Giovani italiani troppo timidi rispetto ai coetanei europei @Medici_Manager @Specializzandi

Federico Fubini 

Club de “La Lettura” http://lettura.corriere.it/debates/i-giovani-fanno-scena-muta/

L’altro giorno la Banca mondiale ha messo su Twitter una serie di dati che fanno pensare al mondo fra le due guerre. Non ai totalitarismi, al riarmo, alla Grande Depressione, o al razzismo. No. A eventi più piccoli, schegge di singole vite. Quei dati della Banca mondiale mostravano quello che con orrenda espressione si chiama il global brain trade, il commercio mondiale di cervelli. L’Italia compare espressa graficamente in una punta minima di intelligenze in entrata e una lunga freccia in uscita.

Si sa, problemi di una generazione di ultimi arrivati e collettivamente diseredati, che tendono a uscire da un Paese per loro inospitale. Un deflusso compiuto in silenzio, senza proteste se non individuali, pensate dentro di sé come preghiere di rabbia che isolano, più che espresse a voce alta come argomenti che accomunano. Ma davanti a quella freccia del grafico, non ho potuto fare ameno di pensare a qualcosa che non c’entrava niente, eppure parlava in qualche modo all’Italia di questi anni. Il 1921, e Piero Sraffa. Quasi che la sua storia fosse rilevante per noi oggi, benché quasi tutto di quell’epoca fra la Grande guerra e la marcia su Roma suoni (e sia) così diverso da noi, oggi e qui.

Nel 1921 Sraffa era un ragazzo in visita a Londra, studente Erasmus ante litteram, quando un incontro cambiò la sua vita. Mary Berenson, moglie dello storico d’arte Bernard Berenson che si era rintanato in villa sulle colline di Firenze, lo presenta a John Maynard Keynes. Sraffa aveva 23 anni e veniva da una laurea a Torino con Luigi Einaudi, e prima ancora da un anno passato in divisa nelle retrovie del fronte. Keynes era allora trentottenne, non aveva ancora prodotto nessuna delle teorie che avrebbero cambiato il Novecento, ma il suo pamphlet sulle conseguenze economiche della pace ne aveva già fatto una rockstar intellettuale dell’epoca: un Nouriel Roubini del trattato di Versailles. Keynes soppesa quel ragazzo introverso, percepisce la sua forza mentale nascosta da qualche parte dietro i fitti capelli nerissimi. Per la sua serie Reconstruction in Europe, il dandy inglese decide di commissionare al piccolo venuto da Torino un articolo sui guai ben nascosti delle banche italiane. Apparirà l’anno dopo sull’«Economic Journal», poi ancora in versione semplificata sul «Manchester Guardian» (il «Guardian» di oggi). Alla seconda uscita, quando il ragazzo è ormai rientrato in patria, se ne accorgono i banchieri di Roma e Milano e si lamentano con Mussolini. Il capo del governo proprio allora sta cercando di salvare il Banco di Roma, operazione delicata, e perde le staffe. Detta un rabbioso telegramma non a Sraffa, ma a suo padre, definendo il lavoro del ragazzo «una diffamazione contro l’Italia». Sraffa junior risponde che è tutto basato sui fatti, verificabile, e non ritratta una parola. Aveva rotto la cappa di conformismo e sapeva bene che da quel momento per lui non c’era più nulla da fare. Con il Paese aveva chiuso. Alla fine Keynes lo prenderà sotto la sua ala, inventandogli dei lavoretti a Cambridge pur di tenerlo al riparo. Bibliotecario, poi redattore del giornalino universitario: Sraffa non avrebbe più lasciato il King’s College e nel 1961 avrebbe ricevuto la medaglia dell’Accademia di Svezia, equivalente al Nobel per l’Economia formalmente istituito a partire dal 1969.

Il ragazzo impertinente che si sente esterno al sistema al punto da «diffamare l’Italia» all’estero; il rivolgersi al padre per tenere a freno il figlio; la fuga di cervelli. Ricorda qualcosa? In effetti, no. Non solo perché quella era una dittatura e questa è una democrazia. C’è dell’altro, Sraffa aveva fatto qualcosa che i giovani d’oggi — espressione proverbiale da vecchi — non fanno: si era infuriato anche più di Mussolini, si era ribellato con tutta la forza dell’intelligenza, e il puntiglio dei fatti.

Nel suo ultimo messaggio di fine anno, Giorgio Napolitano ha detto che i ragazzi sono i primi ad aver diritto d’indignarsi per la condizione che il Paese riserva loro. Ma lo fanno? Hanno il coraggio e la tenacia di Sraffa? Se sì, non si nota. Se c’è qualcosa che colpisce nella realtà dietro i grafici della Banca mondiale o dietro le mille parole di compatimento che vengono riservate ogni giorno ai più giovani — il pietismo su di loro ormai è un’industria — è il silenzio degli interessati. Sono disoccupati al 37 per cento. Investono il loro tempo più prezioso a scuola e all’università e lì vengono loro insegnate cose che fruttano uno stipendio ai professori, ma non una preparazione effettiva: quest’anno 31 mila posti sono rimasti scoperti per assenza di profili professionali adatti, un numero grande quasi quanto quello dei laureati del 2007 ancora in cerca di un lavoro.

Ma loro, si direbbe, nulla. Sono afoni. Quando gli Indignados hanno tenuto le piazze spagnole per mesi con dignità e autodisciplina, i loro coetanei italiani sono rimasti a casa. Quando i ragazzi americani o inglesi hanno piantato le tende a Zuccotti Park o davanti a Saint Paul’s Cathedral, gridando «Occupy Wall Street» o la City, in Italia c’è stata giusto qualche improvvisata a piazza Affari o alla sede di Standard & Poor’s. Scene carnevalesche più che le prove di tenacia e creatività viste a Londra e New York. Le rare volte che i ragazzi italiani hanno manifestato senza disordini, i loro slogan erano importati dall’estero o, peggio, dai padri sessantottini e ultrasessantenni che li hanno collettivamente privati del futuro. Come fossero colpiti da una sindrome di Stoccolma nella quale la vittima, sotto sotto, ammira il sequestratore. O come se i loro padri nel 1968 avessero ripetuto le parole d’ordine dei primi anni Venti.

Ma in fondo non importa se gli slogan sono o no ragionevoli — non è il loro compito — perché è il silenzio tutto intorno che colpisce. L’assenza di voce. La mancanza sostanziale di testate, siti web, tv, radio o giornali, o di organizzazioni, club o partiti che parlino davvero per i giovani; «il manifesto» o «Il Male» negli anni Settanta potevano essere un coacervo di bizzarrie a parere di alcuni, ma almeno si sapeva che l’età di chi li comprava era bassa. Oggi ci sono Facebook e i suoi fratelli, d’accordo; ma sono canali, vie d’acqua, non messaggi. Non esercitano alcuna pressione. Mentre l’altro gruppo escluso d’Italia, quello delle donne, ha saputo darsi voci riconoscibili, rivendicazioni, figure di riferimento. I giovani invece, se parlano, non si odono. Perché?

Un anno fa non sembrava dovesse andare così. Mario Monti esordì con qualcosa d’inaudito, convocò i giovani «per consultazioni» durante la formazione del governo. Poi di nuovo per la manovra lacrime e sangue. Andarono quelli del «Forum nazionale» e ora Giuseppe Failla, che era lì e oggi ne è il presidente, racconta cosa accadde, una volta spentisi i riflettori. «Ricevemmo email di protesta di tanti ragazzi, in sostanza ci chiedevano tutti “perché voi sì e noi no”».

In realtà il Forum sarebbe, è, la sola piattaforma organizzata d’Italia. Monti la segue su Twitter. Raccoglie 84 organizzazioni, dalle gioventù dei partiti, alle Acli, l’Agesci, Azione cattolica, Arcigay, giovani musulmani d’Italia, giovani ebrei. Più che un gruppo di pressione, è un parlamentino o un ombrello con cui il premier in seguito si è confrontato anche privatamente. Su YouTube esiste un video rubato con il telefonino di un incontro non privo di domande ruvide. Poi furono chiamati anche dal ministro Elsa Fornero, che si infuriò perché nella delegazione non c’erano donne: sui giornali e in tv non si parlò d’altro, e tutto finì lì. «È così — riconosce Failla —. Noi abbiamo voce nella misura in cui siamo convocati». I giovani, oggi, non obbligano gli altri ad ascoltarli.

Un pomeriggio nel 1936, nel suo caotico ufficetto di Cambridge, Sraffa ricevette un ventunenne berlinese che avrebbe obbligato il mondo a fare i conti con lui. Sappiamo solo che fu «una lunga e bella conversazione ». Di origini ebraiche, all’epoca qualcosa fra comunista e socialista, Otto Albert Hirschmann era fuoriuscito dalla Germania all’avvento di Hitler nel 1933, aveva studiato a Parigi e poi con Hayek a Londra, avrebbe combattuto la guerra di Spagna con i repubblicani, si sarebbe laureato a Trieste nel ’38mentre partecipava ai movimenti antifascisti clandestini. Nel 1970 Hirschman, persa una «n» nel nome e ormai professore a Princeton, avrebbe pubblicato un libro che fin dal titolo definisce alla perfezione la condizione delle ultime generazioni oggi in Italia: Exit, Voice and Loyalty. Responses to Decline in Firms, Organizations and States (in italiano uscito con il titolo Lealtà, defezione e protesta). Il tema sono i modi di reagire all’insoddisfazione verso un sistema di potere. Si può farlo alla Sraffa articolista sulle banche dando voce ai problemi («protesta»), o alla Sraffa che fugge in Inghilterra andandosene («defezione»), oppure restando leali malgrado tutto. La defezione obbliga il sistema a cambiare solo quando diventa abbastanza massiccia (esempio: tutti i tedeschi dell’Est vogliono passare a Ovest), ma se invece è solo un modesto stillicidio di abbandoni, scrive Hirschman, produce un risultato pericoloso: «Un’oppressione dei deboli da parte degli incompetenti e uno sfruttamento dei poveri da parte dei pigri».

I giovani italiani sembrano prigionieri di un dilemma hirschmaniano che non sanno risolvere. Di fronte al sistema non scelgono né la lealtà, né la protesta, né la defezione, non almeno con una massa critica tale da ribaltare gli equilibri. Un’analisi della composizione demografica del voto a favore di Matteo Renzi, il candidato 37enne alle primarie del Pd, mostra che semplicemente i grandi numeri della demografia sono a loro sfavore. Il sondaggista Fabrizio Masia nota che Renzi ha stravinto nella fascia di elettori fra i 18 e i 35 anni, ma ha straperso in quella dai 55 anni in avanti e questi ultimi in Italia sono molto più numerosi, perché l’età media è così avanzata. E Renzi nel Pd ha optato prima per la protesta e poi per la lealtà, ma mai per la defezione.

Nell’Alcesti di Euripide il tema non è molto diverso. La giovane Alcesti accetta dimorire per salvare la vita al marito Admeto, perché gli anziani genitori di lui si rifiutano di farlo. Il confronto fra Admeto e suo padre Ferete davanti alla salma di Alcesti è durissimo. «Spicchi per la tua codardia», dice il figlio al padre. «E mi rinfacci la mia codardia proprio tu?», risponde il padre al figlio. È il dialogo dell’impotenza e dell’insuccesso. Oggi solo i figli, in questa strana trama, possono trovare il lieto fine.

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