by enhancing visibility of the evidence and by strengthening the capacity of public health professionals. EUPHA contributes to the preservation and improvement of public health in the European region through capacity and knowledge building. We are committed to creating a more inclusive Europe, narrowing all health inequalities among Europeans, by facilitating, activating, and disseminating strong evidence-based voices from the public health community and by strengthening the capacity of public health professionals to achieve evidence-based change.

 

EUPHA’s definition of Public Health

“The science and art of preventing disease, prolonging life and promoting health and well-being through the organised efforts and informed choices or society, organisations, public and private, communities and individuals, and includes the broader area of public health, health services research, health service delivery and health systems design.”

 

 

FIRMATE per VOLT nuova iniziativa politica europea

Termine ultimo per la raccolta firme il 25 febbraio 2019. Non c’è tempo da perdere!

Volt, una nuova iniziativa politica di giovani della Generazione Erasmus, per la prima volta correrà alle elezioni per il Parlamento Europeo del 2019 con lo stesso programma in tutta Europa: la Dichiarazione di Amsterdam che trovate a link seguente: https://d3n8a8pro7vhmx.cloudfront.net/themes/5a66b8b95ee54dd3f8000000/attachments/original/1543756684/Amsterdam-Declaration-ITA.pdf?1543756684

Trattandosi di un nuovo partito devono raccogliere 150.000 firme autenticate, di cui almeno 30.000 per collegio elettorale e 3.000 per singola Regione. In Germania ne bastano 4.000, in tutto il Paese, e raccolte online!!! Quello italiano, incluso quello politico, è sempre un “mercato” chiuso che disincentiva la nascita di nuovi soggetti.

Alle elezioni europee potete votare come volete: in questa fase, tuttavia, vi chiedo la vostra firma perché i promotori di VOLT possano presentare la lista.

Ecco qualche istruzione: https://www.facebook.com/VoltTrento/photos/a.288120231877718/293709161318825/?type=3&theater

 

Giornale Italiano di Health Technology Assessment & Delivery: pubblicazioni nel 2018 @shcitaly @drsilenzi

Come Editor-in-Chief del Giornale Italiano di Health Technology Assessment & Delivery, ho il piacere di diffondere il rendiconto dell’attività editoriale del 2018.

Il Giornale Italiano di Health Technology Assessment Delivery (Springer Healthcare Communications) mira a promuovere la produzione, valutazione e disseminazione di studi rilevanti per il sistema sanitario italiano. La rivista vuole contribuire all’affermazione di pratiche evidence-based, valorizzando e sintetizzando contributi provenienti da diverse discipline e in primo luogo l’epidemiologia, la statistica, l’organizzazione e gestione dei servizi sanitari, la ricerca clinica e l’economia.

La rivista si pone l’obiettivo di coniugare il rigore metodologico con la rilevanza rispetto alla situazione italiana, cogliendo e discutendo le specifiche dinamiche che stanno interessando il sistema sanitario per quanto riguarda il decentramento istituzionale, il dibattito sui LEA, le modalità per finanziarli e la sentita necessità di promuovere l’HTA come strumento di policy per garantire la sostenibilità del sistema.

Nel corso del 2018 sono stati pubblicati otto articoli (elencati di seguito)

1)      La costruzione di Reti e l’emersione dei Percorsi per l’ipovisione/cecità attraverso l’approccio dei Sistemi di assistenza basati sulla popolazione: il progetto Value of Blindness Carehttps://springerhealthcare.it/GIHTAD/2018/02/22/la-costruzione-di-reti-e-lemersione-dei-percorsi-per-lipovisionececita-attraverso-lapproccio-dei-sistemi-di-assistenza-basati-sulla-popolazione-il-progetto-value-of-blindn/

2)      Nuove prospettive epistemologiche nell’Health Technology Assessment: il Progetto “INTEGRATE-HTA” per la valutazione di tecnologie complesse https://springerhealthcare.it/GIHTAD/2018/02/22/nuove-prospettive-epistemologiche-nellhealth-technology-assessment-il-progetto-integrate-hta-per-la-valutazione-di-tecnologie-complesse/

3)      Value based Healthcare: le soluzioni operative per il rilancio e la crescita del Servizio Sanitario Nazionalehttps://springerhealthcare.it/GIHTAD/2018/02/23/value-based-healthcare-le-soluzioni-operative-per-il-rilancio-e-la-crescita-del-servizio-sanitario-nazionale/

4)      Evoluzione dei ruoli del paziente nella ricerca e nella terapia farmacologica. Patient engagement, patient input, expert patient https://springerhealthcare.it/GIHTAD/2018/09/26/evoluzione-dei-ruoli-del-paziente-nella-ricerca-e-nella-terapia-farmacologica/

5)      Medicinali equivalenti in Italia: le ragioni della diffidenza di medici e farmacistihttps://springerhealthcare.it/GIHTAD/2018/10/03/555/

6)      Progetto di Monitoraggio del Modello organizzativo di intervento integrato per l’inserimento del bambino, adolescente e giovane con asma, diabete, epilessia in contesti scolasticihttps://springerhealthcare.it/GIHTAD/2018/10/03/progetto-di-monitoraggio-del-modello-organizzativo-di-intervento-integrato-per-linserimento-del-bambino-adolescente-e-giovane-con-asma-diabete-epilessia-in-contesti-scolastici/

7)      L’impatto dei fattori a emivita prolungata sul consumo di FVIII: il punto di vista del farmacista ospedalierohttps://springerhealthcare.it/GIHTAD/2018/12/13/limpatto-dei-fattori-a-emivita-prolungata-sul-consumo-di-fviii-il-punto-di-vista-del-farmacista-ospedaliero/

8)      Knowledge and expectations of young residents in public health on HTA: an Italian studyhttps://springerhealthcare.it/GIHTAD/2018/12/19/knowledge-and-expectations-of-young-residents-in-public-health-on-hta-an-italian-study/

E’ stato inoltre pubblicato un report completo di HTA dal titolo “Health Technology Assessment Of The Genetic Tests For Cystic Fibrosis Carrier Screening In Italy”https://springerhealthcare.it/GIHTAD/2018/01/24/health-technology-assessment-of-the-genetic-tests-for-cystic-fibrosis-carrier-screening-in-italy/

 

I 12 fattori dirompenti per trasformare i sistemi sanitari @WRicciardi @muirgray

Una lettura obbligata: Klasko MD MBA, Stephen K. We Can Fix Healthcare: The 12 Disruptors that will Create Transformation (Kindle Locations 471-474). Mary Ann Liebert Inc., publishers. Kindle Edition

Anche se molto orientato alla situazione americana, i 12 fattori dirompenti che stanno guidando la trasformazione dei sistemi sanitari possono offrire anche a noi italiani e europei degli spunti utili.

L’innovazione tecnologica è continua e, addirittura, più veloce della nostra capacità di conoscerne semplicemente l’esistenza.

Stiamo vivendo un momento storico nel quale rischiamo di essere travolti e di essere inconsapevoli di che cosa ci succede attorno nel mondo globale.

Ecco qui una traduzione di un’eccellente sintesi del libro scritta da Sir Muir Gray.

I 12 fattori dirompenti per trasformare i sistemi sanitari

  1. Guarda all’assistenza sanitaria come a una squadra sportiva e sviluppa un sistema che sia al contempo semplice da usare e che produca valore.
  2. Tieni fuori dal sistema di finanziamento gli incentivi centrati sul volume di attività e metti in campo incentivi finalizzati a determinare esiti per la salute ottimali.
  3. Offri la giusta soluzione, al giusto paziente, nel giusto tempo e fornisci un’assistenza coordinata e tempestiva attorno alla condizione del paziente e attraverso i vari servizi.
  4. Seleziona e forma i medici del futuro in modo opposto a quello usato per i medici del passato. Non stupirti più se i medici (scelti e preparati sulla base della media dei punteggi scientifici scolastici, sui test a scelta multipla e sulla memorizzazione di formule di chimica organica) non sono molto empatici, comunicativi e creativi.
  5. Usa la tecnologia per garantire che ogni chirurgo possa oggettivamente dimostrare la competenza appropriata e l’abilità per eseguire la procedura richiesta.
  6. Impara la lezione che ci ha dato la defunta BLOCKBUSTER e indirizza l’assistenza sanitaria dal “vieni nel mio ospedale quando sei malato” all’approccio di NETFLIX “porta l’assistenza sanitaria dov’è il paziente”. Non aprire nuovi posti letto quando è chiaro che ci sono innovazioni dirompenti che riducono il bisogno di costosi posti letto.
  7. Manda sempre al paziente una fattura, credibile e comprensibile, nella quale risulti che cosa è stato fatto, quale sia stato il costo, e che cosa il paziente dovrebbe pagare al sistema, indipendentemente da chi materialmente paga il conto.
  8. Non classificare come “ assistenza sanitaria alternativa” le modalità di trattamento delle malattie croniche utilizzate da pazienti e sistemi sanitari in altri paesi e che, in alcuni casi, hanno dimostrato risultati migliori di quelli ottenuti dalla “tradizionale” medicina americana su questo tipo di malattie.
  9. Rompi il meccanismo di applicazione dell’innovazione e della ricerca clinica attraverso i cosiddetti centri di eccellenza. Smetti di costruire muri tra istituzioni non interoperabili che ostacolano l’accelerazione della ricerca e dell’innovazione.
  10. Crea un patrimonio, integrato e interoperabile, basato su di un sistema di registrazioni di dati sanitari che permettano lo sviluppo di App centrate sui pazienti e i possibili fornitori di assistenza in modo che le informazioni sanitarie siano integrate almeno quanto sono quelle affidate ad AMAZON per gli acquisti e a NETFLIX per le preferenze sugli spettacoli.
  11. Comprendi il pensiero sistemico e usa i modelli citati nei processi di riprogettazione dei sistemi sanitari che possano rendere I pazienti e le comunità più sane. Solo allora sarai in grado di “rompere” il “triangolo di ferro”: accesso, qualità, costi.
  12. Non essere mai più soddisfatto di un qualsiasi sistema sanitario che determini diseguaglianze basate su razza, credo, orientamento sessuale, stato socioeconomico o pianeta di origine.

La rinascita delle città-stato: lettura consigliata ai neo-centralisti @WRicciardi @drsilenzi

Come governare il mondo al tempo della devolution. Questo è il sottotitolo di un aureo libretto di Parag Khanna sulla democrazia e sulla governance delle società complesse quali quelle attuali e future.

“La democrazia non è un fine in sé: i veri obiettivi sono una governance efficace e il miglioramento del benessere della nazione”.

Sotto questa luce, la celebre battura di Churchill “L a democrazia è la peggior forma di governo eccezion fatta per tutte le altre” va ripensata secondo l’Autore.

Khanna è a favore di una democrazia guidata collettivamente (l’esempio della Svizzera è continuamente richiamato) e di una governance tecnocratica (come a Singapore). La critica del sistema USA, così caro a Tocqueville, è feroce.

La classica democrazia rappresentativa è inefficace e inefficiente: finisce per cristallizzare il dibattito nelle “posizioni” (destra, sinistra, conservatori, liberali, ecc.). La politics intralcia la policy perché la policy ha a che fare con le decisioni non con le posizioni. Il discorso sulle posizioni politiche, rispetto alle decisioni, è così vero oggi che J.C. Junker dice: “Sappiamo tutti che cosa fare, ma non sappiamo come essere rieletti dopo che l’abbiamo fatto”.

Khanna, del sistema americano, apprezza l’efficacia ed efficienza della tecnocrazia che gestisce le grandi città americane che misurano i risultati amministrativi attraverso la definizione e il monitoraggio pubblico di una serie di KPI (key performance indicators) e cita la frase dell’ex Sindaco di New York, Bloomberg, “Quello che non sai misurare non sai governare”! Estendere questi metodi al sistema federale implicherebbe che “Una tecnocrazia al governo degli Stati Uniti non parlerebbe certo la lingua della centralizzazione, ma, al contrario, quella del decentramento dei poteri”.

Una lettura, come quella del precedente Connectography, obbligata!

Fake news, analfabetismo funzionale e comunicazione: c’è molto lavoro da fare @WRicciardi @drsilenzi

Anche se, almeno nel campo delle vaccinazioni, sembra che la comunicazione degli aspetti scientifici sia riuscita a indebolire il muro delle fake news c’è ancora molto da lavorare!

Un approccio sistemico sembra assolutamente necessario.

Vorrei proporvi tre riflessioni diverse sul tema.

La prima, di Gilberto Corbellini, è stata pubblicata su Il Foglio nei primi giorni di dicembre con il titolo “Abbiamo una comunicazione scientifica scadente. E non è colpa degli scienziati” https://www.ilfoglio.it/scienza/2017/12/05/news/abbiamo-una-comunicazione-scientifica-scadente-e-non-e-colpa-degli-scienziati-167158/

La seconda, di Alessandro Calvi, è stata pubblicata sul sito gli Stati Generali il 22 dicembre con il titolo “Fake news, giornali e moralismi senza più notizie” non riguarda la comunicazione scientifica, ma mi sembra molto utile per inquadrare il problema: in generale, viviamo in tempi (interessanti, forse troppo come dice Mario Sechi) caratterizzati da una comunicazione assolutamente inadeguata per una società moderna, aperta e complessa. http://www.glistatigenerali.com/media_storia-cultura/fake-news-giornali-e-moralismi-senza-piu-notizie/

La terza è un video della serie TED che può dare un respiro internazionale a questo tema intricato dal titolo “How to seek truth in the era of fake news. Si tratta di un’intervista molto chiara!

 

Rapporto sulla politica di bilancio 2018: assistenza e previdenza @Wricciardi @drsilenzi

Ecco il capitolo sulla previdenza, riportato con il titolo “Regolarizzazione dei rapporti finanziari tra Stato e INPS”, riportato nel Rapporto sulla politica di bilancio 2018 pubblicato dall’UfficioParlamentare di Bilancio. LETTURA BREVE E INTERESSANTISSIMA!!

Rapporto completo: http://www.upbilancio.it/wp-content/uploads/2017/12/Rapporto-politica-di-bilancio-2018-_per-sito.pdf

Regolarizzazione dei rapporti finanziari tra Stato e INPS 

Il DDL di bilancio interviene a regolare i rapporti finanziari tra lo Stato e l’INPS in modo da ripristinare una corretta rappresentazione della situazione patrimoniale dell’Istituto previdenziale, attualmente gravata da una importante esposizione debitoria verso lo Stato, a cui fa fronte una rilevante esposizione creditoria.

In particolare, alla fine del 2015 l’INPS presentava nel suo bilancio un debito nei confronti dello Stato pari a 88,9 miliardi, corrispondente alla somma delle anticipazioni ricevute negli anni dal bilancio dello Stato. Contemporaneamente l’Istituto vantava crediti nei confronti del bilancio dello Stato per trasferimenti non erogati pari a 38,7 miliardi. Inoltre, la posizione dell’INPS nei confronti della Tesoreria comprendeva debiti, a fronte di anticipazioni di cassa erogate nel passato, per 32,2 miliardi e disponibilità liquide giacenti in Tesoreria per 37,7 miliardi.

L’esposizione debitoria dell’INPS verso lo Stato è in larga parte generata dal meccanismo di finanziamento della spesa previdenziale, basato solo in parte sul prelievo contributivo a carico degli assicurati, essendo la parte restante coperta mediante erogazione di risorse da parte dello Stato. La configurazione di queste ultime come anticipazioni, in luogo di trasferimenti, genera la formazione nel bilancio dell’INPS di una esposizione debitoria crescente verso lo Stato. Concorre inoltre ad aumentare tale esposizione debitoria il finanziamento mediante anticipazioni delle prestazioni assistenziali in caso di insufficienza delle dotazioni di bilancio dei corrispondenti capitoli di trasferimento o, in caso di tardiva rendicontazione da parte dell’INPS, delle prestazioni erogate. Nel caso delle prestazioni assistenziali, a fronte dell’esposizione debitoria dell’INPS per le anticipazioni ricevute si determina una corrispondente posizione creditoria per i trasferimenti da ricevere a fronte delle prestazioni erogate.

L’UPB ha recentemente evidenziato l’anomalia dei rapporti finanziari reciproci tra lo Stato e l’INPS201. Con riferimento allo stock accumulato di anticipazioni pregresse veniva proposto di operare una sterilizzazione della posizione debitoria dell’INPS verso lo Stato mediante compensazione tra partite debitorie e creditorie reciproche e attraverso il ripiano delle restanti anticipazioni. Al fine di evitare il riformarsi in futuro di un debito dell’Istituto verso lo Stato, veniva inoltre proposto di finanziare le diverse gestioni – sia di carattere assistenziale che previdenziale, per la parte non coperta da versamenti contributivi – mediante una più adeguata dotazione dei capitoli del bilancio dello Stato, limitando l’utilizzo delle anticipazioni ai soli casi di sfasamenti temporali di natura transitoria nei rapporti finanziari tra Stato e INPS. L’incidenza di tali sfasamenti potrebbe poi essere limitata accelerando i tempi di rendicontazione delle gestioni assistenziali per evitare la perenzione dei relativi stanziamenti nel bilancio dello Stato.

201 Ufficio parlamentare del Bilancio (2017), “Rapporti finanziari tra bilancio dell’INPS e bilancio dello Stato”, Flash n. 6 del 3 agosto 2017.

Il DDL di bilancio interviene in proposito stabilendo che le anticipazioni di bilancio iscritte quali debiti verso lo Stato nel rendiconto 2015 dell’Istituto previdenziale, per un totale di 88,9 miliardi di euro, vengano compensate con i crediti verso lo Stato, risultanti dal medesimo rendiconto, fino a concorrenza dell’importo di 29,4 miliardi di euro. Per la parte eccedente le anticipazioni si devono intendere erogate a titolo definitivo, vale a dire non se ne chiede il rimborso o la compensazione con altrettanti crediti. Con provvedimento attuativo saranno definiti i capitoli del bilancio dell’INPS per i quali viene effettuata la compensazione nonché i criteri e le gestioni previdenziali a cui attribuire i trasferimenti definitivi.

Tale intervento appare idoneo a regolarizzare i rapporti pregressi, ma potrebbe non risultare sufficiente a evitare che il problema si riproponga in futuro.

Sul fronte delle gestioni assistenziali, il cui finanziamento è posto in parte a carico del bilancio dello Stato, il problema richiederebbe una più accurata definizione delle dotazioni dei capitoli di bilancio dello Stato rispetto alle prestazioni riconosciute ai beneficiari.

Sul fronte delle gestioni previdenziali resta invece da valutare come si coordini il principio del loro equilibrio finanziario202, che esclude il finanziamento a carico dello Stato degli squilibri del sistema previdenziale, con la situazione reale che vede un perdurante squilibrio tra l’ammontare dei saldi delle gestioni in avanzo e quello delle gestioni in disavanzo, con la preponderanza di queste ultime. Qualora perduri la prassi attuata in passato di finanziare tale sbilancio mediante anticipazioni, è prevedibile che possa formarsi di nuovo un’esposizione debitoria dell’INPS verso lo Stato meramente rappresentativa dello sbilancio tra i diritti soggettivi dei beneficiari e gli obblighi contributivi definiti dalla legge.

 

Ancora sulla separazione tra previdenza e assistenza @WRicciardi @drsilenzi

Siamo in campagna elettorale e, quindi, il momento migliore (sic!) per fare ulteriore confusione sulle pensioni soffiando sul fuoco del “conflitto tra generazioni”: l’antica arte del divide et impera.

Lorenzo Stevanato, già giudice amministrativo, chiarisce ulteriormente il tema.

QUELLO CHE TUTTI DOVREBBERO SAPERE

Che le pensioni (ed i pensionati) siano nell’occhio del mirino del Governo, è un fatto incontestabile.

Contributi di solidarietà e blocchi, totali o parziali, delle rivalutazioni pensionistiche sono un dato di fatto che dimostra ampiamente l’assunto. Non è tutto.

Esponenti del Governo, forze politiche, consulenti economici e fiancheggiatori vari del partito di maggioranza relativa prospettano ed auspicano interventi di ricalcolo delle pensioni (al ribasso, of course) o l’introduzione di nuovi e più estesi “contributi di solidarietà” o addirittura tagli lineari alle pensioni, sopra una certa soglia.

E’ stato anche presentato, da un variegato numero di parlamentari, un progetto di legge costituzionale (proposta di legge n. C3478) inteso a riformare l’art. 38 della Costituzione, all’evidente scopo di rimettere in discussione i trattamenti pensionistici già liquidati.

Tale proposta di modifica costituzionale, dietro il paravento letterale dell’equità, ragionevolezza e non discriminazione tra generazioni, alle quali si dovrebbe ispirare l’azione dell’INPS, nasconde il vero intento di sterilizzare il bilancio previdenziale: i pensionati più abbienti dovranno sacrificare una parte della loro pensione a favore di quelli più bisognosi, senza che il bilancio dello Stato pubblica ne sia gravato.

Sennonché i “pensionati poveri” sono quelli che non hanno versato contribuiti, o ne hanno versati pochi, in rapporto al trattamento goduto.

Non c’è niente di male, anzi, che sia garantita anche a loro una vecchiaia dignitosa.

Ma perché far pagare le loro pensioni ad altri pensionati, in una logica redistributiva, anziché dall’intera collettività attraverso la fiscalità generale? Si tratta, infatti, incontestabilmente di una spesa assistenziale e non previdenziale.

Ecco dunque, in tutta la sua gravità, il male che affligge il sistema previdenziale italiano: la commistione tra assistenza e previdenza.

Già, perché molti trattamenti pensionistici, erogati dall’INPS, sono poco o nulla sorretti da adeguata contribuzione: pensioni integrate al minimo, baby-pensioni e, in generale, pensioni assistenziali e sociali.

Ma anziché separare convenientemente le due categorie di spesa, si mantiene, anzi si aumenta la confusione tra esse.

Eppure, secondo l’art. 41 della legge n. 88 del 1989 , va assicurato l’equilibrio finanziario delle gestioni previdenziali. Dunque, il bilancio dello Stato non deve coprire con trasferimenti a carico della fiscalità generale la differenza tra uscite per prestazioni della previdenza ed entrate contributive: vanno invece adeguate le aliquote contributive.

Già, ma qual è il bilancio previdenziale?

Coerenza vuole che, in un sistema previdenziale a ripartizione come quello vigente, in cui i contributi incamerati in un determinato periodo vengono utilizzati per finanziare le pensioni erogate in quello stesso periodo, l’entità dei contributi sia proporzionalmente commisurata.

Ed è quello che prevede l’inapplicato (ma vigente) art. 41 della legge n. 88 del 1989, sopra menzionato.

Ovvio che, invece, questa coerenza viene scardinata dalla confusione tra erogazioni previdenziali ed assistenziali.

Oltretutto, la gestione assistenziale, pure affidata all’INPS, presenta contorni tutt’altro che ben definiti.

Il 3° comma, lett. c, dell’art. 37 della legge n. 88 del 1989 ci fa capire molte cose: una “quota parte” di TUTTE, INDISCRIMINATAMENTE, le pensioni è qualificata come assistenziale.

Si tratta di un dato puramente empirico e convenzionale.

In concreto, è stata fissata una certa cifra nel 1988 (16.504 miliardi di lire) rivalutata annualmente. Nel 2016 si è trattato di 20,3 miliardi di euro che sono stati trasferiti all’INPS dal bilancio dello Stato, per coprire il disavanzo delle gestioni previdenziali (vd., sul punto, la relazione dell’Ufficio parlamentare di bilancio, flash n. 6, reperibile sul sito istituzionale www.upbilancio.it).

Ma quali sono le pensioni che hanno bisogno di questo sostegno assistenziale, e quali invece no?

Quali più e quali meno?

Non lo sappiamo.

E come si fa a stabilire se, e quanto, aumentare le aliquote contributive per mantenere in pareggio il bilancio previdenziale, ex art. 41 legge n. 88 del 1989?

Nemmeno possiamo saperlo, se non sappiamo precisamente qual è il bilancio (strettamente) previdenziale, nella descritta “confusione assistenziale”!

http://www.pensionatiesasperati.com/quello-che-tutti-dovrebbero-sapere/

Separare la previdenza dall’assistenza @WRicciardi @drsilenzi

Il dibattito sulla sostenibilità del sistema di welfare italiano (sanità, previdenza, assistenza) è guidato da ideologia, strumentalizzazioni e notizie verosimili, ma false. In questo dibattito, il Presidente dell’INPS Boeri spicca per non fare il suo lavoro, ma per assumere posizioni politiche che dovrebbero essere del Governo. La separazione economico-finanziaria del sistema pensionistico da quello di assistenza sociale dovrebbe essere una priorità per uno Stato che non fosse dedito, come il nostro, al gioco delle tre carte!

La previdenza dovrebbe essere sostenuta dai contributi: essa costituisce ancora, almeno formalmente, una retribuzione differita. L’assistenza sociale dovrebbe essere sostenuta dalla tassazione ordinaria alla quale partecipano i cittadini in modo progressivo al crescere del loro reddito.

La maggior parte delle prestazioni dell’INPS sono di tipo assistenziale e sono economicamente sostenute da trasferimenti insufficienti dello Stato e abbondantemente integrate dai contributi che lavoratori e aziende pagano per sostenere la previdenza. Le stime sulla sostenibilità futura del sistema pensionistico vengono “affogate” nel calderone che include l’assistenza. Il risultato è che si presenta come insostenibile il sistema previdenziale, mentre la componente critica è quella assistenziale!

Di qui nasce il battage pubblicitario sulle pensioni d’oro (in un’audizione alla Camera del Deputati, il Commissario alla Spending Review Gutgeld ha affermato che le pensioni d’oro sono quelle superiori ai 2000-2500 euro lordi mensili!!!).

Un gruppo di pensionati sta agendo: https://www.facebook.com/pensionati.uniti?fref=gs&hc_ref=ARSyPNgW2HHQd2x-LuXKIOAUy50QAenWyfZa-rsvZYOF-1McW6c6VlthM9kyc84aXWw&dti=334901093612872&hc_location=group

Lorenzo Stevanato, già magistrato amministrativo, gestisce un’interessante pagina Facebook: https://www.facebook.com/groups/334901093612872/permalink/370881966681451/

Riporto di seguito il suo ultimo post del 30 novembre nel quale illustra una proposta di legge di iniziativa popolare per separare appunto previdenza da assistenza. Dopo le elezioni politiche le azioni si faranno battenti!

Eccolo!

“Parallelamente alla petizione, con cui si chiede che previdenza ed assistenza siano effettivamente separate, per le ovvie ragioni già esposte, si è pensato anche ad un progetto di legge di iniziativa popolare.
Potrebbe essere questo:

PROPOSTA DI LEGGE DI INIZIATIVA POPOLARE RECANTE “ISTITUZIONE DELL’AGENZIA NAZIONALE PER IL WELFARE ASSISTENZIALE”

Articolo unico
In attuazione dell’art. 38, comma 4, della Costituzione è istituita l’agenzia nazionale per il welfare assistenziale (ANWA), dotata di personalità giuridica di diritto pubblico e sottoposta alla vigilanza del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, con il compito di assumere tutte le funzioni economiche assistenziali svolte dall’Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS).
In particolare l’ANWA ha il compito di:
a) erogare le prestazioni elencate dal comma 3 dell’art. 37 della legge 9 marzo 1989, n. 88, e successive modificazioni;
b) pagare tutte le pensioni totalmente o parzialmente a carico della fiscalità generale;
c) in generale, erogare tutte le prestazioni economiche assistenziali in favore di cittadini non abbienti e/o bisognosi, previste dalla legge;
d) esprimere pareri ed avanzare proposte al Governo in materia di prestazioni assistenziali economiche;
e) svolgere l’attività di controllo dei requisiti che danno titolo alle anzidette prestazioni.
Con decreto del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, da emanare nel termine di novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono disciplinati l’organizzazione ed il funzionamento dell’agenzia, in modo da realizzare il trasferimento ad essa del personale e delle strutture materiali che l’INPS destina alle funzioni elencate dall’art. 37 della legge 9 marzo 1989, n. 88.
Il direttore dell’agenzia è nominato con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, tra esperti di riconosciuta competenza in materia di organizzazione e programmazione del welfare, anche estranei all’amministrazione.
Il direttore è assunto con contratto di diritto privato di durata quinquennale, non rinnovabile.
L’agenzia si avvale di personale trasferito dall’INPS. La dotazione organica è fissata con il decreto indicato al precedente comma 3.
La dotazione finanziaria dell’agenzia è determinata dai trasferimenti disposti dallo Stato e fissati annualmente con la legge di bilancio, nonché dai contributi dei datori di lavoro relativamente alle pensioni assistite ed ai trattamenti di integrazione salariale.
Il Governo è delegato ad emanare, entro sei mesi dall’entrata in vigore della presente legge, un decreto legislativo di riordino dei contenuti dell’art. 37 della legge 9 marzo 1989, n. 88, con conseguente abrogazione dell’art. 37 stesso, attenendosi al principio e criterio direttivo secondo cui la separazione di assistenza e previdenza sia completamente attuata ed all’INPS residui la sola funzione previdenziale, mentre all’ANWA sia attribuita interamente la funzione assistenziale.

Questa la relazione accompagnatoria:

RELAZIONE ALLA PROPOSTA DI LEGGE DI INIZIATIVA POPOLARE RECANTE “ISTITUZIONE DELL’AGENZIA NAZIONALE PER IL WELFARE ASSISTENZIALE”

Con l’art. 37 della legge 9 marzo 1989, n. 88, è stato introdotto il principio di separazione, nel bilancio dell’INPS, del sistema della previdenza da quello dell’assistenza, mediante l’istituzione di una gestione dei trattamenti assistenziali (GIAS) finanziato dalla fiscalità generale.
La GIAS ricomprende prestazioni esclusivamente assistenziali (come le pensioni di invalidità) ma anche prestazioni a carattere misto, cioè previdenziali coperte solo parzialmente dai contributi versati, come ad esempio le pensioni integrate al minimo.
L’esigenza della separazione nasceva e nasce dal fatto che entrambe le funzioni sono concentrate in un unico ente, l’INPS, il più grande istituto previdenziale europeo, che tuttavia ha nel suo bilancio anche una spesa assistenziale di oltre trenta miliardi di euro.
Il principio di separazione è certamente indispensabile per garantire trasparenza e chiarezza del bilancio ed evitare la confusione tra i due diversi sistemi.
In realtà, la commistione tra assistenza e previdenza non è stata affatto eliminata, nemmeno dopo l’introduzione dell’art. 37 della legge n. 88 del 1989.
Invero, nel bilancio dell’INPS continuano a circolare cifre poco chiare e, non di rado, le spese assistenziali sono contenute all’interno di voci previdenziali, e viceversa.
Ciò significa che i contributi che vengono versati per garantire in futuro i trattamenti pensionistici finiscono in quest’unico bilancio in cui L’INPS si destreggia per poter erogare anche le prestazioni assistenziali.
Da ciò deriva, inevitabilmente, l’assorbimento di risorse contributive nelle erogazioni assistenziali e sociali.
L’INPS, tuttavia, ha il precipuo compito di garantire che le prestazioni previdenziali siano corrisposte a coloro che hanno versato i relativi contributi confidando nella loro funzione assicurativa e che, quindi, tali contributi siano esclusivamente a ciò destinati; risulta invece del tutto improprio che tali contribuzioni finiscano per essere destinate anche a finanziare prestazioni assistenziali.
Le spese di carattere assistenziale (anche quando si tratti degli incrementi pensionistici non coperti dai contributi, come le integrazioni al minimo) vanno invece poste esclusivamente a carico della fiscalità generale, senza che si attinga ai contributi versati dagli aventi titolo alle prestazioni previdenziali.
Se così non fosse, il principio di uguaglianza fissato dall’art. 3 della Costituzione verrebbe violato, in quanto le prestazioni assistenziali graverebbero ingiustamente su una platea limitata di soggetti, e cioè di coloro che hanno versato e versano contributi per garantirsi il trattamento
previdenziale della vecchiaia.
Inoltre, un tale risultato si rivela altresì in contrasto con altri principi di rango costituzionale, come quello che il trattamento di quiescenza è configurabile quale retribuzione differita, secondo il criterio di proporzionalità alla quantità e qualità del lavoro prestato (art. 36, primo comma, Cost.) nonché con il principio di adeguatezza (art. 38, secondo comma, Cost.) (cfr. le sentenze della Corte costituzionale n. 208 del 2014 e n. 316 del 2010).
I trattamenti pensionistici rappresentano la “restituzione” assicurativa, sotto forma di assegno mensile, di contributi versati e via via incamerati dall’ente erogatore durante la vita lavorativa. A questa “restituzione” assicurativa il pensionato acquisisce un vero e proprio diritto che sarebbe violato se quei contributi venissero (come vengono) dirottati per finanziare anche le erogazioni assistenziali.
Il fenomeno è di entità niente affatto irrilevante.
Si pensi che circa 4 milioni di soggetti ricevono pensioni assistenziali (assegni sociali, di invalidità, etc.) e quasi 5 milioni di soggetti godono delle integrazioni al minimo e delle maggiorazioni sociali, per un totale di circa 9 milioni di beneficiari che rappresentano circa la metà di tutti i pensionati.
Nell’opacità del bilancio INPS onnicomprensivo queste pensioni finiscono per essere parzialmente “pagate” anche da coloro che hanno versato e versano i contributi assicurativi per la propria pensione e ciò, rendendo insostenibile il sistema, ne minaccia paradossalmente la corresponsione.
Questo purtroppo è ciò che avviene quando vi è commistione tra le due funzioni e tra le relative poste di bilancio.
Occorre dunque che le prestazioni di carattere assistenziale (come le integrazioni al minimo, le maggiorazioni sociali e le pensioni di invalidità) non vengano mai confuse nella spesa pensionistica.
Vi è un’ulteriore decisiva ragione che dovrebbe spingere a realizzare la separazione.
Invero, la spesa effettiva per pensioni, al netto delle tasse e delle ingenti somme (oltre 30 miliardi di euro) della gestione assistenziale GIAS, è interamente coperta dalle entrate contributive, a dimostrazione che con le riforme previdenziali via via attuate, fino alla riforma Fornero, il sistema previdenziale italiano non è affatto in passivo ma è perfettamente sostenibile.
Il sistema pensionistico nel nostro Paese poteva definirsi “non sostenibile”, a causa dell’invecchiamento della popolazione e della la bassa età effettiva di uscita dal mercato del lavoro, prima delle riforme Dini e Fornero, ma non certo dopo tali riforme.
Ed infatti, la spesa pensionistica “pura” – detratta anche la tassazione che grava sulle pensioni – con la separazione dalla spesa assistenziale scenderebbe al 10% del PIL, in linea con quella degli altri Paesi comunitari.
Invece, nel confronto con gli altri Paesi europei l’Italia si posiziona, a causa dell’anzidetta commistione, agli ultimi posti delle classifiche OCSE ed Eurostat in tema di spesa pensionistica, con tutte le relative conseguenze negative in termini, non solo di immagine, ma anche di “attenzione” comunitaria alle dinamiche fuori controllo della spesa pubblica ed al bilancio dello Stato, già gravemente zavorrato dal debito pubblico.
Appare quindi opportuno che si proceda ad una riforma radicale della gestione assistenziale svolta dall’INPS.
Per ottenere ciò, è anzitutto necessario che tale funzione sia coerentemente sottratta all’INPS, il quale deve esclusivamente svolgere la funzione previdenziale assicurativa che per legge gli appartiene, e che le erogazioni assistenziali siano invece affidate ad un organismo diverso, convenientemente attrezzato ad occuparsene in maniera equa ed efficace.
La presente proposta di legge popolare è dunque intesa all’istituzione di un’agenzia, posta sotto la vigilanza del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, alla quale saranno affidate le prestazioni attualmente elencate nell’art. 37 della legge 9 marzo 1989, n. 88 e ss. mm.
Conseguentemente, l’agenzia avrà altresì funzioni consultive e propositive nonché di controllo circa l’effettiva sussistenza dei requisiti che danno titolo, per i beneficiari, all’erogazione delle prestazioni economiche assistenziali.
Nello stesso tempo, la presente proposta di legge popolare prevede di conferire la delega legislativa al Governo affinché provveda al riordino delle varie voci della GIAS, in modo che i dati della spesa previdenziale e di quella assistenziale divengano certi e trasparenti, passaggio questo prioritario per qualsiasi intervento legislativo di riforma del sistema previdenziale che si voglia consapevolmente intraprendere.”

 

Governare. E non sapere cosa accadrà di @vitalbaa su newslist.it di @masechi DA LEGGERE!

Seconda “puntata” dell’interessante analisi di Vitalba Azzolini: la tecnica e la politica non si incrociano e la misurazione è un’opinione … tutto conduce alla creazione all’italiana del suddito inconsapevole.

La List di Mario Sechi si arricchisce www.newslist.it

In una “puntata” precedente (https://carlofavaretti.wordpress.com/2017/09/17/fatto-analisi-impatto-di-vitalbaa-su-newslist-it-di-masechi-da-leggere/) qui su List ho provato a spiegare la “cultura” degli impatti: vale a dire quel metodo di regolamentazione che impone al governo e ad altre autorità di definire con trasparenza gli obiettivi perseguiti, di valutare ex ante comparativamente gli effetti di diverse opzioni normative (inclusa quella di non intervento), di fissare indicatori di risultato per vagliare ex post se quella prescelta è stata efficace, nonché di redigere un’apposita relazione con tali contenuti. Non è solo un metodo di better regulation, ma anche il modo per inchiodare i governanti alle responsabilità conseguenti ai propri annunci, vincolandoli a rendicontarne i risultati. Sarà per questo che AIR e VIR (analisi e verifica di impatto della regolamentazione) piacciono poco a politici e supporter, nonostante siano obbligatorie ex lege da anni. Detto ciò, può essere utile esporre i settori in cui l’analisi va fatta, verificando se e come “funzioni”: insomma, una verifica di impatto sull’analisi di impatto, e non è un gioco di parole.

Ai sensi di legge, la valutazione ex ante degli impatti va svolta secondo direttrici ben precise: se la futura normativa ha fra i suoi destinatari piccole e medie imprese, ne vanno analizzati gli eventuali effetti distorsivi o sproporzionati rispetto alle imprese di più grandi dimensioni; inoltre, devono essere misurati eventuali nuovi adempimenti a carico di cittadini e imprese; serve altresì stimare l’incidenza delle diverse opzioni di regolazione sulle dinamiche concorrenziali del mercato, scegliendo quella che le sacrifica meno; in caso di recepimento di normative comunitarie, occorre verificare che non siano introdotti obblighi superiori a quelli richiesti da tali normative (c.d. gold-plating). E’ importante poi valutare preventivamente anche le modalità attuative – strumenti, risorse e mezzi – dell’intervento di regolamentazione. Questo è quanto espressamente (e teoricamente) prescritto. Ma i legislatori ne tengono realmente conto?

Partiamo dal primo punto. È’ necessario esaminare che nuove disposizioni non impongano pesi burocratici gravanti in misura maggiore sulle piccole e medie imprese, poiché “l’evidenza empirica mostra in modo inequivocabile come gli oneri (…) legati all’adempimento di una norma siano, in proporzione, molto più elevati per le PMI rispetto alle imprese di taglia media e grande” (Formez PA). Al riguardo, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato osserva che “il cammino intrapreso verso l’adozione di regolazioni che ‘pensano in piccolo’ potrà produrre risultati positivi per (…) le piccole e medie imprese, a condizione che i modelli di analisi d’impatto vengano attuati in modo concreto e sostanziale”. E, infatti, l’UE ha predisposto da tempo un test (c.d. test PMI) utile a stimare gli impatti – appunto – degli adempimenti amministrativi sulle imprese di dimensioni minori. Ma di questo test non sembra esservi traccia nelle relazioni AIR nazionali. Le conseguenze sono palesi: un recente studio di Assolombarda in tema di oneri amministrativi nei settori ambiente, edilizia, fisco ecc. dimostra che i costi delle relative procedure (in termini di percentuale sul fatturato e di ore per addetto) continuano a incidere più sulle PMI che sulle grandi imprese. E di studi che attestano queste evidenze ve ne sono comunque molti altri.

Circa il secondo punto, cioè la stima – in sede di elaborazione di nuove normative – degli oneri burocratici gravanti su cittadini e imprese (con quantificazione dei relativi costi), essa è funzionale al c.d. budget regolatorio, previsto ex lege dal 2012. Si tratta di un meccanismo di compensazione c.d. one-in-one-out, per cui non possono essere introdotti nuovi oneri amministrativi senza contestualmente ridurne o eliminarne altri. Questo principio viene osservato? La risposta la fornisce il Consiglio di Stato, il quale pochi mesi fa ha rilevato che, mentre in altri Paesi si stanno sfoltendo molti pesi, elaborando sistemi one-in-two-out o addirittura one-in-three-out, la regola in Italia è pressoché ignorata. Rimando a quanto ho scritto altrove, aggiungendo che, nonostante recenti misure tese a semplificazioni varie, permane “una grave incertezza sul regime amministrativo delle singole attività, sulla stabilità dei titoli abilitativi (impliciti o presunti), sui tempi di definizione delle procedure” (C. Deodato), nonché su molto altro.

Il terzo punto è il full competition assessment, cioè la quantificazione degli impatti concorrenziali, utile a evitare ostacoli ingiustificati all’esercizio delle attività economiche: ma chi l’ha visto? E’ lo stesso Nucleo AIR presso la presidenza del Consiglio ad attestarlo: in sede di elaborazione di nuove regolamentazioni, ci si limita a svolgere “considerazioni apodittiche sull’intervento come ausilio alla competitività e nessuna considerazione specifica laddove l’intervento limiti o distorca il mercato”. Serve altro per dimostrare il senso (mancante) dei regolatori nazionali per la competizione fra privati? Forse sì: ad esempio, ricordare il non lusinghiero 54° posto che l’Italia occupa attualmente nell’Indice Libertà Economiche elaborato dal Fraser Institute (era al 24° posto nel 2000); o la circostanza che per partorire la prima (rachitica) normativa sulla concorrenza sono serviti 8 anni dalla legge istitutiva e circa 900 giorni di discussione.

Per quanto poi attiene al divieto di gold-plating, nelle relazioni AIR i regolatori dovrebbero dare conto del fatto che, nella trasposizione di discipline comunitarie nell’ordinamento interno, non hanno immotivatamente previsto oneri, requisiti, procedure ecc. più gravosi di quelli contenuti nelle discipline medesime. Questo limite viene rispettato? I dati empirici sono chiari: “il 32% (o 3,5% del PIL) dei costi amministrativi di provenienza europea a carico di un’impresa sono da ascriversi, per la stessa Commissione, all’inefficace recepimento del diritto europeo negli Stati membri, e il 4% di essi al solo gold-plating” (E. Ojetti). Inoltre, basta leggere qualche relazione di analisi di impatto nazionale per accertare che non viene fatto un esame attento e puntuale sul gold-plating e che, pertanto, il rischio di violazione è molto alto.

Infine, non mi dilungherò sulla valutazione di strumenti e modalità di implementazione di nuove discipline, rimandando a quanto scritto altrove: in sintesi, come può pensarsi che qualcuno la svolga ex ante, se in Italia non esiste un’autorità preposta a verificare ex post l’effettiva attuazione di “politiche” e relative normative? Né mi dilungherò su analisi di impatto riguardanti profili quali il genere, la salute ecc., svolte in altri Paesi: a cosa servirebbe, se nel nostro le AIR non affrontano neanche quei pochi profili già previsti? A questo punto concludo. Le domande retoriche stanno diventando un po’ troppe.

Effetti del referendum del 22 ottobre @masechi @WRicciardi @drsilenzi

Grande Mario Sechi sulla sua List (www.newslist.it)

Ora comincia la guerra delle tasse

Grande vittoria in Veneto, buon risultato in Lombardia. I referendum sull’autonomia avranno un forte impatto istituzionale. Zaia e Maroni alleati per il federalismo fiscale: “Chiederemo tutto”.

È cominciata la battaglia per le tasse del Nord. E quello che diceva Bossi trent’anni fa sull’autonomia fiscale da ieri sera ha un fatto politico sul quale costruire un percorso istituzionale. In Veneto e Lombardia il Nord ha votato per il Nord. Il risultato è netto. In Veneto affluenza al 60 per cento e Sì al 98 per cento; in Lombardia affluenza quasi al 40 per cento e Sì al 95 per cento. Si possono fare mille considerazioni sulle differenze tra i numeri delle due regioni, ma alla fine di tutto il giro, resta un fatto: un blocco socio-economico dell’Italia ha detto in maniera massiccia che è ora di finirla con la gestione romano-centrica del potere.

“È il Big Bang, apriremo il negoziato, chiederemo tutto”. Quando Luca Zaia (sopra, nella foto Ansa) ha cominciato a parlare, improvvisamente qualcuno a Roma ha realizzato che il plebiscito del referendum sull’autonomia in Veneto produce effetti immediati.

“Faremo insieme la battaglia del secolo”. Quando Roberto Maroni ha cominciato a sorridere, citare l’alleanza con Zaia, perfidamente ricordare che “nel paese del ministro Martina ha votato il 40 per cento degli elettori”, qualcuno a Roma ha realizzato che questa domenica non è stata come le altre, è successo qualcosa nella politica italiana.
List aveva anticipato questo scenario in piena estate, messo nero su bianco che i referendum di Lombardia e Veneto sarebbero stati una tappa importante del Grande Slam elettorale. È andata esattamente così. Il 2 settembre scorso su List abbiamo fatto l’analisi giusta e dunque possiamo ripubblicarla oggi, senza cambiamenti:
“Il cronista osserva una data sul taccuino: domenica 22 ottobre. È il giorno in cui Lombardia e Veneto apriranno i seggi per il voto consultivo sull’autonomia regionale. Sedici milioni di elettori, le due regioni che trainano il sistema produttivo italiano, un appuntamento che è chiaramente un altro passaggio di quello scenario di crisi istituzionale che Miglio aveva chiaramente dipinto nei suoi libri e nelle sue riflessioni. I benpensanti e quelli che tanto tutto passa dicono: “Non succederà niente”. No, cari, non è così, la doppia consultazione avrà invece un impatto politico enorme, quando il popolo vota succede sempre qualcosa. Proviamo a spacchettare lo scenario, seguite il titolare di List.
Voto doppio, un solo giorno. La notte del 22 ottobre apparirà chiaro che Lombardia e Veneto vivono in una dimensione diversa dal resto del paese. Il Nord farà una scelta per il Nord. È incredibile come questo aspetto sfugga ai più. Gli elettori non andranno alle urne “solo” per chiedere più autonomia (e parliamo già di una cosa che avrà conseguenze importanti), ma si sveglieranno la mattina con la convinzione e volontà di andare a dire che tra il Nord e il Sud la distanza è grande e la misura è colma.
Non succederà niente? È una pia illusione. Non ci vuole l’immaginazione di Salvador Dalì per vedere la scena: vince il sì in maniera schiacciante, dichiarazioni su tutte le televisioni in contemporanea dei due presidenti, Maroni e Zaia, trionfo della Lega (che ben governa le due regioni, sia detto chiaramente), Salvini carico a pallettoni scartavetra la sua dichiarazione sul “popolo del Nord”, Forza Italia partecipa alla festa, il Pd si ritrova all’angolo con l’apertura ufficiale della Questione Settentrionale dopo decenni di zero tituli sulla Questione Meridionale. Sarà uno tsunami della comunicazione. E la comunicazione è politica.
Il 22 ottobre si aprirà ufficialmente la Questione settentrionale che Umberto Bossi aveva individuato con grande chiarezza nei primi anni Novanta. È una parabola politica che continua perché le intuizioni e analisi fatte in quel tempo dal Senatur e da Miglio erano corrette e sono non solo ancora in piedi, ma si presentano in forma sempre più grave. Cosa diceva Bossi? Il titolare di List tira fuori dalla sua libreria un discorso parlamentare del 1993, un gioiellino se lo confrontiamo con quello che passa oggi il Parlamento. I referendum promossi da Mario Segni e dai Radicali (eccolo, il voto) hanno avuto un esito travolgente (il segnale politico) e il presidente del Consiglio Giuliano Amato presenta le sue dimissioni. Il paese è in piena emergenza, si prepara l’arrivo del governo di Carlo Azeglio Ciampi. Camera dei Deputati, 22 aprile 1993, seduta pomeridiana, presidenza di Giorgio Napolitano, prende la parola Umberto Bossi:
“Non voglio insistere sul fatto che il federalismo fu l’anima del nostro Risorgimento. A tutti coloro che in malafede combattono l’autonomia regionale pur dichiarandosi a parole favorevoli, rammenterò le dichiarazioni di Salvemini, che non era lombardo: se non sbaglio era nato a Molfetta, in Puglia. «Oggi l’intervento del Governo centrale» — sono parole di Salvemini — «è sempre a vantaggio dei più forti, cioè di quelli che dispongono di maggior numero di voti alla Camera e di un regime unitario. Il Governo centrale non potrebbe fare diversamente, per non rimanere in minoranza nelle votazioni di fiducia. In un regime federale, invece, qualora le lotte fra i partiti di una regione degenerassero in modo da richiedere l’intervento delle altre regioni, di qualunque colore siano, non avendo interessi diretti nelle lotte altrui ed essendo interessati a ristablire saldamente l’ordine turbato, deciderebbero secondo giustizia e darebbero a ciascuna il suo». Non basta, incalza Salvemini, che l’idea federalista venga affermata nelle pagine di un libro; bisogna che diventi programma politico dei partiti democratici. Il federalismo è economicamente utile alle masse del sud, politicamente utile ai democratici del nord, moralmente utile a tutta l’Italia”. 
Interessante. E sorprendentemente “colto” e attuale. Ora fate il giochino di immaginare quali saranno le parole di Maroni, Zaia e Salvini alla vista dell’esito del referendum. Il passaggio del 22 ottobre non sarà una scampagnata nella festa popolare del voto, ma l’accelerazione di un processo di crisi che non ha avuto una risposta negli ultimi trent’anni”.
È andata così. List ha i piedi per terra, fa analisi prive di moral bias, pregiudizio. Allo scenario che avevamo anticipato il 2 settembre dobbiamo solo aggiungere l’aggiornamento in presa diretta, le note svelte che danno quasi sempre il ritorno giusto di quel che è accaduto, la prima registrazione della scossa, quella a caldo a cui segue poi l’analisi a freddo. Sul taccuino del titolare di List la sintesi è questa: trionfo della Lega, è una spinta al centrodestra, Matteo Salvini acquista ancora più peso (e da oggi ha un antagonista interno, Luca Zaia), Silvio Berlusconi se la cava, ma non è lui il vincitore di questo giro, il Partito democratico è in grave difficoltà, appare sconfitto nonostante abbia appoggiato il referendum, Matteo Renzi fa il capotreno ma è completamente fuori dai binari del Nord, fase Tafazzi del ministro democratico Maurizio Martina che ha invitato all’astensione (non ne azzeccano mai una, incredibile), il Movimento 5Stelle tiene un basso profilo ma ha un problema di lettura e comprensione dell’agenda settentrionale, siamo all’apertura ufficiale della questione fiscale sul piano istituzionale che significa una sola grande cosa fin dagli albori degli Stati nazionali: “tasse”.
Squadernata così, la giornata è di quelle memorabili e infatti lo è. È la pistola dello starter che fa bum! sulla pista dei cento metri dove tutta la tensione accumulata si scarica nello scatto bruciante. Bang! è partita alla grande la campagna elettorale. Il Grande Slam elettorale ha il vincitore della prima tappa: il centrodestra. Il 5 novembre arriva il secondo appuntamento, il voto per la Regione Sicilia, non c’è un sondaggio che dia una sola chance al Pd. Matteo Renzi suda freddo. Brividi.