I grandi ospedali sono più sicuri @Medici_Manager @WRicciardi

17 maggio 2013 di Denis Rizzoli http://bit.ly/10bEciV

Il rischio di morte per un intervento chirurgico è significativamente più alto negli ospedali di piccole dimensioni. È il risultato di uno studio condotto dall’ Agenzia sanitaria per i servizi regionali(Agenas) e il Dipartimento di epidemiologia del Lazio. Si chiama Volumi di attività ed esiti delle cure: prove scientifiche in letteratura ed evidenze scientifiche in Italia e vuole dimostrare quali sono le malattie curate meglio negli ospedali con alti volumi di attività. Le conclusioni parlano chiaro. Farsi operare in una struttura che svolge poche operazioni potrebbe essere fatale per almeno 14 diverse patologie: l’aneurisma dell’aorta addominale non rotto, l’angioplastica coronarica, l’artoplastica del ginocchio, il bypass aortocoronarico, il tumore del colon, del pancreas, del polmone, della prostata, dello stomaco e della vescica, la colecistectomia laparoscopica, l’endoarterectomia carotidea, la frattura del femore e l’infarto. Per dimostrarlo, hanno svolto una ricerca sistematica negli studi internazionali pubblicati. Questi risultati sono stati poi confrontati con i dati del Programma Nazionale Esiti 2012, già pubblicati da Wired nella mappa interattiva #doveticuri con le performance di tutti gli ospedali italiani, cliccabile qui sotto.

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Quali sono gli interventi più sicuri in un grande ospedale? 
L’ infarto è una delle patologie che fa più vittime con una media nazionale elevata: il 10,28% dei pazienti è morto entro 30 giorni dall’intervento, nel 2011. In questo caso, tuttavia, l’ospedale in cui si viene operati può fare la differenza.

È bastato incrociare la percentuale di decessi per infarto in ogni struttura (sull’asse verticale) con il numero di casi trattati nello stesso ospedale (sull’asse orizzontale) – escludendo però i centri con meno di 6 casi l’anno perché statisticamente fuorvianti. La curva risultante mostra che il numero di morti crolla fino a circa 100-150 casi l’anno e continua a diminuire al crescere dei ricoveri, come mostra il grafico tratto dallo studio di Agenas. È errato tuttavia parlare di una soglia di interventi oltre la quale si può ritenere un ospedale sicuro. “ Nei casi che abbiamo studiato, la mortalità continua a diminuire al crescere dei volumi quindi non è possibile trovare un punto esatto, una soglia minima”, spiega Marina Davoli del Dipartimento epidemiologia del Lazio. Forse non è un caso se tra gli ospedali con l’indice di rischio per infarto più alto (66,67%) nel 2011 ci siano strutture con un volume di 7 casi l’anno, come l’Ospedale Civile di Giaveno, in provincia di Torino, oppure l’ Ospedale di Pieve di Cadore, Belluno, con un volume di 9 interventi annuali. Tra i centri più virtuosi, invece, c’è una struttura con 891 casi l’anno, l’ Azienda Ospedaliera-Universitaria Careggi di Firenze, che ha un indice di rischio del 6,47%.

Anche per i malati di tumore si presenta un rischio analogo. Per esempio, il 5,88% dei pazienti operati di cancro allo stomaco sono morti nel 2011 ed è una delle malattie oncologiche più pericolose. Anche per questo intervento si è più sicuri in un grande centro.

I dati sulla mortalità di ogni struttura sono stati collocati sull’asse Y, mentre il numero di interventi effettuati sull’asse X. I pazienti che non sopravvivono dopo 30 giorni dall’intervento si riducono drasticamente negli ospedali che operano fino a circa 20-30 casi all’anno e la curva continua ad abbassarsi al crescere dei volumi di attività. Anche qui, uno dei centri con l’indice di rischio particolarmente alto (50%) è l’ospedale Rummò di Benevento con volume di 8 casi, mentre tra i più virtuosi c’è il Policlinico Universitario Agostino GemelliRoma, con una mortalità dell’0,62% e un volume di 96 interventi l’anno.

Passando alla frattura del femore, non ci sono sorprese rispetto ai casi precedenti. Questo intervento ortopedico è piuttosto pericoloso per i pazienti più anziani. Nel 2011, sono deceduti in media il 5,91%.

Il rischio di morte entro 30 giorni diminuisce a picco nelle strutture che operano fino a 100 interventi all’anno e continua a diminuire lievemente fino a stabilizzarsi.

Perché gli ospedali piccoli sono più pericolosi?
Riguardo ai motivi per cui il rischio di morte cala negli ospedali con più ricoveri gli esperti sembrano essere tutti d’accordo. “ È una relazione già ampiamente documentata dalla letteratura internazionale – spiega Carlo Perucci, direttore di Agenas – nella chirurgia c’è una linea d’apprendimento riguardo alla manualità e alle competenze. Più si lavora, più si diventa bravi”. Anche la numerosità delle equipe è un fattore determinate. “ Oltre alle abilità del singolo medico, c’è anche l’organizzazione. Un ospedale grande ha affrontato più casi particolari e quindi ha più medici specializzati in singole variazioni della stessa patologia”, illustra Stefano Nava, primario di pneumologia all’ Ospedale Sant’Orsola diBologna. Infine, anche il maggior numero di attrezzature sembrano giocare a favore dei grandi centri. “Solo le strutture con alti volumi, possono avere tutta l’infrastruttura necessaria per affrontare il problema”, prosegue Perucci. “ Se un paziente ha un trauma cranico e va nell’ospedale più vicino che non ha imaging o il radiologo non è reperibile, è chiaro che perde tempo. Il fattore tempo è fondamentale per molte patologie”, conclude Nava.

La mappa # doveticuri di Wired, dove sono contenuti le performance di tutti gli ospedali italiani, è stata scelta tra le finaliste dei Data Journalism Award, il premio del  Global Editors Network (Gen) dedicato alle migliori inchieste di data journalism. Da quest’anno anche i lettori possono esprimere la loro preferenza sul sito datajournalismawards.orgFate sentire la vostra voce.

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