“Resoconto di spesa” o “resoconto delle spese” non farebbe lo stesso effetto dell’espressione inglese @Treccani

SPENDING REVIEW

Che bello, eh? Resoconto di spesa o resoconto delle spese non farebbe lo stesso effetto dell’espressione inglese spending review, che da qualche anno s’affaccia dalle cronache economico-finanziarie e indora il favellar tecnico e tecnicistico di governanti più o meno tecnici – ma sempre politici, in quanto reggenti le sorti della politica economica del Paese. Col Governo Monti, spending review conosce un deciso ritorno di fiamma, rispetto alle prime attestazioni sui nostri media, che risalgono al 2004.
La versione originaria
Va detto, a onor del vero, che la locuzione inglese, anche nella versione originaria più estesa (comprehensive spending reviews ‘revisioni generali di spesa (dei singoli ministeri)’, contiene un qualche cosa di più, semanticamente, dell’italianoresoconto della spesa pubblicaResoconto, a differenza di review, non esprime compiutamente, per esempio, l’idea congiunta del passare in rassegna e del rivedere le spese e revisionarne i criteri. Insomma, in qualche modo, l’adozione della locuzione dall’inglese nella forma non adattata sembra più cogente che in altri casi, anche se non aiuta a sollevare il repertorio del linguaggio economico-finanziario presente in certe pagine dei giornali da un assai basso indice di leggibilità.
Dal paper di Gordon Brown
Sembra che sia stato il ministro dell’Economia e delle Finanze Domenico Siniscalco (II e III Governo Berlusconi), in carica dal 16 luglio del 2004 al 22 settembre 2005, un tecnico alla Monti, in quanto economista e a lungo docente di Economia politica all’università di Torino, a far girare per primo in Italia la locuzione spending review, perché recava questa intestazione il documento (vogliamo dire paper, visto quanto si dirà in seguito?) del luglio 2004 così intitolato, messo a punto dall’allora ministro del Tesoro inglese Gordon Brown per conto del Governo Blair, che Siniscalco lesse e studiò in copia in quell’estate, traendone ispirazione per la sua politica – che egli immaginava e voleva innovativa – nel campo del contenimento qualificato e della previsione e programmazione della spesa pubblica. Una politica, la sua, peraltro, che non fu, a giudizio dello stesso Siniscalco, adeguatamente sostenuta dal Governo di cui egli faceva parte, costringendolo a prendere la decisione di dimettersi dall’alto incarico dopo un anno di guida del Tesoro.
Quantità o qualità?
In buona sostanza che cosa succede quando si vanno a rivedere le bucce ai conti pubblici per intervenire sulla spesa pubblica? Di solito, al Tesoro, dagli anni Novanta in poi, si prevede un automatico aumento delle spese correnti, predisponendosi, in un secondo momento, a colpire con la scure – da alcuni giudicata indiscriminata, da altri iniqua, da più parti esagerata – dei cosiddetti “tagli lineari” (siamo arrivati dalle parti della classica stangata), che rischiano, in definitiva, di colpire dove c’è più quantità, senza troppo riguardo per qualità e la finalità della spesa. Prendere in considerazione l’idea preventiva di rivedere sistematicamente la spesa pubblica, individuando su quali filoni orientarla e soltanto dopo aver stabilito ciò prefigurare razionalizzazioni, eventuali contenimenti e interventi ad hoc, è al centro della semantica e della filosofia della spending review, ripresa nel 2007 (col Governo Prodi) dal ministro dell’Economia e delle Finanze Tommaso Padoa-Schioppa. Egli, per tentare di rimettere ordine nel bilancio, realizzò una classificazione per missioni, che accorpava in maniera differente rispetto al passato obiettivi e risorse, non legandoli più ai “format” rigidi delle diverse branche dell’amministrazione. Di conseguenza, diventava più facile individuare la destinazione finale del denaro pubblico, non più legata ai budget standard di solito assegnati quasi in automatico ai suoi gestori.
Etica e impopolarità
Per girarla in altro modo – cercando per quanto possibile di uscire dal recinto del trobar clus tecnicistico –, invece di intervenire a posteriori sull’aumento tendenziale delle uscite, con la spending review si parte dalla spesa dell’anno precedente e si invitano i ministeri e i centri di spesa a sbilanciarsi nelle scelte e nelle assegnazioni delle priorità, motivando gli incrementi delle uscite, compatibilmente con i saldi previsti. Ogni ministero, in qualche modo, viene di fatto “invitato” dal Tesoro a esprimersi ufficialmente sui propri intenti di spesa, nel rispetto della regola generale, in relazione coi limiti posti dalla congiuntura economica reale. Come si può intuire, gli intenti sono compostamente etici e pragmatici insieme; proprio per questo la ratio di fondo della spending review spesso viene accettata soltanto a parole; nel momento in cui le scelte “razionali” della review rischiassero di arrecare danni d’immagine e di popolarità a chi governa, sarebbe facile prevedere parziali o totali marce indietro. Almeno, qui in Italia, finora.

Il Lemma

spending review locuz. ingl. [composta dai s. spending (‘spesa, spese’) e review (‘resoconto’)], usata in italiano come sostantivo femminile invariabile. – Valutazione e monitoraggio della spesa pubblica, al fine di riesaminare le priorità e migliorare l’efficacia delle strutture.
Esempi d’uso
Come emerge dagli incontri di queste ore l’attenzione alle forze sociali è grande ma nello stesso tempo Siniscalco ribadisce a chi lo incontra che «non sto facendo politica». A proposito di superamento di regole obsolete la novità che il ministro «tecnico» sta preparando per il dopo Ferragosto si chiama Spending Review (una sorta di «resoconto delle spese»).
Dario Di Vico, Corriere della sera, 12 agosto 2004, p. 9.
«La chiave della crescita non è quanto ma come si spende». Il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa sintetizza in una frase il futuro passo della politica economica del governo anche in linea con il memorandum firmato col sindacato sulla riforma del pubblico impiego: non più tasse e nemmeno tagli alla spesa pubblica che «non è in posizione anomala rispetto alla media europea». E allora occorre «spendere meglio» introducendo il concetto anglosassone di spending review, vale a dire analisi e valutazione della spesa in virtù dell’italica assenza della cultura del «rendere conto».
Roberto Bagnoli, Corriere della sera, 30 gennaio 2007, p. 29.
Molto si fa affidamento sulla cosiddetta «spending review»: il bilancio è stato ripartito in 169 programmi e 39 missioni con l’obiettivo di tagliare il superfluo.
Roberto Petrini, «La Repubblica», 28 luglio 2007, p. 2, Economia.
Tuttavia, per Fini, la ‘spending review’ del Welfare, su cui si incentra l’azione del Governo, “non si deve tradurre in un mero esercizio contabile per disporre tagli”.
Ansa.it, 15 dicembre 2011.
Riformare la spesa pubblica non è una missione impossibile. Oggi, anzi, è la condizione necessaria per eliminare sprechi e inefficienze, garantire il controllo dei conti pubblici e liberare risorse da utilizzare per interventi di sviluppo. Ma prima di operare quella che viene definita la ‘spending review’ è indispensabile conoscere lo stato dei fatti, numeri e dati concreti.
Sole 24 Ore.com, 24 gennaio 2012, Sanità.
Silverio Novelli
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