Il governo di internet @chicago_blog

Che differenza c’è tra government e governance? Potremmo riscoprirlo nel prossimo dicembre, quando i rappresentanti dei paesi membri dell’International Telecommunication Union – l’agenzia ONU responsabile delle politiche ICT – si riuniranno a Dubai per rinegoziare, a un quarto di secolo dall’adozione, il trattato noto comeInternational Telecommunication Regulations.

Se nel 1988 l’accordo pose le basi per una più completa integrazione dei servizi di telecomunicazioni nei diversi paesi e contribuì alla sorgente vena di liberalizzazioni nel settore, la sua ridiscussione porta oggi con sé il rischio di tradire quell’eredità preziosa. Allora la voce era l’unico servizio pensabile; oggi la commutazione di pacchetto rende le telecomunicazioni ubique e trasversali. Allora si trattava di sovrintendere l’operato dei monopolisti pubblici; oggi di disciplinare la concorrenza tra operatori diversi, innovativi e non riconducibili ad un profilo unico.

In questo clima, prosperano le prospettive neo-interventiste che mirano a sostituire, alla governance spontanea e diffusa che ha permesso la rigogliosa fioritura di internet, il controllo dall’alto dei governi. Non possono dunque sorprendere le proposte svelate con la diffusione (legittima, ma inattesa) dei documenti preparatoridell’incontro: si paventano – tra gli altri – interventi sulla terminazione del traffico internet, forme di regolamentazione dei contenuti, standard di comportamento in rete che – qualora trovassero effettivo accoglimento – inciderebbero profondamente sulla libertà d’espressione e sulla privacy degli utenti, ma soprattutto sul funzionamento e sull’equilibrio economico di internet.

Tali preoccupazioni sono al centro di un’utile riflessione dell’Associazione Ego, che suggerisce di ancorare il dibattito a quattro principi fondamentali: la necessità di privilegiare in sede di WCIT gli aspetti strategici rispetto questioni tecniche e normative; il dovere di non alterare il quadro competitivo e tutelare la certezza del diritto; la garanzia del modello multi-stakeholder; la preferibilità di un approccio moderato alla regolamentazione. Il rispetto di queste avvertenze potrà garantire che lo sviluppo di internet prosegua ordinatamente sui binari dell’organizzazione spontanea, invece di deragliare sotto la pressione del controllo politico.

Il pericolo tangibile – è appena il caso di precisarlo – non risiede tanto nel ruolo che le Nazioni Unite e le sue agenzie, organizzazioni sostanzialmente acefale, assumerebbero secondo lo schema in discussione; quanto piuttosto nell’eventualità che i paesi membri utilizzino il processo per giustificare giri di vite in ambito domestico. In questo senso, assumono una luce sinistra le manovre di nazioni come Cina e Russia, che nella trattativa per i nuovi ITRs non stanno lesinando gli sforzi.

Come hanno ricordato Adam Thierer e Jerry Brito, peraltro, appare miope ritenere che solo paesi con tendenze autoritarie possano farsi ingolosire dalla prospettiva di una rete domata: e le cronache europee e statunitensi degli ultimi mesi sono costellate di schegge della nascente democrazia cablata. WCIT rappresenta una seria minaccia alla libertà e all’indipendenza della rete: ma proposte altrettanto e più preoccupanti vengono alla luce quotidianamente nei nostri parlamenti. Pertanto sarà salutare tenere d’occhio Dubai tra qualche mese; ma solo a patto che non si perda di vista Montecitorio.

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