La rischiosa cascata della diagnostica @Medici_Manager @danilodidiodoro

di Danilo di Diodoro (pubblicato il 05/11/2012 alle 11:11:34, in Post)

Lunedì 5 novembre 2012

Le più importanti società scientifiche americane sono consapevoli del fatto che si fa un uso eccessivo, inutile, inappropriato e anche costoso dei test diagnostici. Ne parla un editoriale pubblicato sugli  Annals of Internal Medicine da due radiologi di Filadelfia, Vijay Rao e David Levin. Gli autori segnalano che l’American Board of Internal Medicine Foundation ha invitato ciascuna delle più importanti organizzazioni mediche, come l’ American Academy of Family Physicians, l’ American College of Cardiology e l’ American College of Radiology, a segnalare i cinque test o trattamenti della propria area che secondo loro sono sovrautilizzati. Dati recentemente pubblicati indicavano già che tra il 2000 e il 2007 i test di imaging erano incrementati più di qualunque altro servizio nella popolazione seguita dal programma Medicare, e che dal 20 al 50 per cento di tutti i test di imaging a elevata tecnologia risultano essere non necessari.

Quando le varie associazioni mediche americane hanno risposto, è stata stilata una tabella degli esami diagnostici più frequentemente sovrautilizzati. Tra questi esami spiccano le indagini di visualizzazione cerebrale per cefalea in pazienti senza fattori di rischio per problemi strutturali; la TC (Tomografia Computerizzata) per sospetta appendicite nei bambini, effettuata prima di fare un’ecografia; la TC dei seni per le rinosinusiti acute non complicate, la TC o la RM (Risonanza Magnetica) dopo una semplice sincope senza anomalie neurologiche, e così via. L’elenco completo delle indagini sovrautilizzate è riportato per intero in una tabella nell’articolo di Rao e Levin, articolo che riporta anche un dato impressionante: fino al cinque per cento del prodotto interno lordo viene speso per test e procedure che non migliorano gli esiti clinici dei pazienti.

Gli autori naturalmente si chiedono anche come mai si buttino tanti soldi dalla finestra, e se lo chiedono anche le assicurazioni che negli Stati Uniti sono il vero pilastro economico della sanità. La prima risposta che si danno è scontata: i medici prescrivono molte più indagini di quelle che servirebbero perché temono possibili azioni legali. Meglio una TC cerebrale in più a un paziente con cefalea acuta, non si sa mai, se un domani dovesse saltare fuori che aveva un’emorragia cerebrale. Ma c’è anche il fatto che spesso sono i pazienti a chiedere esami ad alta tecnologia, influenzati da quello che hanno sentito da loro amici o che hanno letto sul giornale o sentito in televisione. Dicono Rao e Levin: “I radiologi dovrebbero contribuire a educare i medici prescrittori che mancano delle conoscenze necessarie su quali test di imaging sono eventualmente utili o più appropriati per le circostanze cliniche del paziente”. Anche perché ricordano che comunque, al di là dei cisti, esami diagnostici inappropriati possono esporre i pazienti a radiazioni eccessive e inutili, a disagi personali, e anche a rischi veri e propri, perché anche un esame diagnostico può far male. Ad esempio perché poi può generare successive indagini e successivi interventi terapeutici di dubbia o nessuna utilità. La chiamano la “cascata di diagnostica e terapia”, un termine che rende molto bene l’idea.

Tutto questo riguarda il sistema sanitario statunitense, ma certamente le riflessioni, e forse anche i numeri, non devono essere tanto diverse per quanto riguarda l’Italia. Sarebbe interessante ripetere il questionario con le principali società scientifiche italiane e magari chiedere loro anche di darsi dei codici di autoregolamentazione. Anche perché negli Stati Uniti, con la recente crisi economica, tra il 2007 e il 2010 la spesa di Medicare per l’imaging diagnostico non invasivo è scesa di oltre il 20 per cento. Segno che la riduzione di queste in appropriatezze è un obiettivo raggiungibile.

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