Rapporto Osservasalute 2011 @WRicciardi @muirgray @drsilenzi

COMUNICATO STAMPA ROMA, 23 APRILE 2012

Rapporto Osservasalute 2011
In pericolo la salute degli italiani

Aumentano i fattori di rischio, diminuisce la risposta dei servizi pubblici e le Regioni risparmiano sulla prevenzione.
In più la crisi erode rapidamente la “rendita” del nostro Paese sia in termini di salute dei cittadini, sia sul versante sanitario.
La situazione si avvia alla insostenibilità, soprattutto nelle Regioni sottoposte a piano di rientro.

È in pericolo la salute degli italiani: si trova ora più che mai sotto il fuoco incrociato della crisi economica e, sebbene gli effetti di questa congiuntura negativa si rendano manifesti con una certa latenza di tempo, salta già agli occhi come gli italiani, pressati dalle restrizioni economiche, comincino a risparmiare su azioni preventive di base quali una sana alimentazione e lo sport. Si rinuncia per esempio a frutta e verdura, che diventa un lusso per pochi (per la prima volta dal 2005, si registra un calo del numero di porzioni consumate/giorno – 4,8% vs 5,7%, dato che era rimasto grosso modo stabile fino al 2008; a mangiarne di più sono coloro che spesso consumano i pasti a mensa che si conferma come luogo maggiormente associato al consumo di verdure, frutta e ortaggi).

Gli italiani, se costretti a fare economia, tagliano dove possono e cercano risposte rapide al moltiplicarsi dei piccoli disturbi, in aumento anche in funzione del carico psicologico legato all’incertezza; sempre più spesso lo fanno a spese proprie, per continuare a svolgere le funzioni quotidiane in famiglia e al lavoro e a tener testa a tutti gli impegni sempre più stringenti. Risulta così aumentato il consumo di farmaci antidepressivi (l’uso di antidepressivi è cresciuto di oltre quattro volte in una decade, passando da 8,18 dosi giornaliere per 1000 abitanti nel 2000 a 35,72 nel 2010), come effetto anche di un disagio diffuso dilagante, scatenato dalle difficoltà socio- economiche.

Numerosi studi dimostrano che l’impatto sulla salute di una crisi economico- finanziaria, quale quella che stiamo vivendo a livello globale, è forte: potrebbe portare a un incremento dei suicidi (i dati mostrano anche per l’Italia un aumento del numero di suicidi tra il 2006, quando i casi registrati erano 3.607 e il 2008, che si chiude con 3.799 casi) e delle morti correlate all’uso/abuso di bevande alcoliche e droghe.

Nondimeno, la salute degli italiani resta tutto sommato ancora buona grazie alla “rendita” a loro disposizione, merito, per esempio, della tradizione della dieta mediterranea. Ma, come tutte le rendite non ben gestite, rischia di erodersi rapidamente: gli italiani sono, infatti, sempre più grassi (nel 2010 il 45,9% degli adulti è in eccesso ponderale, contro il 45,4% del 2009), anziani (aumentano le persone dai 75 anni in su, che rappresentano il 10% della popolazione contro il 9,8% della scorsa edizione del Rapporto) e colpiti da malattie croniche.

Per di più le scelte in ambito di politica sanitaria rischiano di peggiorare le cose: “le ultime manovre economiche realizzate in Italia in risposta alla tempesta finanziaria – ha dichiarato il Professor Walter Ricciardi, direttore di Osservasalute e dell’Istituto di Igiene della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica di Roma – hanno portato al ridimensionamento dei livelli di finanziamento dell’assistenza sanitaria già dal 2012; all’introduzione di ulteriori ticket; a tagli drastici nei trasferimenti alle Regioni e alle municipalità dei fondi su disabilità, infanzia, e altri aspetti che vanno poi a incidere sulla nostra salute”.

Peraltro i tagli non riducono l’inappropriatezza di molti interventi sanitari (quindi gli sprechi), né migliorano la qualità delle cure, anzi appesantiscono ancor più le liste di attesa.
Nel triennio 2007-2010 l’effetto dei tagli ai servizi e ai farmaci ha portato a una diminuzione del 3,5% della spesa pubblica per i farmaci, determinando però un incremento della spesa privata per i soli farmaci del 10,7%.

E nel futuro sarà sempre peggio: è stimato in 17 miliardi di euro nel 2015 il gap cumulato totale tra le risorse necessarie per coprire i bisogni sanitari dei cittadini e i soldi pubblici, che presumibilmente il SSN avrà a disposizione.

Le evidenze epidemiologiche dimostrano, invece, la necessità di rafforzare (o almeno non tagliare) le politiche per la salute poiché i tagli potrebbero innescare un aumento di spesa socio-sanitaria a carico delle famiglie col pericolo di aumentare quelle a rischio povertà (oggi il 7,6% di esse), a fronte di una quota di oltre il 15,5% di povertà accertata assoluta/relativa.

È questa la situazione che emerge dalla nona edizione del Rapporto Osservasalute (2011), un’approfondita analisi dello stato di salute della popolazione e della qualità dell’assistenza sanitaria nelle Regioni italiane presentata oggi a Roma all’Università Cattolica. Pubblicato dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane che ha sede presso l’Università Cattolica di Roma e coordinato dal Professor Walter Ricciardi, direttore dell’Istituto di Igiene della Facoltà di Medicina e Chirurgia, il Rapporto è frutto del lavoro di 175 esperti di sanità pubblica, clinici, demografi, epidemiologi, matematici, statistici ed economisti distribuiti su tutto il territorio italiano, che operano presso Università e numerose istituzioni pubbliche nazionali, regionali e aziendali (Ministero della Salute, Istat, Istituto Superiore di Sanità, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Istituto Nazionale Tumori, Istituto Italiano di Medicina Sociale, Agenzia Italiana del Farmaco, Aziende Ospedaliere e Aziende Sanitarie, Osservatori Epidemiologici Regionali, Agenzie Regionali e Provinciali di Sanità Pubblica, Assessorati Regionali e Provinciali alla Salute).

“Partito 150 anni fa da una situazione di assoluta retroguardia rispetto al contesto Europeo – spiega il professor Ricciardi – ultimi posti per arretratezza economica, analfabetismo, malnutrizione, bassa sopravvivenza, oggi il Paese mostra ottime posizioni a livello internazionale per sopravvivenza, nutrizione e protezione per il rischio della salute, mentre è ancora indietro per quanto riguarda le diseguaglianze sociali, con sempre più profonde differenze Nord-Sud”.

È importante che i rilevanti progressi acquisiti in questi anni siano tutelati, per permettere a tutti i nostri cittadini di vivere in uno stato ottimale di salute e godere di pari opportunità di assistenza. Le diseguaglianze registrate da Osservasalute rischiano di accentuarsi, specie nell’attuale situazione socio-economica, anche considerando che l’impatto della crisi sull’assistenza sanitaria è stato finora fortemente indirizzato all’accelerazione di misure correttive già in essere – spesso incentrate sulla logica dei tagli orizzontali più che di riduzione degli sprechi.

Ai campanelli di allarme sul livello di insostenibilità dell’attuale situazione sanitaria non è stato dato seguito, cosi succede che la “rendita di salute” degli italiani si va via via riducendo.

I dati a disposizione paiono confermare una certa efficacia delle iniziative di contenimento della spesa, ha spiegato Eugenio Anessi Pessina, docente di Economia Aziendale e Public Management presso l’Università Cattolica: il 2010 si è caratterizzato per una crescita molto contenuta della spesa pubblica pro capite (+0,66%), che mantiene l’Italia al di sotto della media UE-15 sia in termini pro capite, sia (malgrado l’incapacità di crescere dell’economia italiana) in rapporto al PIL; i disavanzi permangono, ma sono ormai ridotti a livelli molto circoscritti, almeno in termini di valori medi nazionali (nel 2010, circa 39€ pro capite, pari a 2% del finanziamento e 0,15% del PIL). Tutto ciò riflette e sintetizza un profondo mutamento negli atteggiamenti delle aziende rispetto ai vincoli economico-finanziari: se in passato i vincoli venivano spesso giudicati irrealistici e non incidevano sugli effettivi comportamenti aziendali, generando circoli viziosi di generazione e copertura dei disavanzi, oggi gli stessi vincoli sono giudicati pienamente credibili e condizionano fortemente le scelte gestionali.

Sotto il profilo degli equilibri economici di breve periodo, l’unico elemento di forte preoccupazione è la differenziazione interregionale, con tre regioni (Lazio, Campania e Sicilia) che da sole hanno prodotto il 69% sia del disavanzo 2010, sia del disavanzo cumulato 2001-2010. L’identità tra il dato puntuale 2010 e quello cumulato del decennio, tra l’altro, riflette in modo molto efficace la natura strutturale delle criticità istituzionali, organizzative e gestionali di queste tre regioni, sebbene il dato puntuale 2010 del loro disavanzo complessivo (1,6 miliardi di euro) sia ben al di sotto del massimo storico di 4 miliardi raggiunto nel 2005 e sebbene la spesa sanitaria pubblica pro capite di Lazio e Campania si sia ridotta, nel 2010, dell’1,75%.

Alcune criticità significative si riscontrano anche sotto il profilo finanziario, come testimoniano i lunghi tempi di pagamento ai fornitori, ha sottolineato il Professor Anessi Pessina.
Ma se per i medical device il fenomeno dei ritardati pagamenti si associa ad una crescita della spesa (in media il 7% in più ogni anno negli ultimi 10 anni), ha precisato il Professor Americo Cicchetti, Direttore dell’ALTEMS, Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, per il comparto farmaceutico i ritardati pagamenti si associano ad una crescita (2,8% all’anno negli ultimi 10 anni, per la convenzionata) inferiore rispetto a quella media del SSN che è stata pari al 4,45% all’anno nell’ultimo decennio (2001-2010). Ad ogni modo questo fenomeno, purtroppo, contribuisce a deprimere la ripresa economica in relazione agli effetti negativi che comporta.

La questione più critica, però, concerne gli impatti sull’equità, principio fondante del Servizio Sanitario Nazionale. Già in tempi relativamente floridi l’equità era passata in secondo piano rispetto al binomio “efficacia-efficienza”; ora, a maggior ragione, è messa a rischio dalla necessità di “tagliare la spesa”.

Particolarmente critiche sono le prospettive per l’equità intergenerazionale, per effetto sia del sostanziale blocco degli investimenti (cui contribuisce anche la frequente incapacità di spendere bene i limitati fondi disponibili), sia dell’impatto che le iniziative di risparmio e razionalizzazione potrebbero avere sullo stato di salute dei cittadini. In linea di principio, naturalmente, tali iniziative dovrebbero identificare ed incidere su situazioni di inefficienza, quindi salvaguardare gli attuali livelli di servizio. Laddove il contenimento dei costi sia ottenuto riducendo i servizi offerti, invece, si potrebbe generare un impatto negativo di medio periodo sulle condizioni di salute della popolazione, con gravi conseguenze negative anche sul piano economico. Naturalmente, il rischio è più accentuato nelle Regioni assoggettate a Piano di Rientro, dove le iniziative di contenimento dei costi sono state più intense.

ECCO L’ITALIA FOTOGRAFATA DAL RAPPORTO

Continua la crescita della popolazione, ma non grazie alle nascite – I risultati del Rapporto danno conferma delle tendenze emerse negli anni scorsi: si riscontra un tendenziale aumento della popolazione residente in Italia rispetto al biennio 2008- 2009 imputabile, sostanzialmente, alla componente migratoria. Le regioni che non crescono sono solamente Basilicata (-2,6‰) e Molise (-1,6‰); il saldo naturale medio del biennio 2009-2010 si è mantenuto pressoché costante rispetto al biennio precedente e si attesta su livelli ancora di segno negativo anche se, per alcune regioni, è prossimo allo 0; invece il saldo migratorio è positivo grazie, soprattutto, alla capacità attrattiva delle regioni del Centro-Nord.

Anche il movimento migratorio interno al Paese ha confermato i trend già evidenziati negli anni precedenti, ovvero il movimento in uscita dalle regioni meridionali (ad esclusione dell’Abruzzo). Le regioni più “abbandonate” dai propri cittadini e meno attrattive nei confronti di quelli di altre regioni sono Basilicata e Calabria che hanno il saldo migratorio negativo più elevato in Italia (rispettivamente, -3,5‰ e -2,9‰).

La fecondità è in stallo – Scompare quella sia pur flebile speranza di crescita riscontrata nelle precedenti edizioni del Rapporto: il tasso di fecondità totale (Tft) è passato, infatti, da 1,42 del 2008 a 1,41 del 2009 e le prime stime sul 2010 sembrano confermare questo trend. Si arresta quindi il sia pur minimo processo di ripresa dei livelli di fecondità che era iniziato a partire dal 1995 quando il Tft raggiunse il suo valore minimo di 1,2 figli per donna.

Anche nel 2009, quindi, il Tft è inferiore al livello di sostituzione (ossia quello, circa 2,1 figli per donna, che garantirebbe il ricambio generazionale).
Si confermano i primati positivi della precedente edizione: nel 2009 i valori del Tft più elevati si registrano nelle due Province Autonome, Trento (1,58), Bolzano (1,55) e in Valle d’Aosta (1,62); tutte al Sud le regioni con Tft particolarmente bassi: come per il 2008 sono Sardegna (1,13) e Molise (1,11); si aggiunge nel 2009 la Basilicata (1,18). La fecondità delle straniere (2,23) è quasi doppia rispetto a quella delle italiane (1,31).page4image26104

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Italia sempre più vecchia e il futuro non promette inversioni di rotta – Anche il Rapporto 2011 mostra la tendenza incessante all’invecchiamento della popolazione italiana, la quota dei giovani sul totale della popolazione è, difatti, contenuta, mentre il peso della popolazione “anziana” (65-74 anni) e “molto anziana” (75 anni e oltre) è consistente.

Nel 2010 la popolazione in età 65-74 anni rappresenta il 10,3% del totale, e quella dai 75 anni in su il 10%. Si confermano regione più vecchia la Liguria (gli anziani di 65-74 anni sono il 13% della popolazione; gli over-75 il 13,9%), regione più giovane la Campania (65-74 anni sono l’8,3% della popolazione; over-75 il 7,6%).

È facilmente prevedibile che si assisterà a un ulteriore aumento del peso della popolazione anziana dovuto allo “slittamento verso l’alto” (ossia all’invecchiamento) degli individui che oggi si trovano nelle classi di età centrali, le più “affollate”. Al tempo stesso, si può supporre che nel futuro prossimo non si registrerà un numero di nascite e/o flussi migratori imponenti tali da contrastare il rapido processo di invecchiamento che si sta delineando visto che le nuove generazioni (che dovrebbero dar luogo a tali nascite) sono numericamente esigue.

Sempre più anziani soli: a livello nazionale oltre un anziano su quattro (28,3% della popolazione con 65 anni ed oltre nel 2009) vive solo, dato in aumento dal 2008 (27,8%). È in Liguria che tale percentuale raggiunge il suo valore massimo (34,1%). Il valore più contenuto si registra nelle Marche (22,9%), seguono Toscana (23,8%), Abruzzo (25,0%), Veneto (25,2%).

Solo il 15,1% (nel 2008 tale dato era pari a 14,5%) degli uomini di 65 anni ed oltre vive solo, mentre tale percentuale è decisamente più elevata, pari al 38% (37,5% nel 2008) per le femmine. Sia la differenza di età fra i coniugi, sia la maggiore mortalità maschile rende le donne più a rischio di sperimentare l’evento vedovanza e, quindi, di vivere sole nell’ultima parte della propria vita.

Migliora la speranza di vita – Al 2010 la speranza di vita alla nascita è risultata pari a 84,4 anni per le donne, 79,2 anni per gli uomini.
I dati indicano, per entrambi i generi, una ripresa della crescita della speranza di vita che sembrava essersi arrestata nei 2-3 anni precedenti. Complessivamente, dal 2006 gli uomini hanno guadagnato 0,8 anni, le donne 0,4 anni.

Si continua a erodere il vantaggio delle donne rispetto agli uomini: nel 2006 il vantaggio femminile alla nascita era di 5,6 anni, si riduce a 5,2 anni nel 2010 continuando una tendenza che si è instaurata dal 1979, quando il vantaggio di sopravvivenza delle donne raggiunse il suo massimo, 6,8 anni in più rispetto agli uomini.

Nelle Marche gli uomini vivono più a lungo (80,1 anni), mentre per le donne è la PA di Bolzano (85,5 anni) quella con la sopravvivenza media maggiore. La Campania è, invece, la regione con la speranza di vita alla nascita minore tanto per gli uomini (77,7) quanto per le donne (83). Si conferma, quindi, almeno agli estremi della graduatoria regionale, la situazione già evidenziata negli anni precedenti.

Meno morti, soprattutto tra i maschi – I dati del 2008 mostrano negli uomini un calo generalizzato della mortalità complessiva rispetto al 2007 (da 111,85 per 10.000

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del 2007 a 110,92 per 10.000 del 2008), mentre per le donne il tasso risulta sostanzialmente costante (da 69,44 per 10.000 nel 2007 a 69,46 per 10.000 nel 2008).

Per le fasce di età più giovani si è verificata una sensibile diminuzione della mortalità dovuta al calo di tutte le principali cause di morte; nella fascia di popolazione più anziana si evidenzia, invece, un leggero aumento dei rischi di morte, pur in presenza di un’ulteriore contrazione della mortalità per malattie del sistema circolatorio e, per gli uomini, dei tumori e delle malattie dell’apparato respiratorio.

Andando più nel dettaglio si vede che una contrazione di mortalità ha caratterizzato le età fino a 64 anni ed è il risultato della riduzione di tutte le principali cause di morte. Per entrambi i generi, ma con un’intensità generalmente maggiore per gli uomini rispetto alle donne, nel triennio 2006-2008 è continuata la riduzione dei rischi di morte per le malattie del sistema circolatorio, dei tumori, delle malattie del sistema respiratorio e dell’apparato digerente. La mortalità femminile per tumori diminuisce dell’1,2%, quella maschile del 6,4% tra i 19-64 anni; tra i 65-74 anni solo dello 0,3% a fronte del 3,7% degli uomini.

La mortalità per malattie del sistema circolatorio si è ridotta per lei del 10,3% in 3 anni, contro una riduzione del 7,8% per gli uomini.

NESSUN MIGLIORAMENTO SU STILI DI VITA PERICOLOSI PER LA SALUTE

Italia sempre più grassa – Continua a crescere, anche se di poco, la percentuale di italiani che ha problemi con la bilancia: nel 2010, oltre un terzo della popolazione adulta (35,6%) è in sovrappeso, mentre una persona su dieci è obesa (10,3%); complessivamente, il 45,9% dei soggetti di età ≥18 anni è in eccesso ponderale (era il 45,4% nel 2009).

Confermato il gradiente Nord-Sud: le regioni meridionali presentano più persone in sovrappeso (Molise 41,8%, Basilicata 41%) ed obese (Basilicata 12,7%, Puglia 12,3%) rispetto alle regioni settentrionali (sovrappeso: PA di Trento 30,9% e Lombardia 31,4%; obese: PA di Trento e Liguria 7,8%).

Confrontando i dati con quelli dell’anno precedente si osserva in diverse regioni, sia al Nord che al Sud, una tendenza all’aumento delle persone in sovrappeso, soprattutto in Valle d’Aosta (31,7% vs 35,2%), in Sardegna (32,3% vs 35,7%) e in Friuli Venezia Giulia (34,5% vs 38%).

Anche l’età pesa sulla bilancia – La percentuale di popolazione in condizione di eccesso ponderale cresce all’aumentare dell’età: il sovrappeso passa dal 15,7% della fascia di età 18-24 anni a oltre il 45% tra 65-74 anni, mentre l’obesità dal 3% al 16,2%. Nelle persone di 75 anni ed oltre il valore diminuisce lievemente (sovrappeso: 43,2% ed obesità: 13,8%).

Uomini peggio delle donne – Risulta in sovrappeso il 44,3% degli uomini rispetto al 27,6% delle donne ed obeso l’11,1% degli uomini ed il 9,6% delle donne.
In Italia, nel periodo 2001-2010, è aumentata sia la percentuale di coloro che sono in sovrappeso (33,9% vs 35,6%) sia quella degli obesi (8,5% vs 10,3%).

Il sovrappeso porta in ospedale – L’analisi delle Schede di Dimissione Ospedaliera 2001-2009 evidenzia che circa 40.000 ricoveri sono attribuiti ogni anno all’obesità e ai disturbi da iperalimentazione come diagnosi principale, inoltre se ne registrano altri 110 mila nei quali l’obesità è indicata fra le diagnosi secondarie, ovvero condizioni che page6image30104

coesistono al momento del ricovero e che influenzano il trattamento ricevuto e/o la durata della degenza.

La silhouette dei bambini – Particolarmente preoccupanti i dati sui bambini in sovrappeso o obesi: la prevalenza è pari, rispettivamente, al 23% e all’11% dei piccoli da 6 a 17 anni, con valori più alti nelle regioni del Centro e del Sud del Paese.

Anche quest’anno lieve aumento degli sportivi, ma l’italia resta sedentaria – Continua il trend in lieve crescita degli sportivi, già visto nella precedente edizione del Rapporto: nel 2010 il 22,8% della popolazione italiana con età ≥3 anni pratica con continuità, nel tempo libero, uno o più sport (nel 2009 era il 21,5%, nel 2008 il 21,6%). Il trend in aumento è continuo dal 2001 quando gli sportivi erano appena il 19,1% della popolazione. Al contempo, la percentuale dei sedentari è diminuita (da 40,3% a 38,3%), soprattutto tra le donne (da 46,1% a 42,8%).

Il 10,2% degli italiani pratica sport in modo saltuario; il 28,2% dichiara di svolgere qualche attività fisica (fare passeggiate per almeno 2 Km, nuotare, andare in bicicletta etc); è sedentario il 38,3% della popolazione.
L’abitudine all’attività fisica non è uguale in tutte le regioni. Esiste un gradiente Nord- Sud con livelli maggiori di pratica sportiva nella PA di Bolzano (38,3%) e in Veneto (29,4%); i valori più bassi spettano a Campania (14,7%) e Sicilia (15,7%).

Al crescere dell’età, nel range 25-74 anni, aumentano le persone che svolgono qualsiasi tipo di attività fisica (37,6%); dopo i 75 anni, invece, sono segnalati in aumento i soggetti sedentari (68,2%), soprattutto tra le donne.

La dieta mediterranea, una tradizione persa anche per colpa della crisi – Forse anche per colpa della crisi, che fa impennare i prezzi di frutta e verdura, in Italia cala il consumo consigliato di frutta e verdura, infatti nel 2009 si registra per la prima volta una flessione della frequenza di coloro che dichiarano di consumare 5 e più porzioni al giorno di “Verdura, Ortaggi e Frutta”.

Per la prima volta dal 2005, si registra un calo seppur limitato del numero di porzioni consumate/giorno (4,8% vs 5,7%, dato che era rimasto grosso modo stabile fino al 2008). A mangiarne di più sono coloro che spesso consumano i pasti a mensa e al ristorante. L’evoluzione dei consumi alimentari ha messo in evidenza il ruolo della mensa come luogo di consumo dei pasti in relazione all’assunzione giornaliera di verdura, ortaggi e frutta.

Alcol – Siamo ben lontani dalla vittoria nella lotta all’alcol. I non consumatori nel 2009 risultano pari al 28,7% della popolazione (29,4% nel 2008), mentre diminuiscono di un punto percentuale gli astemi, cioè coloro che non hanno mai bevuto; gli astemi si riducono tantissimo in Abruzzo (-9 punti percentuali).

La prevalenza dei consumatori a rischio è pari al 25% degli uomini e al 7,3% delle donne, senza differenze significative rispetto alla precedente rilevazione (nel 2008, il 25,4% degli uomini e il 7% delle donne).
La prevalenza di consumatori a rischio 11-18enni raggiunge, nel 2009, il 17,7% dei maschi e l’11,5% delle femmine e non ci sono differenze significative a livello regionale.

Nella fascia di età 19-64 anni, per entrambi i generi, le realtà a maggior rischio risultano essere Piemonte-Valle d’Aosta (M = 24%; F = 8% Totale = 16,0%), Trentino-Alto Adige (M = 30,6%; F = 8,7%; T = 19,7%), Veneto (M = 26,7%; F =

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6,7%; T = non statisticamente significativo), Friuli Venezia Giulia (M = 25,8%; F = 6,3%; T = non statisticamente significativo) ed Emilia-Romagna (M = 21,9%; F = 7,7%, T = 14,8%).

Fumo – Nonostante le campagne anti-tabagismo è aumentata la consapevolezza dei rischi del fumo, nel nostro Paese fuma ancora una persona su 4, perlopiù giovani di 25-34 anni. Nel 2010 fuma il 22,8% degli over-14 confermando il trend degli ultimi anni. Non emergono grandi differenze territoriali rispetto al 2009, ma si evidenzia un lieve aumento in Campania (26,1% vs 22,8%) e nel Lazio (26,7% vs 24,6%) e una diminuzione in Emilia-Romagna (22,3% vs 24,6%) e nel Veneto (20,2% vs 22,3%). Gli uomini smettono più delle donne: nel 2010 fuma il 29,2% uomini, circa 2 punti percentuali in meno rispetto al 2001; invece le donne non smettono di fumare, la percentuale di fumatrici si mantiene invariata (16,9% sia nel 2001 sia nel 2010).

Il vizio è diffuso, soprattutto, tra i soggetti di 25-34 anni (uomini 39,7%; donne 24,4%).
Tra i non fumatori ci sono più donne che uomini (64,7% vs 38,3%), mentre i maschi ex fumatori sono quasi il doppio rispetto alle femmine (30,7% vs 16,7%). La prevalenza degli ex-fumatori è in lenta ma costante crescita: 20,2% nel 2001; 23,4% nel 2010.

Diminuisce il numero di sigarette fumate al dì: il numero medio di sigarette fumate quotidianamente è 12,7, in netta diminuzione rispetto al 2001 dove erano 14,7; il dato aumenta scendendo verso le regioni del Sud.

Malattie cardiovascolari – In Italia, la mortalità per malattie ischemiche del cuore (in primis infarto e angina pectoris) rappresenta ancora la maggiore causa di morte (circa il 13% della mortalità generale ed il 33% del complesso delle malattie del sistema circolatorio), cosi come rappresenta una delle maggiori cause di morte in quasi tutti i Paesi industrializzati.

Nel nostro Paese, la mortalità per le malattie ischemiche del cuore continua a colpire quasi il doppio degli uomini rispetto alle donne; in particolare, nel 2008, si sono registrati 14,75 decessi (per 10.000) fra gli uomini e 8,22 decessi (per 10.000) fra le donne. A livello regionale il primato negativo spetta al Molise per gli uomini (18,43 per 10.000) e alla Campania per le donne (10,54 per 10.000). Da sottolineare, inoltre, il Trentino-Alto Adige, la Campania e il Lazio che, per gli uomini, presentano tassi elevati di mortalità per malattie ischemiche del cuore (superiori a 16,00 per 10.000) e per le donne, invece, sono l’Umbria (10,01 decessi per 10.000) seguita da Lazio, Trentino-Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Molise, che presentano livelli di mortalità superiori a 9,00 decessi (per 10.000). La Puglia per gli uomini, il Piemonte per le donne sono le regioni più virtuose con tassi, rispettivamente, di 12,38 e 6,46 decessi (per 10.000).

Tumori – In Italia circa il 28% dei decessi è dovuto al cancro e, a causa dei processi di invecchiamento della popolazione, un numero crescente e rilevante di individui ha la probabilità di contrarre la malattia nel corso della vita.
Per quanto riguarda la classe di età 0-64 anni, il tumore del colon-retto al Centro- Nord, per gli uomini, il tumore della mammella in tutte le macroaree, per le donne, risultano essere quelli a più elevata incidenza.

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Fino a pochi anni prima del 2010, il tumore del polmone era la sede a maggiore incidenza tra gli uomini under-65 anni in tutta Italia e non solo al Sud.
Anche per la classe di età 65-74 anni, il tumore del polmone risulta essere ancora il più frequente tra gli uomini solo al Sud, mentre nel Centro-Nord il tumore più frequente è quello della prostata seguito dal tumore del colon-retto. Nel corso degli ultimi anni in questa classe di età per gli uomini vi è stato, infatti, un forte incremento dell’incidenza per tumore della prostata e del colon-retto contrapposto ad un calo dell’incidenza per il tumore del polmone.

Per le donne tra i 65-74 anni, invece, il tumore della mammella risulta il più frequente, con valori vicino ai 400 nuovi casi (per 100.000) nel Centro-Nord e sui 250 nuovi casi (per 100.000) nel Sud. Nel corso degli ultimi anni la crescita dell’incidenza ha riguardato sia il tumore della mammella che il tumore del colon-retto, in maniera più accentuata per il primo rispetto al secondo.

Considerando la classe di età 0-64 anni il tumore con tasso di mortalità più alto risulta essere il cancro del polmone negli uomini e della mammella nelle donne.
Anche nella classe 65-74 anni il tumore con tasso di mortalità più alto risulta essere il tumore del polmone negli uomini in tutte le macroaree e il tumore della mammella nelle donne meridionali.

Disagi degli italiani spesso sfociano in depressione – Anche a causa dell’attuale congiuntura economica negativa che crea un disagio diffuso, l’uso di antidepressivi in Italia è cresciuto di oltre quattro volte in una decade (il consumo è passato da 8,18 dosi giornaliere per 1000 abitanti nel 2000 a 35,72 nel 2010). Anche quest’anno prosegue, dunque, il trend di aumento del consumo di farmaci antidepressivi, come già visto nel precedente Rapporto. L’aumento dell’utilizzo interessa, indistintamente, tutte le regioni e dura dal primo anno della rilevazione (2000). Si noti però che le regioni del Centro-Nord, in particolare Toscana e Liguria, ma anche la PA di Bolzano, l’Emilia Romagna e l’Umbria, risultano avere consumi nettamente superiori rispetto a quelle del Sud. L’unica eccezione a questo quadro è rappresentata dalla Sardegna, i cui consumi si avvicinano a quelli delle regioni del Nord.

Va sottolineato che l’aumento dell’uso di antidepressivi in Italia è in linea con il trend di consumo europeo ed è almeno in parte spiegabile come effetto della crisi economica che strozza l’Europa, ha spiegato la professoressa Roberta Siliquini, ordinario di Igiene all’Università di Torino.

Oltre al maggior consumo di antidepressivi tout court, si rileva sia in Italia sia negli altri paesi europei una notevole crescita della percentuale di soggetti che hanno ritenuto nell’anno di avere necessità di aiuto psichiatrico e/o psicologico: la richiesta di aiuto è aumentata del 10% negli ultimi 5 anni (studio Eurobarometer), soprattutto tra gli over-40, lavoratori manuali e disoccupati.

Ed è chiaro che se aumentano le consulenze psichiatriche e psicoterapeutiche, cresce di pari passo il consumo di antidepressivi.
Purtroppo ciò deriva anche dalla tendenza, sia da parte dei Medici di Medicina Generale (l’aumentato utilizzo di questa classe di farmaci per le forme depressive più lievi – ansia e attacchi di panico – è spesso appannaggio dei MMG più che degli specialisti), sia da parte degli psichiatri, a prescrivere l’antidepressivo alla prima richiesta del paziente, che sempre più spesso ne fa domanda, erroneamente in cerca di una “cura rapida” al suo disagio.

“Il rischio è di confondere e non approfondire se c’è un vero quadro clinico depressivo o una forma di disagio che può essere gestita con un percorso psicoterapeutico page9image31016

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adeguato – ha spiegato la prof Siliquini – così il farmaco rischia di divenire un po’ una panacea per curare un disagio scaturito in realtà da eventi esterni e non da un quadro organico di malattia, eventi legati soprattutto alla situazione socio-economica attuale”. Laddove la diagnosi non sia certa l’uso del farmaco rischia di essere inappropriato e, poiché si tratta comunque di terapie lunghe e complesse, è bene scoraggiarne il più possibile l’uso scorretto.

Aumentano i suicidi – Per quanto l’Italia si collochi tra i Paesi europei a minore rischio di suicidio, ed il tasso di mortalità per suicidio si sia ridotto nel tempo a partire dagli anni ‘80, rispetto al minimo raggiunto nel 2006 (3.607 casi) nell’ultimo anno preso in considerazione in questa edizione del Rapporto si evidenzia una ripresa (3.799 casi).

Il suicidio e un fenomeno connesso alla salute mentale della popolazione ed i tassi di suicidio risultano essere più elevati tra i celibi e le nubili rispetto ai/alle coniugati/e. Nel biennio 2007-2008, il tasso medio annuo di mortalità per suicidio è pari a 7,26 per 100.000 residenti di 15 anni ed oltre. Nel 77% dei casi, il suicida è un uomo. Il tasso standardizzato di mortalità è pari a 11,27 (per 100.000) per gli uomini e 3,15 (per 100.000) per le donne, con un rapporto uomini/donne pari a 3,6. Vi è una variabilità geografica marcata, con tassi maggiori nelle regioni del Nord anche se con alcune eccezioni.

UNA FOTOGRAFIA DEL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE

Gestione delle fratture negli anziani, spesso è specchio di una cattiva assistenza – Anche quest’anno è stata rilevata la percentuale di interventi per frattura di femore eseguiti entro le 48 ore nei pazienti con più di 65 anni. Nel 2009 in Italia appena il 33,6% (era il 32,5% nella passata edizione del Rapporto) di questi interventi rispetta questo criterio di appropriatezza, un risultato piuttosto basso rispetto alle performance registrate in altri Paesi occidentali e alle raccomandazioni presenti in letteratura.

La frattura del collo del femore è un evento frequente negli anziani ed è spesso causa di mortalità e di peggioramento della qualità di vita. Diversi studi hanno dimostrato che a lunghe attese per l’intervento corrispondono l’aumento del rischio di mortalità e di disabilità del paziente, l’aumento delle complicanze legate all’intervento e la minore efficacia della fase riabilitativa. Di conseguenza, molte delle Linee Guida più recenti raccomandano che il paziente con frattura del collo del femore venga operato entro 48 o addirittura 24 ore dall’ingresso in ospedale. Uno studio condotto in Italia e pubblicato nel 2010 mette in evidenza come la mortalità a 30 giorni, per i pazienti con età >65 anni operati per frattura di femore, sia 2 volte superiore nei pazienti operati dopo la seconda giornata di degenza rispetto ai pazienti operati entro 2 giorni.

Ospedali italiani usati in modo sempre più appropriato – Migliora l’efficienza gestionale delle cure ospedaliere. Per quanto assorba ancora una quota consistente delle risorse economiche complessivamente destinate a garantire i livelli di assistenza l’ospedale italiano è sempre più efficiente. Continua a rappresentare il fulcro del nostro sistema di cura, ma l’ambito di attività è sempre più rivolto alle patologie acute a elevato contenuto clinico-assistenziale.

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I dati del 2009 confermano il trend in forte diminuzione del tasso di ospedalizzazione (TD) e parallelamente delle giornate di degenza. Il tasso complessivo a livello nazionale (179,4‰) è leggermente inferiore allo standard di 180 ricoveri per 1.000 abitanti fissato dalla programmazione ed ormai solo 8 regioni presentano tassi superiori a tale soglia (tutte quelle del Sud, più Lazio, Liguria e PA di Bolzano). La maglia nera spetta alla Campania (220,9‰), la regione più virtuosa è invece il Friuli Venezia Giulia (147,2‰).

Il dato positivo si deve però ricondurre alla sola componente dei ricoveri in regime ordinario in quanto il TD in regime diurno (53‰ a livello nazionale) in tutte le regioni risulta superiore alla quota del 20% del totale dei ricoveri indicata come riferimento. L’analisi delle dimissioni per tipologia di attività conferma il trend in diminuzione dei ricoveri di tipo riabilitativo, mentre si registra una stabilita dell’attività di lungodegenza (TD pari, rispettivamente, a 4,2 e 1,6 ricoveri per 1.000 abitanti). Sempre più ricoveri sono per interventi chirurgici – Continua a crescere la quota di pazienti con DRG chirurgico (41,7% del totale dei dimessi e, rispettivamente, 39,9% e 45,8% dei dimessi in regime ordinario e diurno) malgrado un consistente passaggio di attività chirurgiche poco complesse in regime ambulatoriale. Tale trend, rilevato da anni anche a livello internazionale, testimonia una qualificazione ed un aumento di complessità delle attività ospedaliere e si registra costantemente in tutte le regioni, anche se in quelle del Nord e del Centro la proporzione di DRG chirurgici risulta essere, generalmente, molto più alta della media nazionale, con punte che in alcune regioni si avvicinano al 50% dell’attività complessiva.

Tuttavia i TD per i DRG medici (58,3% dei dimessi) continuano a mostrare una rilevante e spesso ingiustificata variabilità regionale, sia per i RO che per la componente diurna.
Diminuiscono i giorni trascorsi inutilmente in ospedale – La degenza media, sostanzialmente stabile da diversi anni, nel 2009 mostra un lieve decremento rispetto all’anno precedente (da 6,8 a 6,7 giorni). Poiché assistiamo a un aumento della complessità della casistica trattata, anche questo dato depone per un generale recupero di efficienza nella gestione degli episodi di ricovero. Persistono, tuttavia importanti differenze regionali, difficili da interpretare. Si può quindi affermare che esistono ancora margini di miglioramento in diverse realtà regionali.

Una sensibile tendenza verso la riduzione si registra anche per la degenza media preoperatoria, indice di efficienza organizzativa e di appropriato utilizzo dei servizi diagnostici e dei reparti di degenza chirurgici. Il valore nazionale del 2009 si attesta a 1,88 giorni contro gli 1,97 giorni dell’anno precedente. Anche per questo indicatore persistono significative e spesso ingiustificate differenze regionali con un evidente gradiente tra le regioni centro-settentrionali e quelle meridionali, segno di disomogeneità nella definizione di specifici percorsi diagnostici e clinico-assistenziali. Oltre metà degli interventi chirurgici è gestita “in giornata” – Una misura significativa del cambiamento in atto nell’organizzazione dell’assistenza ospedaliera è data dalla percentuale di interventi chirurgici effettuati in regime diurno, che nel 2009 si attesta intorno al 33% delle attività operatorie complessivamente erogate. Se a tale quota si aggiunge quella relativa agli interventi chirurgici effettuati in One Day Surgery, che nell’anno in corso risulta pari al 18,9%, si osserva che circa il 52% dell’attività chirurgica, grazie alla diffusione delle moderne tecniche mininvasive e di efficaci e sicure pratiche anestesiologiche, è ormai gestita senza ricorrere al tradizionale RO. Questi dati, che peraltro sottostimano il volume complessivo delle attività chirurgiche erogate per effetto del trasferimento in regime ambulatoriale di

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una quota consistente di interventi chirurgici di bassa complessità, sono ormai consolidati, ma nascondono un’ampia variabilità regionale.

Spesa sanitaria pubblica – La spesa italiana per la sanità rispetto al PIL è inferiore a quelli di altri Paesi come UK, Germania, Francia, Norvegia e Danimarca ed addirittura degli USA che hanno un sistema notoriamente privato; il suo valore è comunque allineato alla media dei Paesi dell’OCSE. Si confermano le tendenze già registrate nelle precedenti edizioni del Rapporto: la spesa sanitaria pubblica in rapporto al PIL a livello nazionale prosegue la sua crescita, passando dal 6,07% nel 2002 al 6,87% nel 2008 con un tasso medio composto annuo del 2,08%.

Si conferma il gradiente Nord-Sud: la spesa va da un massimo di 10,46% della Campania a un minimo di 5,24% della Lombardia. Tutte le regioni presentano una crescita del valore dell’indicatore dal 2007 al 2008 con la sola eccezione della Calabria che, in controtendenza, riduce la spesa sul PIL del 3,49%.

Tenendo però conto della numerosità della popolazione residente in ciascuna regione emerge che le regioni con un PIL pro capite più basso si presentano con una spesa sanitaria sul PIL superiore e viceversa: il che sembra dimostrare che la quantità di risorse destinate alla sanità non rappresenta una quota proporzionale alle risorse prodotte da ciascun residente in ciascuna regione, anzi sembra esistere una relazione inversa: tanto maggiore è il PIL pro capite tanto minore è la quota del PIL destinata alla tutela della salute.

“Nelle Regioni con PIL pro capite più basso – ha osservato il professor Cicchetti – il rischio è che la spesa sanitaria abbia un effetto “depressivo” per l’economia laddove, invece, nelle Regioni più ricche la Sanità può effettivamente generare un “moltiplicatore” per la crescita economica”.

Spesa sanitaria pro capite – Il Rapporto mostra a livello nazionale un aumento minimo della spesa pro capite fra 2009 e 2010, da 1.821 € a 1.833 € (+0,66%); la spesa è cresciuta del 18,41% dal 2004. Nel 2010 la spesa oscilla da un minimo, registrato in Sicilia di 1.690€ a un massimo di 2.191€ nella PA di Bolzano.

Disavanzi – Anche nel 2010 il SSN si conferma complessivamente in disavanzo: 2,325 miliardi di euro circa, pari a 39€ pro capite. Però il disavanzo è notevolmente diminuito rispetto ai 3,251 miliardi del 2009; il disavanzo pro capite 2010 è il più basso dell’intero arco temporale considerato (2002-2010) e conferma un trend in costante diminuzione avviato nel 2005. In alcune Regioni, il contenimento del disavanzo è stato conseguito anche ricorrendo a entrate aggiuntive poste a carico del bilancio regionale.

Permangono le forti differenze interregionali, con un ampio gradiente Nord-Sud, dove si concentra quasi tutto il deficit.
Lazio (184 euro) e Molise (167 euro) si confermano le regioni più deficitarie, ma conseguono riduzioni significative del proprio disavanzo pro capite rispetto al 2009; Sicilia (12€) e Abruzzo (14€) si posizionano addirittura al di sotto del disavanzo medio pro capite nazionale.

Il personale sanitario è donna ma in là con gli anni. Poco spazio agli under-30

– Le donne rappresentano il 63% del personale dipendente, mentre gli uomini il 37% (anni 2007-2009). Il personale più giovane è prevalentemente donna.

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Nel 2009 il personale dipendente del SSN è composto prevalentemente da persone di età compresa tra i 40-59 anni.
La quota di personale over-60 è superiore a quella degli under-30 anni. A livello regionale, su quest’ultimo aspetto, si registra un marcato divario Nord-Sud: infatti, mentre nel Nord la percentuale di personale under-30 è simile a quella relativa al personale over-60 (Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia-Romagna), nelle regioni del Sud prevale la componente “anziana”, ovvero gli over-60 anni (in particolare, in Campania, Sardegna, Sicilia, Abruzzo, Puglia).

Sette regioni (Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige, Lazio, Abruzzo, Campania, Sardegna) mostrano un deficit, in alcuni casi importante, nel reclutamento di personale under-30, rispetto all’aumento del personale anziano.
La regione col personale più giovane è il Trentino AltoAdige (anche se con una progressiva tendenza alla senescenza del personale), e quella col personale più anziano è la Calabria, con Campania e Sicilia che seguono a ruota.

Turn-over – Nel 2009 si registra un sia pur limitato ampliamento dell’organico nel SSN, il tasso di compensazione del turn-over è infatti pari a 103,1% (se il tasso di compensazione è >100, ciò significa che vi è stato un ampliamento dell’organico, mentre se è <100, l’organico ha subito una contrazione).

Tutte le regioni del Nord e del Centro (a eccezione del Lazio) risultano essere ampiamente sopra il dato nazionale con un tasso di compensazione del turnover anche del 165,7% (Piemonte, 2009), mentre per il Sud, a eccezione di Puglia, Calabria e Sardegna, le regioni presentano valori inferiori a quello nazionale, indicando una situazione di contrazione dell’organico, in taluni casi anche molto marcata (tasso di compensazione del turnover del 24,5% in Abruzzo nel 2009). In particolare, per le regioni in Piano di Rientro, l’accordo con il Governo prevede il blocco delle assunzioni e pertanto, il tasso di compensazione del turnover, risulta sia in diminuzione tra il 2008- 2009 che ampiamente inferiore al 100%.

Nel 2009 il personale a tempo indeterminato rappresenta circa il 94% dell’intero personale del SSN. Ma a livello regionale le discrepanze sono molte, il personale con lavoro flessibile varia da un minimo di 2,2% in Veneto a un massimo di 10,8% in Sicilia e di 12% in Valle d’Aosta, e 7 regioni (Piemonte, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana e Campania) presentano un valore inferiore al dato nazionale.

Come trend, tra il 2007-2009 si è registrato un aumento del personale a tempo indeterminato in 6 regioni (Piemonte, Veneto, Emilia-Romagna, Marche, Puglia e Sicilia).

LISTE D’ATTESA

Trasparenza per poco più di una ASL su due – Da alcuni anni le Asl hanno preso a pubblicare online, in modo accessibile agli utenti, le liste d’attesa per le prestazioni da loro erogate. Ma al 2011 solo il 57% delle Asl offre questo servizio di trasparenza. Di tutte le regioni maglia nera è la Puglia per la quale solo una delle sue 7 Asl (14%) pubblica le liste; segue il Lazio dove le Asl trasparenti sono 2 su 12 (17%): Regioni virtuose sono la Lombardia in cui tutte le 15 Asl pubblicano online le attese (100%), il Friuli (6 Asl, 100%), Bolzano (4 Asl 100%), Val d’Aosta (1 Asl 100%), Trento (1 Asl 100%) e Molise (1 Asl 100%).

Liste pubblicate dalle aziende ospedaliere (AO), trasparenza per meno della metà – per quanto riguarda la trasparenza delle AO sul fronte liste d’attesa, emerge

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che nel 2011 solo il 44% di tutte le AO italiane pubblica online i loro dati sulle attese. I dati maggiori si osservano, a pari merito, in Piemonte e Friuli Venezia Giulia (100%), Lombardia (62%) e Veneto (50%). Per il Sud e le Isole, il dato migliore è quello della Sicilia (50%). È rilevante la situazione di molte regioni meridionali nelle quali le AO non utilizzano il web per pubblicare i propri dati.

CONCLUSIONI

“Le evidenze prodotte dal Rapporto Osservasalute 2011 – ha commentato il professor Americo Cicchetti – vanno analizzate alla luce di due fenomeni che portano a riflettere sulla ‘sostenibilità’ complessiva del sistema. Rispetto a Germania, Francia e altri partner Europei, la nostra sanità è ancora di buon livello ma oggi iniziamo a vedere i primi segnali di cedimento e il problema, purtroppo, è economico e strutturale. La nostra spesa sanitaria risulta oggi “depressa” per il fatto che dedichiamo una quota di PIL alla sanità inferiore a quanto accada in altri paesi europei con problemi di salute analoghi ai nostri; oltre a ciò questa percentuale è calcolata su un PIL procapite che già di per sé è più basso rispetto a quello degli altri partner. Nonostante questo siamo riusciti a sostenere, tra il 2001 e il 2010, una crescita della spesa sanitaria complessivamente del 45,5% a fronte di una crescita cumulata dell’economia di solo il 2%: le implicazioni sono oggi evidenti. Abbiamo richiamato risorse da altri settori della spesa pubblica (vedi il sostegno alla ricerca) e abbiamo dovuto finanziare in deficit una spesa sanitaria che comunque è più bassa di quella di altri paesi, ma che ha generato un debito oggi insostenibile. La rotta purtroppo deve cambiare – ha concluso il docente – e l’unica direzione che si può prendere è quella che porta verso il reperimento di nuove risorse con nuovi meccanismi di solidarietà”.

Ufficio Stampa – Università Cattolica di Roma – ufficiostampa@rm.unicatt.it – 06 30154442 – 4295

Referenti: Nicola Cerbino (ncerbino@rm.unicatt.it) cell. 335.7125703 Paola Mariano: mariano.paola@gmail.com cell 320. 4013549

www.osservasalute.it

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