Author Archives: carlofavaretti

Separare la previdenza dall’assistenza @WRicciardi @drsilenzi

Il dibattito sulla sostenibilità del sistema di welfare italiano (sanità, previdenza, assistenza) è guidato da ideologia, strumentalizzazioni e notizie verosimili, ma false. In questo dibattito, il Presidente dell’INPS Boeri spicca per non fare il suo lavoro, ma per assumere posizioni politiche che dovrebbero essere del Governo. La separazione economico-finanziaria del sistema pensionistico da quello di assistenza sociale dovrebbe essere una priorità per uno Stato che non fosse dedito, come il nostro, al gioco delle tre carte!

La previdenza dovrebbe essere sostenuta dai contributi: essa costituisce ancora, almeno formalmente, una retribuzione differita. L’assistenza sociale dovrebbe essere sostenuta dalla tassazione ordinaria alla quale partecipano i cittadini in modo progressivo al crescere del loro reddito.

La maggior parte delle prestazioni dell’INPS sono di tipo assistenziale e sono economicamente sostenute da trasferimenti insufficienti dello Stato e abbondantemente integrate dai contributi che lavoratori e aziende pagano per sostenere la previdenza. Le stime sulla sostenibilità futura del sistema pensionistico vengono “affogate” nel calderone che include l’assistenza. Il risultato è che si presenta come insostenibile il sistema previdenziale, mentre la componente critica è quella assistenziale!

Di qui nasce il battage pubblicitario sulle pensioni d’oro (in un’audizione alla Camera del Deputati, il Commissario alla Spending Review Gutgeld ha affermato che le pensioni d’oro sono quelle superiori ai 2000-2500 euro lordi mensili!!!).

Un gruppo di pensionati sta agendo: https://www.facebook.com/pensionati.uniti?fref=gs&hc_ref=ARSyPNgW2HHQd2x-LuXKIOAUy50QAenWyfZa-rsvZYOF-1McW6c6VlthM9kyc84aXWw&dti=334901093612872&hc_location=group

Lorenzo Stevanato, già magistrato amministrativo, gestisce un’interessante pagina Facebook: https://www.facebook.com/groups/334901093612872/permalink/370881966681451/

Riporto di seguito il suo ultimo post del 30 novembre nel quale illustra una proposta di legge di iniziativa popolare per separare appunto previdenza da assistenza. Dopo le elezioni politiche le azioni si faranno battenti!

Eccolo!

“Parallelamente alla petizione, con cui si chiede che previdenza ed assistenza siano effettivamente separate, per le ovvie ragioni già esposte, si è pensato anche ad un progetto di legge di iniziativa popolare.
Potrebbe essere questo:

PROPOSTA DI LEGGE DI INIZIATIVA POPOLARE RECANTE “ISTITUZIONE DELL’AGENZIA NAZIONALE PER IL WELFARE ASSISTENZIALE”

Articolo unico
In attuazione dell’art. 38, comma 4, della Costituzione è istituita l’agenzia nazionale per il welfare assistenziale (ANWA), dotata di personalità giuridica di diritto pubblico e sottoposta alla vigilanza del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, con il compito di assumere tutte le funzioni economiche assistenziali svolte dall’Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS).
In particolare l’ANWA ha il compito di:
a) erogare le prestazioni elencate dal comma 3 dell’art. 37 della legge 9 marzo 1989, n. 88, e successive modificazioni;
b) pagare tutte le pensioni totalmente o parzialmente a carico della fiscalità generale;
c) in generale, erogare tutte le prestazioni economiche assistenziali in favore di cittadini non abbienti e/o bisognosi, previste dalla legge;
d) esprimere pareri ed avanzare proposte al Governo in materia di prestazioni assistenziali economiche;
e) svolgere l’attività di controllo dei requisiti che danno titolo alle anzidette prestazioni.
Con decreto del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, da emanare nel termine di novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono disciplinati l’organizzazione ed il funzionamento dell’agenzia, in modo da realizzare il trasferimento ad essa del personale e delle strutture materiali che l’INPS destina alle funzioni elencate dall’art. 37 della legge 9 marzo 1989, n. 88.
Il direttore dell’agenzia è nominato con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, tra esperti di riconosciuta competenza in materia di organizzazione e programmazione del welfare, anche estranei all’amministrazione.
Il direttore è assunto con contratto di diritto privato di durata quinquennale, non rinnovabile.
L’agenzia si avvale di personale trasferito dall’INPS. La dotazione organica è fissata con il decreto indicato al precedente comma 3.
La dotazione finanziaria dell’agenzia è determinata dai trasferimenti disposti dallo Stato e fissati annualmente con la legge di bilancio, nonché dai contributi dei datori di lavoro relativamente alle pensioni assistite ed ai trattamenti di integrazione salariale.
Il Governo è delegato ad emanare, entro sei mesi dall’entrata in vigore della presente legge, un decreto legislativo di riordino dei contenuti dell’art. 37 della legge 9 marzo 1989, n. 88, con conseguente abrogazione dell’art. 37 stesso, attenendosi al principio e criterio direttivo secondo cui la separazione di assistenza e previdenza sia completamente attuata ed all’INPS residui la sola funzione previdenziale, mentre all’ANWA sia attribuita interamente la funzione assistenziale.

Questa la relazione accompagnatoria:

RELAZIONE ALLA PROPOSTA DI LEGGE DI INIZIATIVA POPOLARE RECANTE “ISTITUZIONE DELL’AGENZIA NAZIONALE PER IL WELFARE ASSISTENZIALE”

Con l’art. 37 della legge 9 marzo 1989, n. 88, è stato introdotto il principio di separazione, nel bilancio dell’INPS, del sistema della previdenza da quello dell’assistenza, mediante l’istituzione di una gestione dei trattamenti assistenziali (GIAS) finanziato dalla fiscalità generale.
La GIAS ricomprende prestazioni esclusivamente assistenziali (come le pensioni di invalidità) ma anche prestazioni a carattere misto, cioè previdenziali coperte solo parzialmente dai contributi versati, come ad esempio le pensioni integrate al minimo.
L’esigenza della separazione nasceva e nasce dal fatto che entrambe le funzioni sono concentrate in un unico ente, l’INPS, il più grande istituto previdenziale europeo, che tuttavia ha nel suo bilancio anche una spesa assistenziale di oltre trenta miliardi di euro.
Il principio di separazione è certamente indispensabile per garantire trasparenza e chiarezza del bilancio ed evitare la confusione tra i due diversi sistemi.
In realtà, la commistione tra assistenza e previdenza non è stata affatto eliminata, nemmeno dopo l’introduzione dell’art. 37 della legge n. 88 del 1989.
Invero, nel bilancio dell’INPS continuano a circolare cifre poco chiare e, non di rado, le spese assistenziali sono contenute all’interno di voci previdenziali, e viceversa.
Ciò significa che i contributi che vengono versati per garantire in futuro i trattamenti pensionistici finiscono in quest’unico bilancio in cui L’INPS si destreggia per poter erogare anche le prestazioni assistenziali.
Da ciò deriva, inevitabilmente, l’assorbimento di risorse contributive nelle erogazioni assistenziali e sociali.
L’INPS, tuttavia, ha il precipuo compito di garantire che le prestazioni previdenziali siano corrisposte a coloro che hanno versato i relativi contributi confidando nella loro funzione assicurativa e che, quindi, tali contributi siano esclusivamente a ciò destinati; risulta invece del tutto improprio che tali contribuzioni finiscano per essere destinate anche a finanziare prestazioni assistenziali.
Le spese di carattere assistenziale (anche quando si tratti degli incrementi pensionistici non coperti dai contributi, come le integrazioni al minimo) vanno invece poste esclusivamente a carico della fiscalità generale, senza che si attinga ai contributi versati dagli aventi titolo alle prestazioni previdenziali.
Se così non fosse, il principio di uguaglianza fissato dall’art. 3 della Costituzione verrebbe violato, in quanto le prestazioni assistenziali graverebbero ingiustamente su una platea limitata di soggetti, e cioè di coloro che hanno versato e versano contributi per garantirsi il trattamento
previdenziale della vecchiaia.
Inoltre, un tale risultato si rivela altresì in contrasto con altri principi di rango costituzionale, come quello che il trattamento di quiescenza è configurabile quale retribuzione differita, secondo il criterio di proporzionalità alla quantità e qualità del lavoro prestato (art. 36, primo comma, Cost.) nonché con il principio di adeguatezza (art. 38, secondo comma, Cost.) (cfr. le sentenze della Corte costituzionale n. 208 del 2014 e n. 316 del 2010).
I trattamenti pensionistici rappresentano la “restituzione” assicurativa, sotto forma di assegno mensile, di contributi versati e via via incamerati dall’ente erogatore durante la vita lavorativa. A questa “restituzione” assicurativa il pensionato acquisisce un vero e proprio diritto che sarebbe violato se quei contributi venissero (come vengono) dirottati per finanziare anche le erogazioni assistenziali.
Il fenomeno è di entità niente affatto irrilevante.
Si pensi che circa 4 milioni di soggetti ricevono pensioni assistenziali (assegni sociali, di invalidità, etc.) e quasi 5 milioni di soggetti godono delle integrazioni al minimo e delle maggiorazioni sociali, per un totale di circa 9 milioni di beneficiari che rappresentano circa la metà di tutti i pensionati.
Nell’opacità del bilancio INPS onnicomprensivo queste pensioni finiscono per essere parzialmente “pagate” anche da coloro che hanno versato e versano i contributi assicurativi per la propria pensione e ciò, rendendo insostenibile il sistema, ne minaccia paradossalmente la corresponsione.
Questo purtroppo è ciò che avviene quando vi è commistione tra le due funzioni e tra le relative poste di bilancio.
Occorre dunque che le prestazioni di carattere assistenziale (come le integrazioni al minimo, le maggiorazioni sociali e le pensioni di invalidità) non vengano mai confuse nella spesa pensionistica.
Vi è un’ulteriore decisiva ragione che dovrebbe spingere a realizzare la separazione.
Invero, la spesa effettiva per pensioni, al netto delle tasse e delle ingenti somme (oltre 30 miliardi di euro) della gestione assistenziale GIAS, è interamente coperta dalle entrate contributive, a dimostrazione che con le riforme previdenziali via via attuate, fino alla riforma Fornero, il sistema previdenziale italiano non è affatto in passivo ma è perfettamente sostenibile.
Il sistema pensionistico nel nostro Paese poteva definirsi “non sostenibile”, a causa dell’invecchiamento della popolazione e della la bassa età effettiva di uscita dal mercato del lavoro, prima delle riforme Dini e Fornero, ma non certo dopo tali riforme.
Ed infatti, la spesa pensionistica “pura” – detratta anche la tassazione che grava sulle pensioni – con la separazione dalla spesa assistenziale scenderebbe al 10% del PIL, in linea con quella degli altri Paesi comunitari.
Invece, nel confronto con gli altri Paesi europei l’Italia si posiziona, a causa dell’anzidetta commistione, agli ultimi posti delle classifiche OCSE ed Eurostat in tema di spesa pensionistica, con tutte le relative conseguenze negative in termini, non solo di immagine, ma anche di “attenzione” comunitaria alle dinamiche fuori controllo della spesa pubblica ed al bilancio dello Stato, già gravemente zavorrato dal debito pubblico.
Appare quindi opportuno che si proceda ad una riforma radicale della gestione assistenziale svolta dall’INPS.
Per ottenere ciò, è anzitutto necessario che tale funzione sia coerentemente sottratta all’INPS, il quale deve esclusivamente svolgere la funzione previdenziale assicurativa che per legge gli appartiene, e che le erogazioni assistenziali siano invece affidate ad un organismo diverso, convenientemente attrezzato ad occuparsene in maniera equa ed efficace.
La presente proposta di legge popolare è dunque intesa all’istituzione di un’agenzia, posta sotto la vigilanza del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, alla quale saranno affidate le prestazioni attualmente elencate nell’art. 37 della legge 9 marzo 1989, n. 88 e ss. mm.
Conseguentemente, l’agenzia avrà altresì funzioni consultive e propositive nonché di controllo circa l’effettiva sussistenza dei requisiti che danno titolo, per i beneficiari, all’erogazione delle prestazioni economiche assistenziali.
Nello stesso tempo, la presente proposta di legge popolare prevede di conferire la delega legislativa al Governo affinché provveda al riordino delle varie voci della GIAS, in modo che i dati della spesa previdenziale e di quella assistenziale divengano certi e trasparenti, passaggio questo prioritario per qualsiasi intervento legislativo di riforma del sistema previdenziale che si voglia consapevolmente intraprendere.”

 

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Governare. E non sapere cosa accadrà di @vitalbaa su newslist.it di @masechi DA LEGGERE!

Seconda “puntata” dell’interessante analisi di Vitalba Azzolini: la tecnica e la politica non si incrociano e la misurazione è un’opinione … tutto conduce alla creazione all’italiana del suddito inconsapevole.

La List di Mario Sechi si arricchisce www.newslist.it

In una “puntata” precedente (https://carlofavaretti.wordpress.com/2017/09/17/fatto-analisi-impatto-di-vitalbaa-su-newslist-it-di-masechi-da-leggere/) qui su List ho provato a spiegare la “cultura” degli impatti: vale a dire quel metodo di regolamentazione che impone al governo e ad altre autorità di definire con trasparenza gli obiettivi perseguiti, di valutare ex ante comparativamente gli effetti di diverse opzioni normative (inclusa quella di non intervento), di fissare indicatori di risultato per vagliare ex post se quella prescelta è stata efficace, nonché di redigere un’apposita relazione con tali contenuti. Non è solo un metodo di better regulation, ma anche il modo per inchiodare i governanti alle responsabilità conseguenti ai propri annunci, vincolandoli a rendicontarne i risultati. Sarà per questo che AIR e VIR (analisi e verifica di impatto della regolamentazione) piacciono poco a politici e supporter, nonostante siano obbligatorie ex lege da anni. Detto ciò, può essere utile esporre i settori in cui l’analisi va fatta, verificando se e come “funzioni”: insomma, una verifica di impatto sull’analisi di impatto, e non è un gioco di parole.

Ai sensi di legge, la valutazione ex ante degli impatti va svolta secondo direttrici ben precise: se la futura normativa ha fra i suoi destinatari piccole e medie imprese, ne vanno analizzati gli eventuali effetti distorsivi o sproporzionati rispetto alle imprese di più grandi dimensioni; inoltre, devono essere misurati eventuali nuovi adempimenti a carico di cittadini e imprese; serve altresì stimare l’incidenza delle diverse opzioni di regolazione sulle dinamiche concorrenziali del mercato, scegliendo quella che le sacrifica meno; in caso di recepimento di normative comunitarie, occorre verificare che non siano introdotti obblighi superiori a quelli richiesti da tali normative (c.d. gold-plating). E’ importante poi valutare preventivamente anche le modalità attuative – strumenti, risorse e mezzi – dell’intervento di regolamentazione. Questo è quanto espressamente (e teoricamente) prescritto. Ma i legislatori ne tengono realmente conto?

Partiamo dal primo punto. È’ necessario esaminare che nuove disposizioni non impongano pesi burocratici gravanti in misura maggiore sulle piccole e medie imprese, poiché “l’evidenza empirica mostra in modo inequivocabile come gli oneri (…) legati all’adempimento di una norma siano, in proporzione, molto più elevati per le PMI rispetto alle imprese di taglia media e grande” (Formez PA). Al riguardo, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato osserva che “il cammino intrapreso verso l’adozione di regolazioni che ‘pensano in piccolo’ potrà produrre risultati positivi per (…) le piccole e medie imprese, a condizione che i modelli di analisi d’impatto vengano attuati in modo concreto e sostanziale”. E, infatti, l’UE ha predisposto da tempo un test (c.d. test PMI) utile a stimare gli impatti – appunto – degli adempimenti amministrativi sulle imprese di dimensioni minori. Ma di questo test non sembra esservi traccia nelle relazioni AIR nazionali. Le conseguenze sono palesi: un recente studio di Assolombarda in tema di oneri amministrativi nei settori ambiente, edilizia, fisco ecc. dimostra che i costi delle relative procedure (in termini di percentuale sul fatturato e di ore per addetto) continuano a incidere più sulle PMI che sulle grandi imprese. E di studi che attestano queste evidenze ve ne sono comunque molti altri.

Circa il secondo punto, cioè la stima – in sede di elaborazione di nuove normative – degli oneri burocratici gravanti su cittadini e imprese (con quantificazione dei relativi costi), essa è funzionale al c.d. budget regolatorio, previsto ex lege dal 2012. Si tratta di un meccanismo di compensazione c.d. one-in-one-out, per cui non possono essere introdotti nuovi oneri amministrativi senza contestualmente ridurne o eliminarne altri. Questo principio viene osservato? La risposta la fornisce il Consiglio di Stato, il quale pochi mesi fa ha rilevato che, mentre in altri Paesi si stanno sfoltendo molti pesi, elaborando sistemi one-in-two-out o addirittura one-in-three-out, la regola in Italia è pressoché ignorata. Rimando a quanto ho scritto altrove, aggiungendo che, nonostante recenti misure tese a semplificazioni varie, permane “una grave incertezza sul regime amministrativo delle singole attività, sulla stabilità dei titoli abilitativi (impliciti o presunti), sui tempi di definizione delle procedure” (C. Deodato), nonché su molto altro.

Il terzo punto è il full competition assessment, cioè la quantificazione degli impatti concorrenziali, utile a evitare ostacoli ingiustificati all’esercizio delle attività economiche: ma chi l’ha visto? E’ lo stesso Nucleo AIR presso la presidenza del Consiglio ad attestarlo: in sede di elaborazione di nuove regolamentazioni, ci si limita a svolgere “considerazioni apodittiche sull’intervento come ausilio alla competitività e nessuna considerazione specifica laddove l’intervento limiti o distorca il mercato”. Serve altro per dimostrare il senso (mancante) dei regolatori nazionali per la competizione fra privati? Forse sì: ad esempio, ricordare il non lusinghiero 54° posto che l’Italia occupa attualmente nell’Indice Libertà Economiche elaborato dal Fraser Institute (era al 24° posto nel 2000); o la circostanza che per partorire la prima (rachitica) normativa sulla concorrenza sono serviti 8 anni dalla legge istitutiva e circa 900 giorni di discussione.

Per quanto poi attiene al divieto di gold-plating, nelle relazioni AIR i regolatori dovrebbero dare conto del fatto che, nella trasposizione di discipline comunitarie nell’ordinamento interno, non hanno immotivatamente previsto oneri, requisiti, procedure ecc. più gravosi di quelli contenuti nelle discipline medesime. Questo limite viene rispettato? I dati empirici sono chiari: “il 32% (o 3,5% del PIL) dei costi amministrativi di provenienza europea a carico di un’impresa sono da ascriversi, per la stessa Commissione, all’inefficace recepimento del diritto europeo negli Stati membri, e il 4% di essi al solo gold-plating” (E. Ojetti). Inoltre, basta leggere qualche relazione di analisi di impatto nazionale per accertare che non viene fatto un esame attento e puntuale sul gold-plating e che, pertanto, il rischio di violazione è molto alto.

Infine, non mi dilungherò sulla valutazione di strumenti e modalità di implementazione di nuove discipline, rimandando a quanto scritto altrove: in sintesi, come può pensarsi che qualcuno la svolga ex ante, se in Italia non esiste un’autorità preposta a verificare ex post l’effettiva attuazione di “politiche” e relative normative? Né mi dilungherò su analisi di impatto riguardanti profili quali il genere, la salute ecc., svolte in altri Paesi: a cosa servirebbe, se nel nostro le AIR non affrontano neanche quei pochi profili già previsti? A questo punto concludo. Le domande retoriche stanno diventando un po’ troppe.

Effetti del referendum del 22 ottobre @masechi @WRicciardi @drsilenzi

Grande Mario Sechi sulla sua List (www.newslist.it)

Ora comincia la guerra delle tasse

Grande vittoria in Veneto, buon risultato in Lombardia. I referendum sull’autonomia avranno un forte impatto istituzionale. Zaia e Maroni alleati per il federalismo fiscale: “Chiederemo tutto”.

È cominciata la battaglia per le tasse del Nord. E quello che diceva Bossi trent’anni fa sull’autonomia fiscale da ieri sera ha un fatto politico sul quale costruire un percorso istituzionale. In Veneto e Lombardia il Nord ha votato per il Nord. Il risultato è netto. In Veneto affluenza al 60 per cento e Sì al 98 per cento; in Lombardia affluenza quasi al 40 per cento e Sì al 95 per cento. Si possono fare mille considerazioni sulle differenze tra i numeri delle due regioni, ma alla fine di tutto il giro, resta un fatto: un blocco socio-economico dell’Italia ha detto in maniera massiccia che è ora di finirla con la gestione romano-centrica del potere.

“È il Big Bang, apriremo il negoziato, chiederemo tutto”. Quando Luca Zaia (sopra, nella foto Ansa) ha cominciato a parlare, improvvisamente qualcuno a Roma ha realizzato che il plebiscito del referendum sull’autonomia in Veneto produce effetti immediati.

“Faremo insieme la battaglia del secolo”. Quando Roberto Maroni ha cominciato a sorridere, citare l’alleanza con Zaia, perfidamente ricordare che “nel paese del ministro Martina ha votato il 40 per cento degli elettori”, qualcuno a Roma ha realizzato che questa domenica non è stata come le altre, è successo qualcosa nella politica italiana.
List aveva anticipato questo scenario in piena estate, messo nero su bianco che i referendum di Lombardia e Veneto sarebbero stati una tappa importante del Grande Slam elettorale. È andata esattamente così. Il 2 settembre scorso su List abbiamo fatto l’analisi giusta e dunque possiamo ripubblicarla oggi, senza cambiamenti:
“Il cronista osserva una data sul taccuino: domenica 22 ottobre. È il giorno in cui Lombardia e Veneto apriranno i seggi per il voto consultivo sull’autonomia regionale. Sedici milioni di elettori, le due regioni che trainano il sistema produttivo italiano, un appuntamento che è chiaramente un altro passaggio di quello scenario di crisi istituzionale che Miglio aveva chiaramente dipinto nei suoi libri e nelle sue riflessioni. I benpensanti e quelli che tanto tutto passa dicono: “Non succederà niente”. No, cari, non è così, la doppia consultazione avrà invece un impatto politico enorme, quando il popolo vota succede sempre qualcosa. Proviamo a spacchettare lo scenario, seguite il titolare di List.
Voto doppio, un solo giorno. La notte del 22 ottobre apparirà chiaro che Lombardia e Veneto vivono in una dimensione diversa dal resto del paese. Il Nord farà una scelta per il Nord. È incredibile come questo aspetto sfugga ai più. Gli elettori non andranno alle urne “solo” per chiedere più autonomia (e parliamo già di una cosa che avrà conseguenze importanti), ma si sveglieranno la mattina con la convinzione e volontà di andare a dire che tra il Nord e il Sud la distanza è grande e la misura è colma.
Non succederà niente? È una pia illusione. Non ci vuole l’immaginazione di Salvador Dalì per vedere la scena: vince il sì in maniera schiacciante, dichiarazioni su tutte le televisioni in contemporanea dei due presidenti, Maroni e Zaia, trionfo della Lega (che ben governa le due regioni, sia detto chiaramente), Salvini carico a pallettoni scartavetra la sua dichiarazione sul “popolo del Nord”, Forza Italia partecipa alla festa, il Pd si ritrova all’angolo con l’apertura ufficiale della Questione Settentrionale dopo decenni di zero tituli sulla Questione Meridionale. Sarà uno tsunami della comunicazione. E la comunicazione è politica.
Il 22 ottobre si aprirà ufficialmente la Questione settentrionale che Umberto Bossi aveva individuato con grande chiarezza nei primi anni Novanta. È una parabola politica che continua perché le intuizioni e analisi fatte in quel tempo dal Senatur e da Miglio erano corrette e sono non solo ancora in piedi, ma si presentano in forma sempre più grave. Cosa diceva Bossi? Il titolare di List tira fuori dalla sua libreria un discorso parlamentare del 1993, un gioiellino se lo confrontiamo con quello che passa oggi il Parlamento. I referendum promossi da Mario Segni e dai Radicali (eccolo, il voto) hanno avuto un esito travolgente (il segnale politico) e il presidente del Consiglio Giuliano Amato presenta le sue dimissioni. Il paese è in piena emergenza, si prepara l’arrivo del governo di Carlo Azeglio Ciampi. Camera dei Deputati, 22 aprile 1993, seduta pomeridiana, presidenza di Giorgio Napolitano, prende la parola Umberto Bossi:
“Non voglio insistere sul fatto che il federalismo fu l’anima del nostro Risorgimento. A tutti coloro che in malafede combattono l’autonomia regionale pur dichiarandosi a parole favorevoli, rammenterò le dichiarazioni di Salvemini, che non era lombardo: se non sbaglio era nato a Molfetta, in Puglia. «Oggi l’intervento del Governo centrale» — sono parole di Salvemini — «è sempre a vantaggio dei più forti, cioè di quelli che dispongono di maggior numero di voti alla Camera e di un regime unitario. Il Governo centrale non potrebbe fare diversamente, per non rimanere in minoranza nelle votazioni di fiducia. In un regime federale, invece, qualora le lotte fra i partiti di una regione degenerassero in modo da richiedere l’intervento delle altre regioni, di qualunque colore siano, non avendo interessi diretti nelle lotte altrui ed essendo interessati a ristablire saldamente l’ordine turbato, deciderebbero secondo giustizia e darebbero a ciascuna il suo». Non basta, incalza Salvemini, che l’idea federalista venga affermata nelle pagine di un libro; bisogna che diventi programma politico dei partiti democratici. Il federalismo è economicamente utile alle masse del sud, politicamente utile ai democratici del nord, moralmente utile a tutta l’Italia”. 
Interessante. E sorprendentemente “colto” e attuale. Ora fate il giochino di immaginare quali saranno le parole di Maroni, Zaia e Salvini alla vista dell’esito del referendum. Il passaggio del 22 ottobre non sarà una scampagnata nella festa popolare del voto, ma l’accelerazione di un processo di crisi che non ha avuto una risposta negli ultimi trent’anni”.
È andata così. List ha i piedi per terra, fa analisi prive di moral bias, pregiudizio. Allo scenario che avevamo anticipato il 2 settembre dobbiamo solo aggiungere l’aggiornamento in presa diretta, le note svelte che danno quasi sempre il ritorno giusto di quel che è accaduto, la prima registrazione della scossa, quella a caldo a cui segue poi l’analisi a freddo. Sul taccuino del titolare di List la sintesi è questa: trionfo della Lega, è una spinta al centrodestra, Matteo Salvini acquista ancora più peso (e da oggi ha un antagonista interno, Luca Zaia), Silvio Berlusconi se la cava, ma non è lui il vincitore di questo giro, il Partito democratico è in grave difficoltà, appare sconfitto nonostante abbia appoggiato il referendum, Matteo Renzi fa il capotreno ma è completamente fuori dai binari del Nord, fase Tafazzi del ministro democratico Maurizio Martina che ha invitato all’astensione (non ne azzeccano mai una, incredibile), il Movimento 5Stelle tiene un basso profilo ma ha un problema di lettura e comprensione dell’agenda settentrionale, siamo all’apertura ufficiale della questione fiscale sul piano istituzionale che significa una sola grande cosa fin dagli albori degli Stati nazionali: “tasse”.
Squadernata così, la giornata è di quelle memorabili e infatti lo è. È la pistola dello starter che fa bum! sulla pista dei cento metri dove tutta la tensione accumulata si scarica nello scatto bruciante. Bang! è partita alla grande la campagna elettorale. Il Grande Slam elettorale ha il vincitore della prima tappa: il centrodestra. Il 5 novembre arriva il secondo appuntamento, il voto per la Regione Sicilia, non c’è un sondaggio che dia una sola chance al Pd. Matteo Renzi suda freddo. Brividi.

Che cos’è un leader: tutto dipende dalla definizione di leadership

Interessante articolo di Travis Bradberry su Inc. Author, Emotional Intelligence 2.0 

 

What makes someone a leader anyway?

Such a simple question, and yet it continues to vex some of the best thinkers in business. I’ve written books on leadership, and yet it’s a rare thing to actually pause to define leadership.

Let’s start with what leadership is not …

Leadership has nothing to do with seniority or one’s position in the hierarchy of a company. Too many consider a company’s leadership to refer to the senior most executives in the organization. They are just that, senior executives. Leadership doesn’t automatically happen when you reach a certain pay grade. Hopefully you find it there, but there are no guarantees.

Leadership has nothing to do with titles. Similar to the previous point, having a C-level title doesn’t automatically make you a leader. You don’t need a title to lead. You can be a leader in your workplace, your neighborhood, or your family, all without having a title.

Leadership has nothing to do with personal attributes. Say the word leader and most people think of a domineering, take-charge, charismatic individual. People often think of icons from history such as George S. Patton or Abraham Lincoln. But leadership isn’t an adjective. We don’t need to be extroverted or charismatic to practice leadership. And those with charisma don’t automatically lead.

Leadership isn’t management. This is the big one. Leadership and management are not synonymous. You have 15 people in your downline and P&L responsibility? Good for you; hopefully, you are a good manager. Good management is needed. Managers need to plan, measure, monitor, coordinate, solve, hire, fire, and so many other things. Managers spend most of their time managing things. Leaders lead people.

So, again, what makes a leader?

Let’s see how some of the most respected business thinkers of our time define leadership, and let’s consider what’s wrong with their definitions.

Peter Drucker: “The only definition of a leader is someone who has followers.”

Really? This instance of tautology is so simplistic as to be dangerous. A new Army captain is put in the command of 200 soldiers. He never leaves his room or utters a word to the men and women in his unit. Perhaps routine orders are given through a subordinate. By default, his troops have to follow orders. Is the captain really a leader? Commander, yes; leader, no. Drucker is of course a brilliant thinker, but his definition is too simple.

Warren Bennis: “Leadership is the capacity to translate vision into reality.”

Every spring you have a vision for a garden, and with lots of work carrots and tomatoes become a reality. Are you a leader? No, you’re a gardener. Bennis’s definition seems to have forgotten “others.”

Bill Gates: “As we look ahead into the next century, leaders will be those who empower others.”

This definition includes “others,” and empowerment is a good thing. But to what end? We’ve seen many empowered “others” in life, from rioting hooligans to Google workers who were so misaligned with the rest of the company they found themselves unemployed. Gates’s definition lacks goals and vision.

John Maxwell: “Leadership is influence–nothing more, nothing less.”

I like minimalism, but this reduction is too much. A robber with a gun has influence over his victim. A manager has the power to fire team members, which provides a lot of influence. But does this influence make a robber or a manager a leader? Maxwell’s definition omits the source of influence.

So what is leadership?

Definition: Leadership is a process of social influence that maximizes the efforts of others toward the achievement of a greater good.

Notice the key elements of this definition:

  • Leadership stems from social influence, not authority or power.
  • Leadership requires others, and that implies they don’t need to be “direct reports.”
  • No mention of personality traits, attributes, or even a title; there are many styles, many paths to effective leadership.
  • It includes a greater good, not influence with no intended outcome.

Leadership is a mindset in action. So don’t wait for the title. Leadership isn’t something that anyone can give you–you have to earn it and claim it for yourself.

So what do you think of my definition of leadership? Please share your thoughts in the comments section below, as I learn just as much from you as you do from me.

Special thanks to Kevin Kruse for help with this post.

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Il potere magico del fallimento: perché la sconfitta ci rende liberi

“Io non perdo mai. Certe volte vinco, altre volte imparo.” Questa frase di Nelson Mandela è riportata nella quarta di copertina di un aureo libretto di Charles Pépin: Il potere magico del fallimento: perché la sconfitta ci rende liberi edito da Garzanti.

La vera crescita è sempre costruita attraverso errori, sconfitte e delusioni.

Il messaggio dell’autore è profondo: per diventare quelli che siamo ed esprimere il nostro potenziale dobbiamo accettare l’esperienza del rischio e non limitarci a scegliere tra alternative note e rassicuranti.

Molto interessante è l’analisi che egli fa sulla cultura francese (molto simile a quella italiana secondo me) rispetto a quella anglosassone, in particolare, americana. Per francesi (e italiani) il fallimento è una colpa di cui vergognarsi. Per gli americani è un’esperienza e un’opportunità.

Una lettura interessante e stimolante

 

The Dying Art of Disagreement @WRicciardi @drsilenzi @dr_enricorosso

Pubblicato ieri sul New York Times: a must read!

The Dying Art of Disagreement

SEPTEMBER 24, 2017

Bret Stephens
Bret Stephens

This is the text of a lecture delivered at the Lowy Institute Media Award dinner in Sydney, Australia, on Saturday, Sept. 23. The award recognizes excellence in Australian foreign affairs journalism.

Let me begin with thanks to the Lowy Institute for bringing me all the way to Sydney and doing me the honor of hosting me here this evening.

I’m aware of the controversy that has gone with my selection as your speaker. I respect the wishes of the Colvin family and join in honoring Mark Colvin’s memory as a courageous foreign correspondent and an extraordinary writer and broadcaster. And I’d particularly like to thank Michael Fullilove for not rescinding the invitation.

This has become the depressing trend on American university campuses, where the roster of disinvited speakers and forced cancellations includes former Secretaries of State Henry Kissinger and Condoleezza Rice, former Harvard University President Larry Summers, actor Alec Baldwin, human-rights activist Ayaan Hirsi Ali, DNA co-discoverer James Watson, Indian Prime Minister Narendra Modi, filmmaker Michael Moore, conservative Pulitzer Prize-winning columnist George Will and liberal Pulitzer Prize-winning columnist Anna Quindlen, to name just a few.

So illustrious is the list that, on second thought, I’m beginning to regret that you didn’t disinvite me after all.

The title of my talk tonight is “The Dying Art of Disagreement.” This is a subject that is dear to me — literally dear — since disagreement is the way in which I have always earned a living. Disagreement is dear to me, too, because it is the most vital ingredient of any decent society.

To say the words, “I agree” — whether it’s agreeing to join an organization, or submit to a political authority, or subscribe to a religious faith — may be the basis of every community.

But to say, I disagree; I refuse; you’re wrong; etiam si omnes — ego non — these are the words that define our individuality, give us our freedom, enjoin our tolerance, enlarge our perspectives, seize our attention, energize our progress, make our democracies real, and give hope and courage to oppressed people everywhere. Galileo and Darwin; Mandela, Havel, and Liu Xiaobo; Rosa Parks and Natan Sharansky — such are the ranks of those who disagree.

And the problem, as I see it, is that we’re failing at the task.

This is a puzzle. At least as far as far as the United States is concerned, Americans have rarely disagreed more in recent decades.

We disagree about racial issues, bathroom policies, health care laws, and, of course, the 45th president. We express our disagreements in radio and cable TV rants in ways that are increasingly virulent; street and campus protests that are increasingly violent; and personal conversations that are increasingly embittering.

This is yet another age in which we judge one another morally depending on where we stand politically.

Nor is this just an impression of the moment. Extensive survey data show that Republicans are much more right-leaning than they were twenty years ago, Democrats much more left-leaning, and both sides much more likely to see the other as a mortal threat to the nation’s welfare.

The polarization is geographic, as more people live in states and communities where their neighbors are much likelier to share their politics.

The polarization is personal: Fully 50 percent of Republicans would not want their child to marry a Democrat, and nearly a third of Democrats return the sentiment. Interparty marriage has taken the place of interracial marriage as a family taboo.

Finally the polarization is electronic and digital, as Americans increasingly inhabit the filter bubbles of news and social media that correspond to their ideological affinities. We no longer just have our own opinions. We also have our separate “facts,” often the result of what different media outlets consider newsworthy. In the last election, fully 40 percent of Trump voters named Fox News as their chief source of news.

Thanks a bunch for that one, Australia.

It’s usually the case that the more we do something, the better we are at it. Instead, we’re like Casanovas in reverse: the more we do it, the worse we’re at it. Our disagreements may frequently hoarsen our voices, but they rarely sharpen our thinking, much less change our minds.

It behooves us to wonder why.

* * *

Thirty years ago, in 1987, a philosophy professor at the University of Chicago named Allan Bloom — at the time best known for his graceful translations of Plato’s “Republic” and Rousseau’s “Emile” — published a learned polemic about the state of higher education in the United States. It was called “The Closing of the American Mind.”

The book appeared when I was in high school, and I struggled to make my way through a text thick with references to Plato, Weber, Heidegger and Strauss. But I got the gist — and the gist was that I’d better enroll in the University of Chicago and read the great books. That is what I did.

What was it that one learned through a great books curriculum? Certainly not “conservatism” in any contemporary American sense of the term. We were not taught to become American patriots, or religious pietists, or to worship what Rudyard Kipling called “the Gods of the Market Place.” We were not instructed in the evils of Marxism, or the glories of capitalism, or even the superiority of Western civilization.

As I think about it, I’m not sure we were taught anything at all. What we did was read books that raised serious questions about the human condition, and which invited us to attempt to ask serious questions of our own. Education, in this sense, wasn’t a “teaching” with any fixed lesson. It was an exercise in interrogation.

To listen and understand; to question and disagree; to treat no proposition as sacred and no objection as impious; to be willing to entertain unpopular ideas and cultivate the habits of an open mind — this is what I was encouraged to do by my teachers at the University of Chicago.

It’s what used to be called a liberal education.

The University of Chicago showed us something else: that every great idea is really just a spectacular disagreement with some other great idea.

Socrates quarrels with Homer. Aristotle quarrels with Plato. Locke quarrels with Hobbes and Rousseau quarrels with them both. Nietzsche quarrels with everyone. Wittgenstein quarrels with himself.

These quarrels are never personal. Nor are they particularly political, at least in the ordinary sense of politics. Sometimes they take place over the distance of decades, even centuries.

Most importantly, they are never based on a misunderstanding. On the contrary, the disagreements arise from perfect comprehension; from having chewed over the ideas of your intellectual opponent so thoroughly that you can properly spit them out.

In other words, to disagree well you must first understand well. You have to read deeply, listen carefully, watch closely. You need to grant your adversary moral respect; give him the intellectual benefit of doubt; have sympathy for his motives and participate empathically with his line of reasoning. And you need to allow for the possibility that you might yet be persuaded of what he has to say.

“The Closing of the American Mind” took its place in the tradition of these quarrels. Since the 1960s it had been the vogue in American universities to treat the so-called “Dead White European Males” of the Western canon as agents of social and political oppression. Allan Bloom insisted that, to the contrary, they were the best possible instruments of spiritual liberation.

He also insisted that to sustain liberal democracy you needed liberally educated people. This, at least, should not have been controversial. For free societies to function, the idea of open-mindedness can’t simply be a catchphrase or a dogma. It needs to be a personal habit, most of all when it comes to preserving an open mind toward those with whom we disagree.

* * *

That habit was no longer being exercised much 30 years ago. And if you’ve followed the news from American campuses in recent years, things have become a lot worse.

According to a new survey from the Brookings Institution, a plurality of college students today — fully 44 percent — do not believe the First Amendment to the U.S. Constitution protects so-called “hate speech,” when of course it absolutely does. More shockingly, a narrow majority of students — 51 percent — think it is “acceptable” for a student group to shout down a speaker with whom they disagree. An astonishing 20 percent also agree that it’s acceptable to use violence to prevent a speaker from speaking.

These attitudes are being made plain nearly every week on one college campus or another.

There are speakers being shouted down by organized claques of hecklers — such was the experience of Israeli ambassador Michael Oren at the University of California, Irvine. Or speakers who require hundreds of thousands of dollars of security measures in order to appear on campus — such was the experience of conservative pundit Ben Shapiro earlier this month at Berkeley. Or speakers who are physically barred from reaching the auditorium — that’s what happened to Heather MacDonald at Claremont McKenna College in April. Or teachers who are humiliated by their students and hounded from their positions for allegedly hurting students’ feelings — that’s what happened to Erika and Nicholas Christakis of Yale.

And there is violence. Listen to a description from Middlebury College professor Allison Stanger of what happened when she invited the libertarian scholar Charles Murray to her school to give a talk in March:

The protesters succeeded in shutting down the lecture. We were forced to move to another site and broadcast our discussion via live stream, while activists who had figured out where we were banged on the windows and set off fire alarms. Afterward, as Dr. Murray and I left the building . . . a mob charged us.

Most of the hatred was focused on Dr. Murray, but when I took his right arm to shield him and to make sure we stayed together, the crowd turned on me. Someone pulled my hair, while others were shoving me. I feared for my life. Once we got into the car, protesters climbed on it, hitting the windows and rocking the vehicle whenever we stopped to avoid harming them. I am still wearing a neck brace, and spent a week in a dark room to recover from a concussion caused by the whiplash.

Middlebury is one of the most prestigious liberal-arts colleges in the United States, with an acceptance rate of just 16 percent and tuition fees of nearly $50,000 a year. How does an elite institution become a factory for junior totalitarians, so full of their own certitudes that they could indulge their taste for bullying and violence?

There’s no one answer. What’s clear is that the mis-education begins early. I was raised on the old-fashioned view that sticks and stones could break my bones but words would never hurt me. But today there’s a belief that since words can cause stress, and stress can have physiological effects, stressful words are tantamount to a form of violence. This is the age of protected feelings purchased at the cost of permanent infantilization.

The mis-education continues in grade school. As the Brookings findings indicate, younger Americans seem to have no grasp of what our First Amendment says, much less of the kind of speech it protects. This is a testimony to the collapse of civics education in the United States, creating the conditions that make young people uniquely susceptible to demagogy of the left- or right-wing varieties.

Then we get to college, where the dominant mode of politics is identity politics, and in which the primary test of an argument isn’t the quality of the thinking but the cultural, racial, or sexual standing of the person making it. As a woman of color I think X. As a gay man I think Y. As a person of privilege I apologize for Z. This is the baroque way Americans often speak these days. It is a way of replacing individual thought — with all the effort that actual thinking requires — with social identification — with all the attitude that attitudinizing requires.

In recent years, identity politics have become the moated castles from which we safeguard our feelings from hurt and our opinions from challenge. It is our “safe space.” But it is a safe space of a uniquely pernicious kind — a safe space fromthought, rather than a safe space for thought, to borrow a line I recently heard from Salman Rushdie.

Another consequence of identity politics is that it has made the distance between making an argument and causing offense terrifyingly short. Any argument that can be cast as insensitive or offensive to a given group of people isn’t treated as being merely wrong. Instead it is seen as immoral, and therefore unworthy of discussion or rebuttal.

The result is that the disagreements we need to have — and to have vigorously — are banished from the public square before they’re settled. People who might otherwise join a conversation to see where it might lead them choose instead to shrink from it, lest they say the “wrong” thing and be accused of some kind of political -ism or -phobia. For fear of causing offense, they forego the opportunity to be persuaded.

Take the arguments over same-sex marriage, which you are now debating in Australia. My own views in favor of same-sex marriage are well known, and I hope the Yes’s wins by a convincing margin.

But if I had to guess, I suspect the No’s will exceed whatever they are currently polling. That’s because the case for same-sex marriage is too often advanced not by reason, but merely by branding every opponent of it as a “bigot” — just because they are sticking to an opinion that was shared across the entire political spectrum only a few years ago. Few people like outing themselves as someone’s idea of a bigot, so they keep their opinions to themselves even when speaking to pollsters. That’s just what happened last year in the Brexit vote and the U.S. presidential election, and look where we are now.

If you want to make a winning argument for same-sex marriage, particularly against conservative opponents, make it on a conservative foundation: As a matter of individual freedom, and as an avenue toward moral responsibility and social respectability. The No’s will have a hard time arguing with that. But if you call them morons and Neanderthals, all you’ll get in return is their middle finger or their clenched fist.

One final point about identity politics: It’s a game at which two can play. In the United States, the so-called “alt-right” justifies its white-identity politics in terms that are coyly borrowed from the progressive left. One of the more dismaying features of last year’s election was the extent to which “white working class” became a catchall identity for people whose travails we were supposed to pity but whose habits or beliefs we were not supposed to criticize. The result was to give the Trump base a moral pass it did little to earn.

* * *

So here’s where we stand: Intelligent disagreement is the lifeblood of any thriving society. Yet we in the United States are raising a younger generation who have never been taught either the how or the why of disagreement, and who seem to think that free speech is a one-way right: Namely, their right to disinvite, shout down or abuse anyone they dislike, lest they run the risk of listening to that person — or even allowing someone else to listen. The results are evident in the parlous state of our universities, and the frayed edges of our democracies.

Can we do better?

This is supposed to be a lecture on the media, and I’d like to conclude this talk with a word about the role that editors and especially publishers can play in ways that might improve the state of public discussion rather than just reflect and accelerate its decline.

I began this talk by noting that Americans have rarely disagreed so vehemently about so much. On second thought, this isn’t the whole truth.

Yes, we disagree constantly. But what makes our disagreements so toxic is that we refuse to make eye contact with our opponents, or try to see things as they might, or find some middle ground.

Instead, we fight each other from the safe distance of our separate islands of ideology and identity and listen intently to echoes of ourselves. We take exaggerated and histrionic offense to whatever is said about us. We banish entire lines of thought and attempt to excommunicate all manner of people — your humble speaker included — without giving them so much as a cursory hearing.

The crucial prerequisite of intelligent disagreement — namely: shut up; listen up; pause and reconsider; and only then speak — is absent.

Perhaps the reason for this is that we have few obvious models for disagreeing well, and those we do have — such as the Intelligence Squared debates in New York and London or Fareed Zakaria’s show on CNN — cater to a sliver of elite tastes, like classical music.

Fox News and other partisan networks have demonstrated that the quickest route to huge profitability is to serve up a steady diet of high-carb, low-protein populist pap. Reasoned disagreement of the kind that could serve democracy well fails the market test. Those of us who otherwise believe in the virtues of unfettered capitalism should bear that fact in mind.

I do not believe the answer, at least in the U.S., lies in heavier investment in publicly sponsored television along the lines of the BBC. It too, suffers, from its own form of ideological conformism and journalistic groupthink, immunized from criticism due to its indifference to competition.

Nor do I believe the answer lies in a return to what in America used to be called the “Fairness Doctrine,” mandating equal time for different points of view. Free speech must ultimately be free, whether or not it’s fair.

But I do think there’s such a thing as private ownership in the public interest, and of fiduciary duties not only to shareholders but also to citizens. Journalism is not just any other business, like trucking or food services. Nations can have lousy food and exemplary government, as Great Britain demonstrated for most of the last century. They can also have great food and lousy government, as France has always demonstrated.

But no country can have good government, or a healthy public square, without high-quality journalism — journalism that can distinguish a fact from a belief and again from an opinion; that understands that the purpose of opinion isn’t to depart from facts but to use them as a bridge to a larger idea called “truth”; and that appreciates that truth is a large enough destination that, like Manhattan, it can be reached by many bridges of radically different designs. In other words, journalism that is grounded in facts while abounding in disagreements.

I believe it is still possible — and all the more necessary — for journalism to perform these functions, especially as the other institutions that were meant to do so have fallen short. But that requires proprietors and publishers who understand that their role ought not to be to push a party line, or be a slave to Google hits and Facebook ads, or provide a titillating kind of news entertainment, or help out a president or prime minister who they favor or who’s in trouble.

Their role is to clarify the terms of debate by championing aggressive and objective news reporting, and improve the quality of debate with commentary that opens minds and challenges assumptions rather than merely confirming them.

https://mobile.nytimes.com/2017/09/24/opinion/dying-art-of-disagreement.html

 

Fatto. Analisi. Impatto di @vitalbaa su newslist.it di @masechi DA LEGGERE!

Come si dovrebbe legiferare e regolamentare in un paese civile, applicando continuamente AIR (analisi di impatto della regolamentazione) e VIR (verifica di impatto della regolamentazione) prima e dopo il processo decisionale.

L’articolo è l’ulteriore dimostrazione dell’interesse della newslist.it del grande Mario Sechi

Una vita sregolata

di Vitalba Azzollini

Il sottotitolo di questa newsletter  – “Fatto. Analisi. Impatto” (ma anche “Agenda”, come dirò) – è un invito a nozze per chi si occupa di regolamentazione. Quelle tre parole sono, al contempo, presupposto e spinta per l’evoluzione dell’ordinamento. Mi spiego meglio. Il mutamento della realtà è costante, il diritto deve tenere lo stesso ritmo: l’analisi dei fatti, quindi del contesto, così come quella degli impatti delle norme che intervengono sui fatti, è imprescindibile per ogni buon regolatore. Può aggiungersi anche altro. La regolamentazione è un costo, poiché impone oneri e limiti ai soggetti privati, spese di elaborazione ed attuazione a quelli pubblici. Un rule maker realmente accountable deve essere in grado di giustificare in modo trasparente che, tra le diverse opzioni normative a sua disposizione, ha scelto quella più efficace in termini di costi e benefici, dati i fini perseguiti. La scarsa attenzione a questo processo di valutazione ponderata ha determinato nel tempo discipline sovrabbondanti, inutili o poco coerenti. E i conseguenti effetti negativi su produttività, concorrenza, competitività del sistema economico nazionale sono evidenti (e attestati da studi sull’attrattività di diversi Paesi).

Dunque, “Fatto. Analisi. Impatto” è, in sintesi, il metodo che i regolatori nazionali – specificamente governo e autorità “tecniche” – dovrebbero  seguire (il condizionale è d’obbligo, come spiegherò oltre), non foss’altro perché è da anni un obbligo di legge. Come si attua in concreto questo metodo? Si attua, da un lato, mediante l’analisi di impatto della regolamentazione (AIR), strumento che serve a definire esattamente il problema da risolvere; individuare gli obiettivi perseguiti e costruire indicatori di carattere quantitativo che consentano di verificarne il grado di raggiungimento; consultare gli stakeholder; esaminare le varie opzioni di intervento (inclusa la cd. “opzione zero”, ossia il non intervento); comparare i vantaggi e gli svantaggi di ognuna di tali opzioni, considerandone gli effetti concorrenziali sul mercato e quantificandone il “prezzo” per cittadini e imprese; delineare un attendibile scenario del futuro funzionamento dell’opzione selezionata, soprattutto dei suoi possibili effetti inattesi o indesiderati, sulla base dei dati disponibili al momento della sua scelta. Dall’altro lato, il metodo citato si attua mediante la verifica di impatto della regolamentazione (VIR), che serve per vagliare il reale grado di raggiungimento degli obiettivi prefissati, misurato sulla base degli indicatori predefiniti; “manutenere” le leggi vigenti, onde permetterne nel tempo la correzione a seguito di eventuali disfunzioni o l’aggiornamento in relazione a sopravvenuti mutamenti fattuali e giuridici; abrogare le norme non più necessarie.

Ricapitolando, il metodo riassunto in “Fatto. Analisi. Impatto” – valutazione ex ante dell’adeguatezza della regolamentazione ed ex postdella sua concreta e perdurante efficacia – serve non solo a tenere l’ordinamento al passo di una realtà in costante trasformazione e a imporre ai regolatori di giustificare le proprie scelte in maniera trasparente, ma a garantire il buon funzionamento delle leggi. Quindi, è un metodo idoneo ad assicurare una regolamentazione di qualità. Come il Consiglio di Stato ha evidenziato in un recente parere – ove riassume i numerosi interventi in tema di better regulation da parte del legislatore nazionale, nonché dell’Unione Europea e dell’OCSE – “una norma ‘scritta bene’, che rispetti i requisiti di ‘qualità’ (…) in termini di consapevolezza dell’impatto su cittadini e imprese, reca un beneficio ulteriore – e costi sociali minori – rispetto ai benefici che il suo contenuto ‘di merito’ già prevede”. In altre parole, la valutazione degli impatti, garantendo la qualità delle regole, offre un “valore aggiunto” economicamente stimabile in termini di “maggiore efficacia, efficienza, sostenibilità e ‘durabilità’ delle normative”.

“Fatto. Analisi. Impatto” è il metodo che i regolatori nazionali dovrebbero seguire, dicevo usando scientemente il condizionale. Ne spiego la ragione. Come rilevato sempre dal Consiglio di Stato – e come si legge puntualmente nella Relazione sullo stato di attuazione della analisi di impatto della regolamentazione, presentata ogni anno dal Governo al Parlamento – le relazioni AIR sono il più delle volte poco approfondite, prive degli indicatori quantitativi utili a consentire la verifica dell’effettivo impatto delle norme; mancanti dell’analisi economica delle opzioni alternative di regolamentazione e lacunose riguardo all’opzione prescelta; carenti nell’analisi di “fattibilità”, cioè incuranti della successiva fase di attuazione, anche in termini di stima delle risorse – finanziarie e umane – necessarie. Quanto alle VIR, affermare che non ve ne sono molti esempi sarebbe un eufemismo. Questa è la foto del “metodo” – anche per i fallimenti serve metodo – con cui i regolatori nazionali hanno nel tempo affossato ogni italica aspirazione di better regulation. Peraltro, svuotando di significato AIR e VIR, hanno costantemente disatteso anche il c.d. regulatory budget (che impone di non introdurre nuovi oneri amministrativi senza averne prima eliminati altri), reso le consultazioni pubbliche dei meri pro-forma, ossia atti di politica fittizia, e molto altro. Ma qui mi fermo.

“Fatto. Analisi. Impatto” è il metodo con cui, in questa newsletter, partendo dai fatti esaminati, vengono tratte conclusioni, fondandole su analisi di dati e impatti svolte trasparentemente. E trasparenza è la caratteristica ineludibile di ognuno degli strumenti di better regulationsopra citati, nonché la chiave di volta per comprendere il loro insufficiente utilizzo, di AIR e VIR soprattutto. La trasparenza delle decisioni di regolazione – cioè la trasparenza delle valutazioni degli impatti, anche attraverso la loro pubblicazione su siti istituzionali – metterebbe i governanti nella condizione di dover rendere conto del proprio operato, consentendo all’elettorato di giudicarli con dati di fatto. Detto in termini più banali, ne disvelerebbe i poco realistici annunci di riforme mirabolanti, così come il mancato ottenimento di effetti previsti con noncurante leggerezza. Dunque, gli strumenti che garantiscono la qualità della regolazione, nonché la trasparenza del processo di rule making, contribuirebbero alla responsabilizzazione democratica dei rule makers stessi, date le conseguenze reputazionali (e soprattutto elettorali) cui potrebbero dar luogo. E’ più chiaro ora il perché in Italia tali strumenti non vengono usati – anzi, sono spesso demonizzati da politici e supporter – con la conseguenza che le leggi sono fatte male e operano ancora peggio?

Dimenticavo: nel sottotitolo di questa newsletter vi è anche la parola “Agenda”, cioè il “da farsi”, e ai fini di quanto detto sopra conta anche quella. La trasparente programmazione dell’attività normativa e, quindi, l’elenco delle iniziative di regolamentazione previste in un arco temporale preciso – con pubblicazione sui siti web istituzionali anche dei motivi per cui il programma non viene eventualmente rispettato – rappresenterebbe un impegno, la cui violazione nuocerebbe alla credibilità di chi l’ha assunto.

“Fatto. Analisi. Impatto. Agenda”. Così si chiude il cerchio.

Chi è l’autore. Vitalba Azzollini, giurista. Lavora presso un’Autorità di vigilanza. Scrive in tema di diritto su riviste on line (tra le altre, La Voce e Noise fron Amerika), blog (Phastidio e Istituto Bruno Leoni) e giornali. Autrice di paper per l’Istituto Bruno Leoni.

Una lettura obbligatoria: Exponential Organizations di Salim Ismail @WRicciardi @leadmedit

Una lettura estiva (forse sarebbe meglio dire uno studio estivo) di un libro affascinante: Exponential Organizations di Salim Ismail, edito da Marsilio nella collana Nodi.

Che cos’è un’organizzazione esponenziale? Essa è un’organizzazione il cui impatto (o output) risulta notevolmente superiore – almeno dieci volte – rispetto ai competitor, grazie all’utilizzo di nuove tecniche organizzative, che fanno leva sulle tecnologie in accelerazione.

Gestire organizzazioni esponenziali focalizzate sui clienti e non sui competitor esterni e sulle strutture interne tradizionali richiede una svolta epocale, paragonata a una nuova “era cambriana”. Richiede una nuova cultura e nuove e più dinamiche competenze.

Ho raccolto alcune frasi che mi hanno particolarmente colpito! Buona meditazione a tutti noi perché molti dei temi trattati riguardano anche la sanità!

  1. L’unica costante del mondo d’oggi è il cambiamento, e il ritmo del cambiamento sta aumentando.
  2. L’accelerazione (del cambiamento) è costituita dalle 6 D: digitalized, deceptive (ingannevole), disruptive (dirompente), dematerialized, demonetized, democratized.
  3. L’utilizzo di strumenti lineari e di tendenze del passato per fare previsioni su di un futuro in accelerazione è deleterio (vedi i casi di Iridium e Kodak).
  4. Gli esperti, in quasi tutti i campi, messi di fronte ad una crescita di tipo esponenziale, continuano sempre a pensare in un’ottica lineare, ignorando l’evidenza davanti ai loro occhi.
  5. Il vecchio detto secondo cui un esperto è “qualcuno che ti dice perché qualcosa non può essere fatta” è oggi più vero che mai.
  6. Nessuno degli indicatori tradizionali quali l’età, la reputazione e le vendite attuali possono garantire la sopravvivenza di un’azienda.
  7. La legge di Moore afferma che il rapporto prezzo/prestazione della potenza di calcolo raddoppia ogni diciotto mesi.
  8. “Le nostre organizzazioni sono fatte per resistere ai cambiamenti che arrivano dall’esterno” piuttosto che per accoglierli, anche quando sono utili (da John Hagel).
  9. Le strutture organizzative aziendali esistono proprio per annientare i fattori dirompenti di cambiamento.
  10. La maggior parte delle organizzazioni complesse si basa sulla cosiddetta “struttura a matrice” … Questa struttura è efficace nel garantire il controllo, ma è disastrosa in termini di individuazione delle responsabilità, di velocità e di propensione al rischio … Con il tempo, le funzioni orizzontali acquistano sempre più potere … Per le grandi organizzazioni con struttura a matrice attuare il cambiamento rapido e dirompente è qualcosa di estremamente difficile. Quelle che ci hanno provato, infatti, hanno sperimentato che il “sistema immunitario” dell’organizzazione tende a rispondere alla minaccia percepita attaccando.
  11. Le organizzazioni esponenziali hanno la capacità di adattarsi a un mondo in cui l’informazione è pervasiva e onnipresente e di convertirla in vantaggio competitivo.
  12. I tratti comuni delle organizzazioni esponenziali sono: il Massive Transformative Purpose (Mtp), cinque caratteristiche esterne denominate Scale e cinque interne denominate Ideas. Per essere un’organizzazione esponenziale, un’azienda deve avere il Mtp e almeno quattro caratteristiche.
  13. Il Mtp non è la missione: il Mtp è aspirational. Il fuoco è su ciò che si aspira a raggiungere.
  14. Scale: staff on demand; community and crowd; algoritmi, leveraged asset; engagement
  15. Ideas: interfacce; dashboard; experimentation; autonomia; tecnologie sociali.
  16. Il concetto di autonomia non implica non rendere conto a nessuno delle proprie azioni. Secondo Steve Denning, “In un network esistono ancora le gerarchie, ma esse tendono ad essere basate sulle competenze, e fanno affidamento più sull’accountability tra colleghi che su quella dovuta all’autorità, cioè sul dover rendere conto a qualcuno perché sa qualcosa e non per il semplice fatto che occupa una determinata posizione indipendentemente dalle competenze. Il ruolo del manager si trasforma, non viene abolito”
  17. Un’organizzazione esponenziale tende a essere una zero latency enterprise cioè un’azienda in cui si annulla l’intervallo tra ideazione, approvazione e realizzazione.
  18. In passato il lavoro si concentrava principalmente sull’importanza del quoziente intellettivo (QI), oggi il quoziente emotivo (QE) e quello spirituale (QS) stanno diventando indicatori sempre più rilevanti.
  19. Un secolo fa, la competizione si giocava principalmente sulla produzione, Quarant’anni fa, invece, il fattore decisivo divenne il marketing. Oggi, nell’era di internet, in cui produzione e marketing sono diventati merci e sono stati democratizzati, tutto ruota intorno a idee e ideali.
  20. Il piano strategico quinquennale è in sé uno strumento obsoleto … Esso è un suicidio per un’organizzazione esponenziale … L’unica soluzione è stabilire un Massive transformational Purpose (Mtp), costruire la struttura aziendale, adottare un piano (al massimo) annuale e osservare la crescita, con aggiustamenti progressivi e in tempo reale a seconda delle necessità.
  21. Nel mondo delle organizzazioni esponenziali, lo scopo (Mtp) è più importante della strategia e l’execution ha la precedenza sulla pianificazione.
  22. Arianna Huffington ha detto: “Preferisco lavorare con una persona meno brillante ma che sa fare gioco di squadra ed è chiara e diretta, piuttosto che con qualcuno molto brillante ma dannoso per l’organizzazione”.
  23. In un’organizzazione esponenziale, la cultura (con il Mtp e le tecnologie sociali) è il collante che garantisce la tenuta del team nonostante i salti quantici della crescita esponenziale. Secondo Chip Conley “la cultura è ciò che accade quando il capo non c’è”. E secondo Joi Ito “la cultura si mangia la strategia a colazione”.
  24. Sta diventando sempre più facile acquisire potere, ma è sempre è più difficile mantenerlo.
  25. Consiglio ai CEO delle grandi aziende di affiancare a chi occupa posizioni di leadership i venticinquenni più brillanti, per colmare il gap generazionale e tecnologico, per permettere a questi giovani di crescere più velocemente e per innescare un meccanismo di mentoring al contrario.
  26. Se siete un manager di Amazon e un dipendente viene da voi con una grande idea, la vostra risposta di default deve essere : Se volete dire di no, dovete motivare questo rifiuto con una relazione di due pagine spiegando perché non ritenete l’idea valida.
  27. Jeff Bezos (Amazon) ha detto: “ Se sei focalizzato sui competitor, devi aspettare che siano loro a fare la prima mossa, prima di agire. Concentrarsi sui clienti, invece, consente di essere dei pionieri”.
  28. Il miglior modo per definire questa macrotransizione verso organizzazioni esponenziali è considerarla un passaggio dalla scarsità all’abbondanza … Secondo Dave Blakely “queste nuove organizzazioni sono esponenziali perché prendono qualcosa di scarso e lo fanno diventare abbondante”.

Analfabetismo funzionale degli italiani @WRicciardi @drsilenzi

L’analfabetismo funzionale è l’incapacità “di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere con testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità” (OCSE).

In Italia, 8 persone su 10 hanno difficoltà a utilizzare quello che ricavano da un testo scritto, 7 persone su 10 hanno difficoltà abbastanza gravi nella sua comprensione: 5 milioni di italiani hanno una completa incapacità di lettura (Tullio De Mauro).

Il tema, come molti altri relativi al declino dell’informazione, sono affrontati da un breve, ma intenso libro di Paolo Pagliaro (coautore con Lilly Gruber della trasmissione 8 e 1/2) dal titolo “Punto – fermiamo il declino dell’informazione”, edito da il Mulino.

Stefan Zweig e i popoli che fanno la storia @WRicciardi @aringherosse

Una folgorante lettura estiva: La Storia come inventrice di storie. Un saggio breve di 38 pagine, scritto da Stefan Zweig nel 1939.

Due citazioni:

“Questo era ed è il primo e perenne compito della Storia: mostrare all’individuo il cammino e l’evolversi dell’intera umanità, unire interiormente il singolo a una sterminata serie di antenati, la cui opera è tenuto a completare degnamente”

“La verità è che nella Storia della nostra cultura a primeggiare sono quei popoli che hanno saputo rappresentare se stessi nel modo più innovativo e immaginifico, quelli che hanno saputo trasformare in saga, in epica, in mito la loro intera esistenza. Perciò, tanto per i contemporanei quanto per i posteri, la reputazione non dipende dalle dimensioni di un popolo, né dal numero dei morti prodotti dalle guerre, e nemmeno dalla grandezza sterminata del territorio che ha devastato. Di ogni popolo rimane solamente, quale prova storica universale, il contributo artistico che ha apportato al patrimonio dell’intera umanità. Ciò che possiamo concludere dunque è che non sono i popoli guerrieri a fare la storia, ma i popoli creativi; che non è la massa umana a essere decisiva, ma la humanitas, in questo senso di esplicazione creativa.”

Vale la pena di investire due ore nella lettura di questo saggio. Chissà che qualche nostro reggitore lo faccia!

Che cosa fare quando non si ha la competenza? @drsilenzi @redhenry88

L’attuale dibattito sui vaccini, come quello su ogni problema sociale complesso, rende urgente la risposta alla domanda: che cosa fare quando non si ha la competenza?

Adriano Sofri, su Il Foglio del 14 agosto 2004, ha tentato di dare una risposta a questa domanda.

“Ci sono due strade. Farsi una competenza, e su quella fondare una propria opinione non capricciosa. Oppure affidarsi prudentemente alla competenza altrui, e su quella fondare la propria cauta opinione”.

Stamane, su Radio24, Alessandro Milan e Oscar Giannino, solitamente prudenti e cauti, sono caduti nella trappola di un antivax veneto travestito da filosofo del diritto che ha dibattuto sulla libertà individuale, sparando comunque, senza essere minimamente contrastato, una serie di dati e informazioni volutamente sbagliate sulle coperture vaccinali, sugli interventi in corso di epidemie, ecc.

La mia reazione è stata che il linguaggio usato da Sofri nel 2004 è troppo aulico!

Meglio questo diagramma di flusso!

Sono certo che l’applicazione diffusa di questo diagramma è una pia illusione! Mi pare che viviamo in un periodo in cui chi urla di più impone le sue idiozie. Mao Tse Tung diceva: “Augura al tuo peggior nemico di vivere in tempi interessanti”! Il nostro è sicuramente un tempo interessante. O no?

Il CV efficace: lo ha inventato Leonardo Da Vinci! Copiate! @drsilenzi @redhenry88

Tempo fa, sui social, Roberta Zantedeschi che si occupa di ricerca e selezione di personale e diformazione e orientamento professionale, ha pubblicato un interessante post su come stendere un CV efficace prendendo Leonardo da Vinci come testimonial.

Eccolo: interessante!

Quel gran secchione di Leonardo Da Vinci tra le varie cose è fautore pure del CV efficace.

Quel CV cioè che non descrive ogni singola esperienza lavorativa (quello che hai fatto in passato) ma che mette in evidenza le capacità maturate (ciò che potrai fare presso chi ti assumerà).

Un CV non autoreferenziale ma concreto, pragmatico e rivolto ai bisogni e ai problemi di chi legge.

La lettera è indirizzata al Duca Ludovico Sforza detto Il Moro in occasione del trasferimento dello stesso Leonardo a Milano e pare proprio una moderna domanda di assunzione.

Eccola tradotta in Italiano corrente:

Avendo constatato che tutti quelli che affermano di essere inventori di strumenti bellici innovativi in realtà non hanno creato niente di nuovo, rivelerò a Vostra Eccellenza i miei segreti in questo campo, e li metterò in pratica quando sarà necessario. Le cose che sono in grado di fare sono elencate, anche se brevemente, qui di seguito (ma sono capace di fare molto di più, a seconda delle esigenze):

1- Sono in grado di creare ponti, robusti ma maneggevoli, sia per attaccare i nemici che per sfuggirgli; e ponti da usare in battaglia, in grado di resistere al fuoco, facili da montare e smontare; e so come bruciare quelli dei nemici.

2- In caso di assedio, so come eliminare l’acqua dei fossati e so creare macchine d’assedio adatte a questo scopo.

3- Se, sempre in caso di assedio, la fortezza fosse inattaccabile dalle normali bombarde, sono in grado di sbriciolare ogni fortificazione, anche la più resistente.

4- Ho ideato bombarde molto maneggevoli che lanciano proiettili a somiglianza di una tempesta, in modo da creare spavento e confusione nel nemico.

5- Sono in grado di ideare e creare, in modo poco rumoroso, percorsi sotterranei per raggiungere un determinato luogo, anche passando al di sotto di fossati e fiumi.

6- Costruirò carri coperti, sicuri, inattaccabili e dotati di artiglierie, che riusciranno a rompere le fila nemiche, aprendo la strada alle fanterie, che avanzeranno facilmente e senza ostacoli.

7- Se c’è bisogno costruirò bombarde, mortai e passavolanti [per lanciare sassi e ‘proiettili’] belli e funzionali, rielaborati in modo nuovo.

8- Se non basteranno le bombarde, farò catapulte, mangani, baliste [macchine per lanciare pietre e ‘fuochi’] e altre efficaci macchine da guerra, ancora in modo innovativo; costruirò, in base alla situazione, infiniti mezzi di offesa e difesa.

9- In caso di battaglia sul mare, conosco efficaci strumenti di difesa e di offesa, e so fare navi che sanno resistere a ogni tipo di attacco.

10- In tempo di pace, sono in grado di soddisfare ogni richiesta nel campo dell’architettura, nell’edilizia pubblica e privata e nel progettare opere di canalizzazione delle acque. So realizzare opere scultoree in marmo, bronzo e terracotta, e opere pittoriche di qualsiasi tipo. Potrò eseguire il monumento equestre in bronzo che in eterno celebrerà la memoria di Vostro padre [Francesco] e della nobile casata degli Sforza.

Se le cose che ho promesso di fare sembrano impossibili e irrealizzabili, sono disposto a fornirne una sperimentazione in qualunque luogo voglia Vostra Eccellenza, a cui umilmente mi raccomando.

Che cosa fa Leonardo?

Per prima cosa sintetizza le sue competenze in un elenco numerato, così facendo facilita l’organizzazione dei contenuti e la lettura da parte di chi riceve la missiva.

Inoltre, e ancora più importante, contestualizza la lettera citando soprattutto le sue competenze in ambito bellico. Lui, che era prima di tutto un artista e pure pacifista, scrive un CV promuovendo una gamma ben specifica di abilità, quelle che ritiene possano servire al Duca. Delle sue qualità di artista ne accenna solo al decimo punto, senza forzare la mano.

Da Vinci docet quindi, il CV moderno l’ha inventato lui, e non ha niente a che fare con il formato europeo.

È invece un CV lean, contestualizzato, funzionale, che punta dritto all’obiettivo facendo leva sui bisogni di chi dovrebbe ingaggiarlo. Funziona così anche oggi: chi assume lo fa perché ha un problema e sceglie la persona che ritiene possa risolverlo nel migliore dei modi.

Quando scrivete un CV chiedetevi sempre: che problemi ha il mio interlocutore? In che modo io posso contribuire a risolverli? E poi scrivete di questo! Tutto il resto che vi verrà voglia di inserire nel CV potrebbe essere inutile, pensateci bene prima di occupare spazio con parole e informazioni che non portano valore aggiunto.

E strutturate il testo perché sia immediato e fluido, gli elenchi puntati sono i vostri migliori alleati.

Ora basta! Contrastare le bufale sui vaccini @drsilenzi

Andrea Silenzi su Facebook ha pubblicato un’ottima e sintetica presa di posizione per contrastare la diffusione di bufale sui vaccini. Eccola!

“Per chi, nonostante tutto quello che avete avuto modo di leggere in questi giorni sui giornali, ancora si chiedesse quale fosse la scientificità e autorevolezza alla base della pratica clinica dell’ormai ex medico radiato dall’Ordine dei Medici e Odontoiatri della provincia di Treviso, offro un esempio paradigmatico che sintetizza in poche righe l’infondatezza dei rimedi pubblicati sul sito web personale del predetto e ripresi anche nei social. Rimedi privi di qualsiasi fondamento a cui molti ignari pazienti (adulti e bambini) si affidavano (e forse ancora si affidano) come sempre ci si fida quando un medico – non una persona qualsiasi – consiglia qualcosa a qualcuno per il bene della propria salute.

È questa la cosa che, da medico, mi da più fastidio in questo come purtroppo in molti altri casi dove sono colleghi medici a farsi latori di teorie prive di evidenze scientifiche. Teorie che offuscano l’immagine della prevenzione vaccinale creando danni inimmaginabili fino a pochi anni fa: http://www.ansa.it/…/italy-becomes-us-travel-risk-for-measl….

Analizziamo, come esempio, i “consigli per prevenire le malattie invernali nei bambini”:

– Evitare il latte vaccino e i suoi derivati: questo consiglio è quasi obbligatorio per i bambini soggetti a forme catarrali delle prime vie aeree o a disturbi intestinali;
– Ridurre i cereali contenenti glutine e i loro derivati;
– facilitare il sonno nei bambini ….somministrando loro per tutto l’inverno anche la melatonina (2-3 mg la sera);
– Somministrare multivitaminici, ovviamente “naturali” – ma (cit.) “aggiungendo integratori (nutraceutici) a base di vitamina C (250-300 mg al giorno), vitamina D (800-1.000 unità al giorno), vitamina A (800-1.000 unità al giorno)” per tutto l’inverno;
– Somministrare multiminerali per tutto l’inverno, ma attenzione (cit.) “non è sufficiente un prodotto che contenga solo 8-10 minerali, perché nella nostra alimentazione mancano specialmente i microelementi, cioè i minerali in tracce. Consiglio allora di acquistare un multiminerale completo, come quello costituito da acqua di oceano adeguatamente purificata” (NB : 12 fiale di acqua di mare = costo 15 euro, consigliate 3 fiale al giorno nei bambini, 6 fiale al giorno negli adulti);
– Aggiungere prodotti a base di magnesio (150-200 mg al giorno) e zinco (10 mg al giorno) specialmente nei bambini più irrequieti e/o nervosi per tutto l’inverno;
– Somministrare probiotici tutti i giorni, per tutto l’inverno;

L’ex collega, infine, conclude dicendo (cit.) “non posso non ricordare che i consigli che ho dato andrebbero integrati anche con la terapia omeopatica, che svolge sicuramente una potente azione preventiva sia specifica che aspecifica nei confronti delle patologie infettive invernali”

Vieppiù che, non bastasse questa chiosa, il consiglio finale è che per saperne di più su come non far ammalare i bambini d’inverno, basta acquistare (cit.) “la mia pubblicazione più specifica”.

Tradotto: per non far venir l’influenza ad un bambino, i medici corrotti dalle aziende farmaceutiche somministrano un vaccino (costo 7-10€, una tantum), mentre quelli trasparenti e incorruttibili consigliano di spendere circa 50€ al giorno per 6 mesi /anno (9.000€, che se per caso hai due figli 18.000€).

Perché, si sa, le aziende che producono prodotti omeopatici, melatonina e nutraceutici vari sono dei gran benefattori.

Infine, il libro dell’ex collega (quello che il predetto chiama “pubblicazione” – forse per equipararlo, confondendo, a una pubblicazione scientifica?) per puro caso (veramente per puro caso) costa esattamente quanto il vaccino antiinfluenzale (10€) … ed è anch’esso un prodotto “una tantum”.

P.s. Se cercate informazioni corrette sulla salute, informazioni “anti-bufala”, rivolgetevi sempre a siti istituzionali e mai a siti di persone auto-emarginatisi per scelta dalla comunità scientifica internazionale.

P.p.s. Esiste poi la buona comunicazione online, dove si coniuga buona comunicazione con rigore scientifico e piena trasparenza con la comunità scientifica. È il caso di MedBunker di Salvo Di Grazia o delle pagine Roberto Burioni, Medico | VaccinarSì di Ulrike Schmidleithner e VaccinarSìdella SItI – Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica| IoVaccino | Rete Informazione Vaccini – RIV | Gavi, the Vaccine Alliance.
I “buoni” sanno essere anche “web-friendly”, insomma.
Fatene tesoro.”

 

Bruno Paccagnella: un ricordo

Il 12 gennaio 2017, all’età di 93 anni, è morto il Prof. Bruno Paccagnella, ordinario di Igiene e, successivamente, di Medicina di Comunità nelle Università di Ferrara e Padova.

Nel 1998, in occasione del suo definitivo ritiro dall’Università, un gruppo di amici, colleghi ed allievi aveva organizzato la pubblicazione di un Opus honorarium a lui dedicato.

Si trattava di un volume in cui erano stati raccolti 34 contributi, appositamente scritti per l’occasione da 57 Autori nazionali ed internazionali, sui temi da lui trattati nel corso della sua intensa attività scientifica: la medicina di comunità, l’epidemiologia, l’organizzazione sanitaria, l’igiene dell’ambiente, la formazione dei professionisti sanitari, l’educazione sanitaria e la promozione della salute, ecc.

Considerando, in particolare, l’interesse di Bruno Paccagnella per la promozione della salute, tali contributi erano stati ordinati seguendo le cinque azioni strategiche per la promozione della salute, delineate dalla Carta di Ottawa: costruire una politica pubblica per la salute, creare ambienti favorevoli, dare forza all’azione della comunità, sviluppare le abilità personali, riorientare i servizi sanitari.

Dall’Opus honorarium riporto in questa sede il curriculum vitae.

Bruno Paccagnella nacque a Padova il 20 agosto 1923; si laureò nell’Università di Padova l’11 luglio 1947 con una tesi sperimentale, successivamente pubblicata.

Durante il corso di laurea frequentò, come allievo interno, l’Istituto di Zoologia ed Anatomia Comparata dal 1941 al 1944 e la Clinica Medica dal 1945 al 1947, iniziando la sua produzione scientifica su temi biologici e sperimentali, tra i quali il poliploidismo delle cellule epatiche, la biologia degli storioni del bacino del Po, il potere opsonico del sangue in corso di malattie infettive.

Assistente volontario nella Clinica Neurologica e nella Clinica Medica dell’Università di Padova, introdusse la terapia medica dell’ascesso polmonare mediante cateterismo endobronchiale e sperimentò il trattamento farmacologico del piccolo male epilettico. Ottenne nel 1949 l’incarico di assistente nell’Istituto di Igiene, diretto dal prof. M. Dechigi; la posizione di assistente di ruolo a seguito di pubblico concorso nel 1951; e quella di aiuto nel 1954, posizione che mantenne fino alla chiamata della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Ferrara come Professore Straordinario di Igiene, dopo essersi classificato al primo posto della terna nel concorso bandito dalla stessa Università.

Nel 1954 conseguì l’abilitazione alla Libera Docenza sia in Igiene che in Microbiologia.

L’Università degli Studi di Ferrara gli affidò l’incarico di insegnamento di Igiene e la direzione del relativo Istituto dal 1954 fino alla nomina a Professore Straordinario nel 1967, seguita dalla conferma dell’ordinariato nel 1970.

Il 3 ottobre 1970 fu eletto Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia per il trienno 1970-1973 ed il 24 ottobre 1972 fu eletto Magnifico Rettore dello stesso Ateneo per il triennio 1972-1975.

Nel 1975 fu chiamato alla seconda cattedra di Igiene nella sede di Verona dell’Università degli Studi di Padova e nel 1979 alla prima cattedra ed alla direzione dell’Istituto di Igiene della sede patavina.

Il periodo dal 1949 (anno di inizio della carriera igienistica) al 1975 (anno in cui fu chiamato a Padova) fu ricchissimo dal punto di vista dell’attività didattica, della produzione scientifica, dell’avvio di una collaborazione con le istituzioni sanitarie internazionali durata fino al 1998, dell’azione organizzativa e sociale.

Lattività didattica non fu limitata alla classica formazione di base e specialistica degli studenti e specializzandi nel campo dell’Igiene, ma fin dall’inizio si rivolse anche ai professionisti in servizio con le metodologie di apprendimento attivo che negli anni successivi costituiranno interesse fondamentale della sua attività. Vanno ricordati a titolo di esempio i corsi di Igiene Pratica per Ufficiali Sanitari e per i Medici di Bordo.

Particolare enfasi Egli diede ai temi di Epidemiologia e di Medicina Sociale. Sviluppò l’insegnamento dell’epidemiologia con l’intendimento di guidare anzitutto lo studente alla comprensione dei problemi riguardanti la prevenzione delle malattie e la tutela della salute dell’individuo nella comunità, ad integrazione degli insegnamenti clinici. In particolare, nell’epidemiologia delle malattie cardiocircolatorie, respiratorie, neoplastiche, metaboliche, oltre che infettive, pose in evidenza i rapporti esistenti tra fattori ambientali e patologia umana, nonché gli effetti sulla salute umana delle modificazioni demografiche, tecnologiche, socio-economiche e dell’ambiente. Presentò sempre l’indagine epidemiologica come strumento essenziale per l’impostazione degli interventi preventivi, in difesa della salute dell’individuo e della comunità, e per la razionale programmazione degli opportuni servizi sanitari.

E’ interessante, altresì, ricordare che la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Padova, che gestiva la Scuola di Statistica prima dell’istituzione della omonima Facoltà, gli affidò il corso ufficiale di Statistica Sanitaria dal 1951 al 1968.

L’attività scientifica si sviluppò inizialmente su temi classici dell’Igiene e della Microbiologia per orientarsi sempre più verso l’epidemiologia ambientale, la medicina sociale e l’educazione sanitaria. Per ampliare la sua preparazione in questi temi innovativi, nei primi anni ’50 fu più volte in Inghilterra presso il British Council e presso alcune Università di paesi del nord-Europa (Stoccolma, Londra, Bruxelles) per approfondire lo studio del problema degli inquinamenti atmosferici.

E’ sicuramente interessante ricordare il giudizio espresso dalla Commissione del concorso alla Cattedra di Igiene espletato nel novembre 1966:

“ Dell’ampia produzione scientifica del candidato la Commissione ritiene degne di particolare menzione le ricerche sulle condizioni climatiche a bordo delle navi; quelle assai estese sull’inquinamento atmosferico di alcune zone industriali ed extraurbane del Veneto, che recano contributi di notevole interesse pratico; l’originale inchiesta sugli infortuni domestici dell’infanzia; gli studi sulle conoscenze e gli atteggiamenti della popolazione femminile nei confronti del cancro ginecologico, nonché le ricerche sui danni a lungo termine da antiparassitari.”

Successivamente, la Commissione giudicatrice per il conseguimento dell’ordinariato espresse nel 1970 il seguente giudizio:

“ L’attività scientifica di questo triennio (1967-1970 n.d.r.) …si compendia in 52 pubblicazioni delle quali 21 personali, che riguardano argomenti di epidemiologia, di igiene dell’ambiente umano e di medicina sociale. Degni di particolare rilievo sono gli studi epidemiologici sugli effetti a lungo termine dell’inquinamento ambientale ed alimentare da residui di pesticidi che hanno fornito originali ed interessanti contributi, nonché lo studio epidemiologico sugli effetti immediati dell’inquinamento atmosferico sull’apparato respiratorio dei bambini in età scolare e l’originale ricerca comparativa sulle reazioni ai rumori della strada degli abitanti di Ferrara e Stoccolma. Molto interessante è l’inchiesta campionaria italiana sulle conoscenze e gli atteggiamenti della popolazione femminile nei confronti del cancro e dei servizi sanitari, che si affianca ad altre ricerche svolte dal Prof. Paccagnella in tema di educazione sanitaria e di organizzazione dei servizi sanitari. Lo studio dell’igiene ambientale è stato sviluppato anche nel settore delle acque superficiali attraverso un’ampia indagine sullo stato di inquinamento del fiume Po nel suo tratto terminale e degli altri corsi d’acqua della Provincia di Ferrara con rigore di metodo.”

La collaborazione con istituzioni sanitarie internazionali iniziò nel 1952 con una borsa di studio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per l’Epidemiologia e l’Inquinamento Atmosferico. Dal 1954 divenne consulente sia della Direzione generale che dell’Ufficio Regionale per l’Europa dell’OMS nelle aree della sanità ambientale, dell’epidemiologia, della programmazione e valutazione dei servizi sanitari, dello sviluppo del personale, della pedagogia medica, dell’assistenza sanitaria primaria e, in qualità di consulente, svolse numerose missioni di studio nei vari continenti ; inoltre collaborò alla stesura di numerose pubblicazioni e rapporti tecnici dell’OMS.

Dal 1967 partecipò con le delegazioni italiane alle Assemblee Mondiali della Sanità.

Dal 1968 fece parte del Panel di Esperti dell’OMS sugli inquinamenti ed i rischi ambientali.

Per conto della CEE presiedette il Comitato Scientifico per i Pesticidi e fu consulente temporaneo per i problemi di sanità pubblica ed epidemiologia ambientale. Fu inoltre consulente temporaneo del Consiglio d’Europa sull’armonizzazione dei criteri sanitari per il monitoraggio degli incidenti stradali.

Svolse attività organizzativa e sociale sia nell’ambito di società scientifiche che in campo universitario. Fu relatore in numerosi congressi in Italia e all’estero. Le sue attività sono documentate da centinaia di pubblicazioni.

In qualità di segretario della sezione regionale triveneta dell’Associazione Italiana per l’Igiene e la Sanità Pubblica collaborò nel 1954 all’organizzazione del XVII Congresso Nazionale di Igiene a Venezia, nel corso del quale presentò con il prof. M. Dechigi una fondamentale relazione sull’inquinamento atmosferico.

Fu consulente superiore della Direzione di Sanità della Marina Militare italiana ; membro della Società Italiana di Microbiologia; della Biometric Society e della New York Academy of Sciences.

I maggiori risultati dell’azione organizzativa universitaria furono la creazione e l’istituzione di un nuovo Istituto di Igiene nell’Università di Ferrara che potè svolgere una prima regolare attività in una sede provvisoria nel 1958 e fu trasferito in una sede definitiva nel 1960.

Nel 1974 l’Istituto era provvisto di 8 laboratori, 1 biblioteca, un’aula di 50 posti, uno stabulario ed un’officina, oltre agli studi e la segreteria. I laboratori assicuravano le attività di biologia, chimica e fisica applicata. La biblioteca era dotata di 1000 volumi, microfilms e 45 riviste in abbonamento.

All’Istituto così organizzato il Comune di Ferrara affidò in convenzione nel 1961 il controllo sistematico dell’inquinamento atmosferico; e la Provincia di Ferrara il Centro Provinciale per la Prevenzione delle Intossicazioni da Pesticidi. Nel 1970 fu istituito presso l’Istituto il Centro per gli Studi di Medicina di Comunità, nel quale operò il Consultorio Prematrimoniale e Matrimoniale di Ferrara, sotto la direzione dello stesso Prof. Paccagnella. Fu vice presidente nazionale dell’Unione dei Consultori Italiani prematrimoniali e matrimoniali (UCIPEM) dal 1971 al 1981.

Propose la istituzione e diresse dal 1971 al 1974 la Scuola di Specializzazione in Igiene e Medicina preventiva dell’Università di Ferrara.

Nel quadriennio 1975-1979, dopo il trasferimento alla seconda Cattedra di Igiene dell’Università di Padova, alla Direzione dell’Istituto della sede di Verona e della Scuola di Specializzazione in Igiene e Medicina Preventiva, il prof. B. Paccagnella continuò con nuovi collaboratori gli studi in tema di epidemiologia ambientale. Portò a termine la ricerca della CEE sugli effetti dell’inquinamento atmosferico sulla salute dei bambini; un importante studio sugli effetti sanitari dell’esposizione a mercurio; continuò le indagini sulle relazioni tra salute umana e rumore da traffico aereo e stradale nelle aree residenziali; partecipò alle azioni di sanità pubblica della Regione del Veneto in occasione dell’inquinamento da composti alogenati nelle acque profonde del vicentino. Fu pure membro della Commissione Scientifica che guidò le indagini epidemiologiche sulle popolazioni esposte a TCDD dopo l’incidente industriale di Seveso.

Nel 1976 fu il promotore del Corso di Ecologia Umana per il Certificato Internazionale di Ecologia Umana, un’iniziativa multidisciplinare che l’Università di Padova ha sviluppato sulla base di una convenzione, da lui proposta, con altre Università europee. In questa iniziativa furono sistematicamente presi in considerazione gli effetti sulla salute umana fisica, mentale e sociale dell’ambiente totale, cioè biologico, chimico-fisico, culturale, sociale ed economico.

Il Comune di Padova, che aveva aderito su sua proposta nel 1987 al Progetto “Città Sane” dell’OMS, lo nominò coordinatore scientifico del progetto a Padova.

Trasferito alla prima Cattedra di Igiene dell’Università di Padova nel 1979, fu Direttore dell’Istituto stesso fino al 1982 e fu Direttore della Scuola di Specializzazione in Igiene e Medicina Preventiva fino al 1997. Nel 1984 afferì al Dipartimento di Pediatria con la funzione di Direttore dell’Unità di Epidemiologia e Medicina di Comunità.

Continuò a coltivare gli interessi scientifici in materia ambientale dirigendo il Centro di Collaborazione dell’OMS per l’Epidemiologia Ambientale dell’Università di Padova e sviluppò alcuni filoni di ricerca e di azione che erano stati iniziati fin dalla prima parte della carriera: lo sviluppo e il riorientamento del personale sanitario; la pedagogia medica, la programmazione e valutazione dei servizi socio-sanitari primari, l’educazione sanitaria e la promozione della salute, la medicina di famiglia e di comunità.

Introdusse in Italia i principi e le metodologie della pedagogia medica nella formazione continua collaborando, in particolare, con J.J. Guilbert dell’OMS allo svolgimento nel nostro paese i seminari di Montecatini (1979) e Selva di Fasano (1980). Coordinò il Programma per la formazione continua dei medici in Management Sanitario della Regione del Veneto dal 1980 al 1984, anche organizzando a Padova due importanti seminari dell’OMS su Principi e Tecniche della Comunicazione e sull’Avvio di un Sistema di Formazione Continua per Medici Generalisti. Programmò e svolse i corsi residenziali per medici generalisti e pediatri della Regione Veneto allo scopo di preparare gli animatori di formazione continua in Medicina Generale e Pediatria.

Rese continuativa la collaborazione iniziata nel 1976 con l’Associazione Nazionale dei Medici Condotti e collaborò con la Società Italiana di Medicina di Famiglia e di Comunità, essendone nominato Presidente Onorario, in attività molto intense di formazione nelle varie regioni d’Italia.

Si impegnò attivamente anche nello sviluppo professionale del personale infermieristico; propose nel 1982 la istituzione e successivamente diresse la Scuola a fini speciali per Dirigenti e Docenti di Scienze Infermieristiche fino al 1998.

Promosse e diresse in Italia e nella Repubblica di San Marino, nell’ambito di un vasto programma internazionale europeo, un’importante ricerca sui motivi di contatto dei cittadini con i medici di Medicina Generale, considerati rivelatori sensibili della domanda di salute ai fini della programmazione sanitaria e per la formulazione della Classificazione Internazionale dell’Assistenza Primaria (ICPC).

Coordinò la parte italiana della ricerca sullo sviluppo dei servizi sanitari primari nel sud Europa per conto della Regione del Veneto e dell’Ufficio Regionale per l’Europa dell’OMS, cui parteciparono, oltre all’Italia, la Spagna, il Portogallo, la Grecia e Israele negli anni 1983/86.

Promosse e diresse inoltre una importante analisi strutturale e funzionale dei consultori familiari della Regione del Veneto e coordinò il programma regionale per la formazione degli operatori consultoriali.

Fu il coordinatore scientifico di numerosi incontri di studio sui problemi dei Settori Igiene Pubblica del Veneto che si svolsero in diverse Unità Locali Socio Sanitarie del Servizio Sanitario Nazionale in modo itinerante negli anni ’80.

Promosse altresì iniziative di formazione e di ricerca in educazione sanitaria sia come Presidente della Sezione Regionale Veneta dell’Associazione Italiana per l’ Educazione Sanitaria (AIES) che come Vice Presidente Nazionale del Comitato Italiano di Educazione Sanitaria (CIES).

Nel campo della promozione della salute, oltre al ruolo svolto per la formulazione e sviluppo del Progetto internazionale “Città Sane”, dette un importante contributo di dottrina e metodo alla fase pilota dell’iniziativa OMS degli Health Promoting Hospitals ed alla successiva evoluzione in reti regionali e nazionali.

Nel 1988, in occasione del 40° anniversario di istituzione dell’OMS, gli fu consegnata dalla Direzione Generale di quella agenzia dell’ONU una delle 40 medaglie d’oro attribuite ai più attivi promotori della campagna mondiale contro il fumo di tabacco. A Venezia organizzò due importanti conferenze europee su questo tema nel 1981 e 1986.

L’ultimo impegno scientifico ed organizzativo fu orientato alla Medicina di Comunità. Già nel 1986 aveva lasciato la Cattedra di Igiene per ricoprire quella di Medicina di Comunità nella Università di Padova. Dal 1991 assunse il ruolo di coordinatore del Dottorato di Ricerca in Medicina di Comunità e svolse un’intensa azione in tutte le sedi opportune per l’istituzione della Scuola di Specializzazione in Medicina di Comunità, istituita con legge del 1996 , attivata per la prima volta dall’Università di Padova nel 1997 e della quale assunse la direzione.

Continuò la collaborazione con l’OMS come consulente nelle aree precedentemente elencate. Nel 1978 guidò la delegazione italiana alla Conferenza Internazionale dell’OMS-UNICEF sull’Assistenza Sanitaria Primaria che si svolse ad Alma Ata, URSS. Continuò a prendere parte alle Assemblee Mondiali della Sanità ed al Comitato Regionale per l’Europa dell’OMS.

In Italia, fu componente del Comitato Scientifico dell’Istituto Superiore di Sanità dal 1984 al 1990, del Comitato Scientifico dell’Istituto Superiore per la Prevenzione e Sicurezza del Lavoro dal 1987 al 1990 e del Consiglio Superiore di Sanità dal 1994 al 1997.

Nel 1997 il Comune di Nanto (Vicenza) gli conferì la cittadinanza onoraria per l’impegno profuso a favore di quella comunità e per l’opera di promozione della salute.

 

 

On-e-stà, on-e-stà, on-e-stà, e … ca-pa-ci-tà no? @WRicciardi @drsilenzi @redhenry88

Crisi della politica, esondazione della magistratura (a proposito: la Costituzione più bella del mondo non prevede un ordine giudiziario e un potere legislativo e esecutivo?); e fra politici e magistrati gruppi di giornalisti organizzati in cosche che appoggiano ora gli uni ora gli altri, raccontando comunque frottole.

Se fossimo una nazione seria metteremmo un po’ d’ordine in casa nostra, fondandolo su competenza e verità. Benedetto Croce scriveva: ” L’ideale che canta nell’anima di tutti gli imbecilli e prende forma nelle non cantate prose delle loro invettive e declamazioni e utopie, è quello di una sorta di areopago, composto di onest’uomini, ai quali dovrebbero affidarsi gli affari del proprio paese”. Mi pare che l’imbecillità generale sia giunta a vette che pensavo inarrivabili: mi sbagliavo evidentemente!

Inoltre, con tutti questi onesti e puri che improvvisamente, e solo a parole, popolano il nostro paese mi è ritornata alla mente la celebre battuta di Pietro Nenni: “A fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura”.

Ne saprà qualcosa Marco Travaglio, se sono vere le ultime notizie http://roma.fanpage.it/che-rapporto-c-e-tra-raffaele-marra-e-marco-travaglio/ ?

Povera Italia! E poveri noi!