Fatto. Analisi. Impatto di @vitalbaa su newslist.it di @masechi DA LEGGERE!

Come si dovrebbe legiferare e regolamentare in un paese civile, applicando continuamente AIR (analisi di impatto della regolamentazione) e VIR (verifica di impatto della regolamentazione) prima e dopo il processo decisionale.

L’articolo è l’ulteriore dimostrazione dell’interesse della newslist.it del grande Mario Sechi

Una vita sregolata

di Vitalba Azzollini

Il sottotitolo di questa newsletter  – “Fatto. Analisi. Impatto” (ma anche “Agenda”, come dirò) – è un invito a nozze per chi si occupa di regolamentazione. Quelle tre parole sono, al contempo, presupposto e spinta per l’evoluzione dell’ordinamento. Mi spiego meglio. Il mutamento della realtà è costante, il diritto deve tenere lo stesso ritmo: l’analisi dei fatti, quindi del contesto, così come quella degli impatti delle norme che intervengono sui fatti, è imprescindibile per ogni buon regolatore. Può aggiungersi anche altro. La regolamentazione è un costo, poiché impone oneri e limiti ai soggetti privati, spese di elaborazione ed attuazione a quelli pubblici. Un rule maker realmente accountable deve essere in grado di giustificare in modo trasparente che, tra le diverse opzioni normative a sua disposizione, ha scelto quella più efficace in termini di costi e benefici, dati i fini perseguiti. La scarsa attenzione a questo processo di valutazione ponderata ha determinato nel tempo discipline sovrabbondanti, inutili o poco coerenti. E i conseguenti effetti negativi su produttività, concorrenza, competitività del sistema economico nazionale sono evidenti (e attestati da studi sull’attrattività di diversi Paesi).

Dunque, “Fatto. Analisi. Impatto” è, in sintesi, il metodo che i regolatori nazionali – specificamente governo e autorità “tecniche” – dovrebbero  seguire (il condizionale è d’obbligo, come spiegherò oltre), non foss’altro perché è da anni un obbligo di legge. Come si attua in concreto questo metodo? Si attua, da un lato, mediante l’analisi di impatto della regolamentazione (AIR), strumento che serve a definire esattamente il problema da risolvere; individuare gli obiettivi perseguiti e costruire indicatori di carattere quantitativo che consentano di verificarne il grado di raggiungimento; consultare gli stakeholder; esaminare le varie opzioni di intervento (inclusa la cd. “opzione zero”, ossia il non intervento); comparare i vantaggi e gli svantaggi di ognuna di tali opzioni, considerandone gli effetti concorrenziali sul mercato e quantificandone il “prezzo” per cittadini e imprese; delineare un attendibile scenario del futuro funzionamento dell’opzione selezionata, soprattutto dei suoi possibili effetti inattesi o indesiderati, sulla base dei dati disponibili al momento della sua scelta. Dall’altro lato, il metodo citato si attua mediante la verifica di impatto della regolamentazione (VIR), che serve per vagliare il reale grado di raggiungimento degli obiettivi prefissati, misurato sulla base degli indicatori predefiniti; “manutenere” le leggi vigenti, onde permetterne nel tempo la correzione a seguito di eventuali disfunzioni o l’aggiornamento in relazione a sopravvenuti mutamenti fattuali e giuridici; abrogare le norme non più necessarie.

Ricapitolando, il metodo riassunto in “Fatto. Analisi. Impatto” – valutazione ex ante dell’adeguatezza della regolamentazione ed ex postdella sua concreta e perdurante efficacia – serve non solo a tenere l’ordinamento al passo di una realtà in costante trasformazione e a imporre ai regolatori di giustificare le proprie scelte in maniera trasparente, ma a garantire il buon funzionamento delle leggi. Quindi, è un metodo idoneo ad assicurare una regolamentazione di qualità. Come il Consiglio di Stato ha evidenziato in un recente parere – ove riassume i numerosi interventi in tema di better regulation da parte del legislatore nazionale, nonché dell’Unione Europea e dell’OCSE – “una norma ‘scritta bene’, che rispetti i requisiti di ‘qualità’ (…) in termini di consapevolezza dell’impatto su cittadini e imprese, reca un beneficio ulteriore – e costi sociali minori – rispetto ai benefici che il suo contenuto ‘di merito’ già prevede”. In altre parole, la valutazione degli impatti, garantendo la qualità delle regole, offre un “valore aggiunto” economicamente stimabile in termini di “maggiore efficacia, efficienza, sostenibilità e ‘durabilità’ delle normative”.

“Fatto. Analisi. Impatto” è il metodo che i regolatori nazionali dovrebbero seguire, dicevo usando scientemente il condizionale. Ne spiego la ragione. Come rilevato sempre dal Consiglio di Stato – e come si legge puntualmente nella Relazione sullo stato di attuazione della analisi di impatto della regolamentazione, presentata ogni anno dal Governo al Parlamento – le relazioni AIR sono il più delle volte poco approfondite, prive degli indicatori quantitativi utili a consentire la verifica dell’effettivo impatto delle norme; mancanti dell’analisi economica delle opzioni alternative di regolamentazione e lacunose riguardo all’opzione prescelta; carenti nell’analisi di “fattibilità”, cioè incuranti della successiva fase di attuazione, anche in termini di stima delle risorse – finanziarie e umane – necessarie. Quanto alle VIR, affermare che non ve ne sono molti esempi sarebbe un eufemismo. Questa è la foto del “metodo” – anche per i fallimenti serve metodo – con cui i regolatori nazionali hanno nel tempo affossato ogni italica aspirazione di better regulation. Peraltro, svuotando di significato AIR e VIR, hanno costantemente disatteso anche il c.d. regulatory budget (che impone di non introdurre nuovi oneri amministrativi senza averne prima eliminati altri), reso le consultazioni pubbliche dei meri pro-forma, ossia atti di politica fittizia, e molto altro. Ma qui mi fermo.

“Fatto. Analisi. Impatto” è il metodo con cui, in questa newsletter, partendo dai fatti esaminati, vengono tratte conclusioni, fondandole su analisi di dati e impatti svolte trasparentemente. E trasparenza è la caratteristica ineludibile di ognuno degli strumenti di better regulationsopra citati, nonché la chiave di volta per comprendere il loro insufficiente utilizzo, di AIR e VIR soprattutto. La trasparenza delle decisioni di regolazione – cioè la trasparenza delle valutazioni degli impatti, anche attraverso la loro pubblicazione su siti istituzionali – metterebbe i governanti nella condizione di dover rendere conto del proprio operato, consentendo all’elettorato di giudicarli con dati di fatto. Detto in termini più banali, ne disvelerebbe i poco realistici annunci di riforme mirabolanti, così come il mancato ottenimento di effetti previsti con noncurante leggerezza. Dunque, gli strumenti che garantiscono la qualità della regolazione, nonché la trasparenza del processo di rule making, contribuirebbero alla responsabilizzazione democratica dei rule makers stessi, date le conseguenze reputazionali (e soprattutto elettorali) cui potrebbero dar luogo. E’ più chiaro ora il perché in Italia tali strumenti non vengono usati – anzi, sono spesso demonizzati da politici e supporter – con la conseguenza che le leggi sono fatte male e operano ancora peggio?

Dimenticavo: nel sottotitolo di questa newsletter vi è anche la parola “Agenda”, cioè il “da farsi”, e ai fini di quanto detto sopra conta anche quella. La trasparente programmazione dell’attività normativa e, quindi, l’elenco delle iniziative di regolamentazione previste in un arco temporale preciso – con pubblicazione sui siti web istituzionali anche dei motivi per cui il programma non viene eventualmente rispettato – rappresenterebbe un impegno, la cui violazione nuocerebbe alla credibilità di chi l’ha assunto.

“Fatto. Analisi. Impatto. Agenda”. Così si chiude il cerchio.

Chi è l’autore. Vitalba Azzollini, giurista. Lavora presso un’Autorità di vigilanza. Scrive in tema di diritto su riviste on line (tra le altre, La Voce e Noise fron Amerika), blog (Phastidio e Istituto Bruno Leoni) e giornali. Autrice di paper per l’Istituto Bruno Leoni.

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Una lettura obbligatoria: Exponential Organizations di Salim Ismail @WRicciardi @leadmedit

Una lettura estiva (forse sarebbe meglio dire uno studio estivo) di un libro affascinante: Exponential Organizations di Salim Ismail, edito da Marsilio nella collana Nodi.

Che cos’è un’organizzazione esponenziale? Essa è un’organizzazione il cui impatto (o output) risulta notevolmente superiore – almeno dieci volte – rispetto ai competitor, grazie all’utilizzo di nuove tecniche organizzative, che fanno leva sulle tecnologie in accelerazione.

Gestire organizzazioni esponenziali focalizzate sui clienti e non sui competitor esterni e sulle strutture interne tradizionali richiede una svolta epocale, paragonata a una nuova “era cambriana”. Richiede una nuova cultura e nuove e più dinamiche competenze.

Ho raccolto alcune frasi che mi hanno particolarmente colpito! Buona meditazione a tutti noi perché molti dei temi trattati riguardano anche la sanità!

  1. L’unica costante del mondo d’oggi è il cambiamento, e il ritmo del cambiamento sta aumentando.
  2. L’accelerazione (del cambiamento) è costituita dalle 6 D: digitalized, deceptive (ingannevole), disruptive (dirompente), dematerialized, demonetized, democratized.
  3. L’utilizzo di strumenti lineari e di tendenze del passato per fare previsioni su di un futuro in accelerazione è deleterio (vedi i casi di Iridium e Kodak).
  4. Gli esperti, in quasi tutti i campi, messi di fronte ad una crescita di tipo esponenziale, continuano sempre a pensare in un’ottica lineare, ignorando l’evidenza davanti ai loro occhi.
  5. Il vecchio detto secondo cui un esperto è “qualcuno che ti dice perché qualcosa non può essere fatta” è oggi più vero che mai.
  6. Nessuno degli indicatori tradizionali quali l’età, la reputazione e le vendite attuali possono garantire la sopravvivenza di un’azienda.
  7. La legge di Moore afferma che il rapporto prezzo/prestazione della potenza di calcolo raddoppia ogni diciotto mesi.
  8. “Le nostre organizzazioni sono fatte per resistere ai cambiamenti che arrivano dall’esterno” piuttosto che per accoglierli, anche quando sono utili (da John Hagel).
  9. Le strutture organizzative aziendali esistono proprio per annientare i fattori dirompenti di cambiamento.
  10. La maggior parte delle organizzazioni complesse si basa sulla cosiddetta “struttura a matrice” … Questa struttura è efficace nel garantire il controllo, ma è disastrosa in termini di individuazione delle responsabilità, di velocità e di propensione al rischio … Con il tempo, le funzioni orizzontali acquistano sempre più potere … Per le grandi organizzazioni con struttura a matrice attuare il cambiamento rapido e dirompente è qualcosa di estremamente difficile. Quelle che ci hanno provato, infatti, hanno sperimentato che il “sistema immunitario” dell’organizzazione tende a rispondere alla minaccia percepita attaccando.
  11. Le organizzazioni esponenziali hanno la capacità di adattarsi a un mondo in cui l’informazione è pervasiva e onnipresente e di convertirla in vantaggio competitivo.
  12. I tratti comuni delle organizzazioni esponenziali sono: il Massive Transformative Purpose (Mtp), cinque caratteristiche esterne denominate Scale e cinque interne denominate Ideas. Per essere un’organizzazione esponenziale, un’azienda deve avere il Mtp e almeno quattro caratteristiche.
  13. Il Mtp non è la missione: il Mtp è aspirational. Il fuoco è su ciò che si aspira a raggiungere.
  14. Scale: staff on demand; community and crowd; algoritmi, leveraged asset; engagement
  15. Ideas: interfacce; dashboard; experimentation; autonomia; tecnologie sociali.
  16. Il concetto di autonomia non implica non rendere conto a nessuno delle proprie azioni. Secondo Steve Denning, “In un network esistono ancora le gerarchie, ma esse tendono ad essere basate sulle competenze, e fanno affidamento più sull’accountability tra colleghi che su quella dovuta all’autorità, cioè sul dover rendere conto a qualcuno perché sa qualcosa e non per il semplice fatto che occupa una determinata posizione indipendentemente dalle competenze. Il ruolo del manager si trasforma, non viene abolito”
  17. Un’organizzazione esponenziale tende a essere una zero latency enterprise cioè un’azienda in cui si annulla l’intervallo tra ideazione, approvazione e realizzazione.
  18. In passato il lavoro si concentrava principalmente sull’importanza del quoziente intellettivo (QI), oggi il quoziente emotivo (QE) e quello spirituale (QS) stanno diventando indicatori sempre più rilevanti.
  19. Un secolo fa, la competizione si giocava principalmente sulla produzione, Quarant’anni fa, invece, il fattore decisivo divenne il marketing. Oggi, nell’era di internet, in cui produzione e marketing sono diventati merci e sono stati democratizzati, tutto ruota intorno a idee e ideali.
  20. Il piano strategico quinquennale è in sé uno strumento obsoleto … Esso è un suicidio per un’organizzazione esponenziale … L’unica soluzione è stabilire un Massive transformational Purpose (Mtp), costruire la struttura aziendale, adottare un piano (al massimo) annuale e osservare la crescita, con aggiustamenti progressivi e in tempo reale a seconda delle necessità.
  21. Nel mondo delle organizzazioni esponenziali, lo scopo (Mtp) è più importante della strategia e l’execution ha la precedenza sulla pianificazione.
  22. Arianna Huffington ha detto: “Preferisco lavorare con una persona meno brillante ma che sa fare gioco di squadra ed è chiara e diretta, piuttosto che con qualcuno molto brillante ma dannoso per l’organizzazione”.
  23. In un’organizzazione esponenziale, la cultura (con il Mtp e le tecnologie sociali) è il collante che garantisce la tenuta del team nonostante i salti quantici della crescita esponenziale. Secondo Chip Conley “la cultura è ciò che accade quando il capo non c’è”. E secondo Joi Ito “la cultura si mangia la strategia a colazione”.
  24. Sta diventando sempre più facile acquisire potere, ma è sempre è più difficile mantenerlo.
  25. Consiglio ai CEO delle grandi aziende di affiancare a chi occupa posizioni di leadership i venticinquenni più brillanti, per colmare il gap generazionale e tecnologico, per permettere a questi giovani di crescere più velocemente e per innescare un meccanismo di mentoring al contrario.
  26. Se siete un manager di Amazon e un dipendente viene da voi con una grande idea, la vostra risposta di default deve essere : Se volete dire di no, dovete motivare questo rifiuto con una relazione di due pagine spiegando perché non ritenete l’idea valida.
  27. Jeff Bezos (Amazon) ha detto: “ Se sei focalizzato sui competitor, devi aspettare che siano loro a fare la prima mossa, prima di agire. Concentrarsi sui clienti, invece, consente di essere dei pionieri”.
  28. Il miglior modo per definire questa macrotransizione verso organizzazioni esponenziali è considerarla un passaggio dalla scarsità all’abbondanza … Secondo Dave Blakely “queste nuove organizzazioni sono esponenziali perché prendono qualcosa di scarso e lo fanno diventare abbondante”.

Analfabetismo funzionale degli italiani @WRicciardi @drsilenzi

L’analfabetismo funzionale è l’incapacità “di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere con testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità” (OCSE).

In Italia, 8 persone su 10 hanno difficoltà a utilizzare quello che ricavano da un testo scritto, 7 persone su 10 hanno difficoltà abbastanza gravi nella sua comprensione: 5 milioni di italiani hanno una completa incapacità di lettura (Tullio De Mauro).

Il tema, come molti altri relativi al declino dell’informazione, sono affrontati da un breve, ma intenso libro di Paolo Pagliaro (coautore con Lilly Gruber della trasmissione 8 e 1/2) dal titolo “Punto – fermiamo il declino dell’informazione”, edito da il Mulino.

Stefan Zweig e i popoli che fanno la storia @WRicciardi @aringherosse

Una folgorante lettura estiva: La Storia come inventrice di storie. Un saggio breve di 38 pagine, scritto da Stefan Zweig nel 1939.

Due citazioni:

“Questo era ed è il primo e perenne compito della Storia: mostrare all’individuo il cammino e l’evolversi dell’intera umanità, unire interiormente il singolo a una sterminata serie di antenati, la cui opera è tenuto a completare degnamente”

“La verità è che nella Storia della nostra cultura a primeggiare sono quei popoli che hanno saputo rappresentare se stessi nel modo più innovativo e immaginifico, quelli che hanno saputo trasformare in saga, in epica, in mito la loro intera esistenza. Perciò, tanto per i contemporanei quanto per i posteri, la reputazione non dipende dalle dimensioni di un popolo, né dal numero dei morti prodotti dalle guerre, e nemmeno dalla grandezza sterminata del territorio che ha devastato. Di ogni popolo rimane solamente, quale prova storica universale, il contributo artistico che ha apportato al patrimonio dell’intera umanità. Ciò che possiamo concludere dunque è che non sono i popoli guerrieri a fare la storia, ma i popoli creativi; che non è la massa umana a essere decisiva, ma la humanitas, in questo senso di esplicazione creativa.”

Vale la pena di investire due ore nella lettura di questo saggio. Chissà che qualche nostro reggitore lo faccia!

Che cosa fare quando non si ha la competenza? @drsilenzi @redhenry88

L’attuale dibattito sui vaccini, come quello su ogni problema sociale complesso, rende urgente la risposta alla domanda: che cosa fare quando non si ha la competenza?

Adriano Sofri, su Il Foglio del 14 agosto 2004, ha tentato di dare una risposta a questa domanda.

“Ci sono due strade. Farsi una competenza, e su quella fondare una propria opinione non capricciosa. Oppure affidarsi prudentemente alla competenza altrui, e su quella fondare la propria cauta opinione”.

Stamane, su Radio24, Alessandro Milan e Oscar Giannino, solitamente prudenti e cauti, sono caduti nella trappola di un antivax veneto travestito da filosofo del diritto che ha dibattuto sulla libertà individuale, sparando comunque, senza essere minimamente contrastato, una serie di dati e informazioni volutamente sbagliate sulle coperture vaccinali, sugli interventi in corso di epidemie, ecc.

La mia reazione è stata che il linguaggio usato da Sofri nel 2004 è troppo aulico!

Meglio questo diagramma di flusso!

Sono certo che l’applicazione diffusa di questo diagramma è una pia illusione! Mi pare che viviamo in un periodo in cui chi urla di più impone le sue idiozie. Mao Tse Tung diceva: “Augura al tuo peggior nemico di vivere in tempi interessanti”! Il nostro è sicuramente un tempo interessante. O no?

Il CV efficace: lo ha inventato Leonardo Da Vinci! Copiate! @drsilenzi @redhenry88

Tempo fa, sui social, Roberta Zantedeschi che si occupa di ricerca e selezione di personale e diformazione e orientamento professionale, ha pubblicato un interessante post su come stendere un CV efficace prendendo Leonardo da Vinci come testimonial.

Eccolo: interessante!

Quel gran secchione di Leonardo Da Vinci tra le varie cose è fautore pure del CV efficace.

Quel CV cioè che non descrive ogni singola esperienza lavorativa (quello che hai fatto in passato) ma che mette in evidenza le capacità maturate (ciò che potrai fare presso chi ti assumerà).

Un CV non autoreferenziale ma concreto, pragmatico e rivolto ai bisogni e ai problemi di chi legge.

La lettera è indirizzata al Duca Ludovico Sforza detto Il Moro in occasione del trasferimento dello stesso Leonardo a Milano e pare proprio una moderna domanda di assunzione.

Eccola tradotta in Italiano corrente:

Avendo constatato che tutti quelli che affermano di essere inventori di strumenti bellici innovativi in realtà non hanno creato niente di nuovo, rivelerò a Vostra Eccellenza i miei segreti in questo campo, e li metterò in pratica quando sarà necessario. Le cose che sono in grado di fare sono elencate, anche se brevemente, qui di seguito (ma sono capace di fare molto di più, a seconda delle esigenze):

1- Sono in grado di creare ponti, robusti ma maneggevoli, sia per attaccare i nemici che per sfuggirgli; e ponti da usare in battaglia, in grado di resistere al fuoco, facili da montare e smontare; e so come bruciare quelli dei nemici.

2- In caso di assedio, so come eliminare l’acqua dei fossati e so creare macchine d’assedio adatte a questo scopo.

3- Se, sempre in caso di assedio, la fortezza fosse inattaccabile dalle normali bombarde, sono in grado di sbriciolare ogni fortificazione, anche la più resistente.

4- Ho ideato bombarde molto maneggevoli che lanciano proiettili a somiglianza di una tempesta, in modo da creare spavento e confusione nel nemico.

5- Sono in grado di ideare e creare, in modo poco rumoroso, percorsi sotterranei per raggiungere un determinato luogo, anche passando al di sotto di fossati e fiumi.

6- Costruirò carri coperti, sicuri, inattaccabili e dotati di artiglierie, che riusciranno a rompere le fila nemiche, aprendo la strada alle fanterie, che avanzeranno facilmente e senza ostacoli.

7- Se c’è bisogno costruirò bombarde, mortai e passavolanti [per lanciare sassi e ‘proiettili’] belli e funzionali, rielaborati in modo nuovo.

8- Se non basteranno le bombarde, farò catapulte, mangani, baliste [macchine per lanciare pietre e ‘fuochi’] e altre efficaci macchine da guerra, ancora in modo innovativo; costruirò, in base alla situazione, infiniti mezzi di offesa e difesa.

9- In caso di battaglia sul mare, conosco efficaci strumenti di difesa e di offesa, e so fare navi che sanno resistere a ogni tipo di attacco.

10- In tempo di pace, sono in grado di soddisfare ogni richiesta nel campo dell’architettura, nell’edilizia pubblica e privata e nel progettare opere di canalizzazione delle acque. So realizzare opere scultoree in marmo, bronzo e terracotta, e opere pittoriche di qualsiasi tipo. Potrò eseguire il monumento equestre in bronzo che in eterno celebrerà la memoria di Vostro padre [Francesco] e della nobile casata degli Sforza.

Se le cose che ho promesso di fare sembrano impossibili e irrealizzabili, sono disposto a fornirne una sperimentazione in qualunque luogo voglia Vostra Eccellenza, a cui umilmente mi raccomando.

Che cosa fa Leonardo?

Per prima cosa sintetizza le sue competenze in un elenco numerato, così facendo facilita l’organizzazione dei contenuti e la lettura da parte di chi riceve la missiva.

Inoltre, e ancora più importante, contestualizza la lettera citando soprattutto le sue competenze in ambito bellico. Lui, che era prima di tutto un artista e pure pacifista, scrive un CV promuovendo una gamma ben specifica di abilità, quelle che ritiene possano servire al Duca. Delle sue qualità di artista ne accenna solo al decimo punto, senza forzare la mano.

Da Vinci docet quindi, il CV moderno l’ha inventato lui, e non ha niente a che fare con il formato europeo.

È invece un CV lean, contestualizzato, funzionale, che punta dritto all’obiettivo facendo leva sui bisogni di chi dovrebbe ingaggiarlo. Funziona così anche oggi: chi assume lo fa perché ha un problema e sceglie la persona che ritiene possa risolverlo nel migliore dei modi.

Quando scrivete un CV chiedetevi sempre: che problemi ha il mio interlocutore? In che modo io posso contribuire a risolverli? E poi scrivete di questo! Tutto il resto che vi verrà voglia di inserire nel CV potrebbe essere inutile, pensateci bene prima di occupare spazio con parole e informazioni che non portano valore aggiunto.

E strutturate il testo perché sia immediato e fluido, gli elenchi puntati sono i vostri migliori alleati.

Ora basta! Contrastare le bufale sui vaccini @drsilenzi

Andrea Silenzi su Facebook ha pubblicato un’ottima e sintetica presa di posizione per contrastare la diffusione di bufale sui vaccini. Eccola!

“Per chi, nonostante tutto quello che avete avuto modo di leggere in questi giorni sui giornali, ancora si chiedesse quale fosse la scientificità e autorevolezza alla base della pratica clinica dell’ormai ex medico radiato dall’Ordine dei Medici e Odontoiatri della provincia di Treviso, offro un esempio paradigmatico che sintetizza in poche righe l’infondatezza dei rimedi pubblicati sul sito web personale del predetto e ripresi anche nei social. Rimedi privi di qualsiasi fondamento a cui molti ignari pazienti (adulti e bambini) si affidavano (e forse ancora si affidano) come sempre ci si fida quando un medico – non una persona qualsiasi – consiglia qualcosa a qualcuno per il bene della propria salute.

È questa la cosa che, da medico, mi da più fastidio in questo come purtroppo in molti altri casi dove sono colleghi medici a farsi latori di teorie prive di evidenze scientifiche. Teorie che offuscano l’immagine della prevenzione vaccinale creando danni inimmaginabili fino a pochi anni fa: http://www.ansa.it/…/italy-becomes-us-travel-risk-for-measl….

Analizziamo, come esempio, i “consigli per prevenire le malattie invernali nei bambini”:

– Evitare il latte vaccino e i suoi derivati: questo consiglio è quasi obbligatorio per i bambini soggetti a forme catarrali delle prime vie aeree o a disturbi intestinali;
– Ridurre i cereali contenenti glutine e i loro derivati;
– facilitare il sonno nei bambini ….somministrando loro per tutto l’inverno anche la melatonina (2-3 mg la sera);
– Somministrare multivitaminici, ovviamente “naturali” – ma (cit.) “aggiungendo integratori (nutraceutici) a base di vitamina C (250-300 mg al giorno), vitamina D (800-1.000 unità al giorno), vitamina A (800-1.000 unità al giorno)” per tutto l’inverno;
– Somministrare multiminerali per tutto l’inverno, ma attenzione (cit.) “non è sufficiente un prodotto che contenga solo 8-10 minerali, perché nella nostra alimentazione mancano specialmente i microelementi, cioè i minerali in tracce. Consiglio allora di acquistare un multiminerale completo, come quello costituito da acqua di oceano adeguatamente purificata” (NB : 12 fiale di acqua di mare = costo 15 euro, consigliate 3 fiale al giorno nei bambini, 6 fiale al giorno negli adulti);
– Aggiungere prodotti a base di magnesio (150-200 mg al giorno) e zinco (10 mg al giorno) specialmente nei bambini più irrequieti e/o nervosi per tutto l’inverno;
– Somministrare probiotici tutti i giorni, per tutto l’inverno;

L’ex collega, infine, conclude dicendo (cit.) “non posso non ricordare che i consigli che ho dato andrebbero integrati anche con la terapia omeopatica, che svolge sicuramente una potente azione preventiva sia specifica che aspecifica nei confronti delle patologie infettive invernali”

Vieppiù che, non bastasse questa chiosa, il consiglio finale è che per saperne di più su come non far ammalare i bambini d’inverno, basta acquistare (cit.) “la mia pubblicazione più specifica”.

Tradotto: per non far venir l’influenza ad un bambino, i medici corrotti dalle aziende farmaceutiche somministrano un vaccino (costo 7-10€, una tantum), mentre quelli trasparenti e incorruttibili consigliano di spendere circa 50€ al giorno per 6 mesi /anno (9.000€, che se per caso hai due figli 18.000€).

Perché, si sa, le aziende che producono prodotti omeopatici, melatonina e nutraceutici vari sono dei gran benefattori.

Infine, il libro dell’ex collega (quello che il predetto chiama “pubblicazione” – forse per equipararlo, confondendo, a una pubblicazione scientifica?) per puro caso (veramente per puro caso) costa esattamente quanto il vaccino antiinfluenzale (10€) … ed è anch’esso un prodotto “una tantum”.

P.s. Se cercate informazioni corrette sulla salute, informazioni “anti-bufala”, rivolgetevi sempre a siti istituzionali e mai a siti di persone auto-emarginatisi per scelta dalla comunità scientifica internazionale.

P.p.s. Esiste poi la buona comunicazione online, dove si coniuga buona comunicazione con rigore scientifico e piena trasparenza con la comunità scientifica. È il caso di MedBunker di Salvo Di Grazia o delle pagine Roberto Burioni, Medico | VaccinarSì di Ulrike Schmidleithner e VaccinarSìdella SItI – Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica| IoVaccino | Rete Informazione Vaccini – RIV | Gavi, the Vaccine Alliance.
I “buoni” sanno essere anche “web-friendly”, insomma.
Fatene tesoro.”

 

Bruno Paccagnella: un ricordo

Il 12 gennaio 2017, all’età di 93 anni, è morto il Prof. Bruno Paccagnella, ordinario di Igiene e, successivamente, di Medicina di Comunità nelle Università di Ferrara e Padova.

Nel 1998, in occasione del suo definitivo ritiro dall’Università, un gruppo di amici, colleghi ed allievi aveva organizzato la pubblicazione di un Opus honorarium a lui dedicato.

Si trattava di un volume in cui erano stati raccolti 34 contributi, appositamente scritti per l’occasione da 57 Autori nazionali ed internazionali, sui temi da lui trattati nel corso della sua intensa attività scientifica: la medicina di comunità, l’epidemiologia, l’organizzazione sanitaria, l’igiene dell’ambiente, la formazione dei professionisti sanitari, l’educazione sanitaria e la promozione della salute, ecc.

Considerando, in particolare, l’interesse di Bruno Paccagnella per la promozione della salute, tali contributi erano stati ordinati seguendo le cinque azioni strategiche per la promozione della salute, delineate dalla Carta di Ottawa: costruire una politica pubblica per la salute, creare ambienti favorevoli, dare forza all’azione della comunità, sviluppare le abilità personali, riorientare i servizi sanitari.

Dall’Opus honorarium riporto in questa sede il curriculum vitae.

Bruno Paccagnella nacque a Padova il 20 agosto 1923; si laureò nell’Università di Padova l’11 luglio 1947 con una tesi sperimentale, successivamente pubblicata.

Durante il corso di laurea frequentò, come allievo interno, l’Istituto di Zoologia ed Anatomia Comparata dal 1941 al 1944 e la Clinica Medica dal 1945 al 1947, iniziando la sua produzione scientifica su temi biologici e sperimentali, tra i quali il poliploidismo delle cellule epatiche, la biologia degli storioni del bacino del Po, il potere opsonico del sangue in corso di malattie infettive.

Assistente volontario nella Clinica Neurologica e nella Clinica Medica dell’Università di Padova, introdusse la terapia medica dell’ascesso polmonare mediante cateterismo endobronchiale e sperimentò il trattamento farmacologico del piccolo male epilettico. Ottenne nel 1949 l’incarico di assistente nell’Istituto di Igiene, diretto dal prof. M. Dechigi; la posizione di assistente di ruolo a seguito di pubblico concorso nel 1951; e quella di aiuto nel 1954, posizione che mantenne fino alla chiamata della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Ferrara come Professore Straordinario di Igiene, dopo essersi classificato al primo posto della terna nel concorso bandito dalla stessa Università.

Nel 1954 conseguì l’abilitazione alla Libera Docenza sia in Igiene che in Microbiologia.

L’Università degli Studi di Ferrara gli affidò l’incarico di insegnamento di Igiene e la direzione del relativo Istituto dal 1954 fino alla nomina a Professore Straordinario nel 1967, seguita dalla conferma dell’ordinariato nel 1970.

Il 3 ottobre 1970 fu eletto Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia per il trienno 1970-1973 ed il 24 ottobre 1972 fu eletto Magnifico Rettore dello stesso Ateneo per il triennio 1972-1975.

Nel 1975 fu chiamato alla seconda cattedra di Igiene nella sede di Verona dell’Università degli Studi di Padova e nel 1979 alla prima cattedra ed alla direzione dell’Istituto di Igiene della sede patavina.

Il periodo dal 1949 (anno di inizio della carriera igienistica) al 1975 (anno in cui fu chiamato a Padova) fu ricchissimo dal punto di vista dell’attività didattica, della produzione scientifica, dell’avvio di una collaborazione con le istituzioni sanitarie internazionali durata fino al 1998, dell’azione organizzativa e sociale.

Lattività didattica non fu limitata alla classica formazione di base e specialistica degli studenti e specializzandi nel campo dell’Igiene, ma fin dall’inizio si rivolse anche ai professionisti in servizio con le metodologie di apprendimento attivo che negli anni successivi costituiranno interesse fondamentale della sua attività. Vanno ricordati a titolo di esempio i corsi di Igiene Pratica per Ufficiali Sanitari e per i Medici di Bordo.

Particolare enfasi Egli diede ai temi di Epidemiologia e di Medicina Sociale. Sviluppò l’insegnamento dell’epidemiologia con l’intendimento di guidare anzitutto lo studente alla comprensione dei problemi riguardanti la prevenzione delle malattie e la tutela della salute dell’individuo nella comunità, ad integrazione degli insegnamenti clinici. In particolare, nell’epidemiologia delle malattie cardiocircolatorie, respiratorie, neoplastiche, metaboliche, oltre che infettive, pose in evidenza i rapporti esistenti tra fattori ambientali e patologia umana, nonché gli effetti sulla salute umana delle modificazioni demografiche, tecnologiche, socio-economiche e dell’ambiente. Presentò sempre l’indagine epidemiologica come strumento essenziale per l’impostazione degli interventi preventivi, in difesa della salute dell’individuo e della comunità, e per la razionale programmazione degli opportuni servizi sanitari.

E’ interessante, altresì, ricordare che la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Padova, che gestiva la Scuola di Statistica prima dell’istituzione della omonima Facoltà, gli affidò il corso ufficiale di Statistica Sanitaria dal 1951 al 1968.

L’attività scientifica si sviluppò inizialmente su temi classici dell’Igiene e della Microbiologia per orientarsi sempre più verso l’epidemiologia ambientale, la medicina sociale e l’educazione sanitaria. Per ampliare la sua preparazione in questi temi innovativi, nei primi anni ’50 fu più volte in Inghilterra presso il British Council e presso alcune Università di paesi del nord-Europa (Stoccolma, Londra, Bruxelles) per approfondire lo studio del problema degli inquinamenti atmosferici.

E’ sicuramente interessante ricordare il giudizio espresso dalla Commissione del concorso alla Cattedra di Igiene espletato nel novembre 1966:

“ Dell’ampia produzione scientifica del candidato la Commissione ritiene degne di particolare menzione le ricerche sulle condizioni climatiche a bordo delle navi; quelle assai estese sull’inquinamento atmosferico di alcune zone industriali ed extraurbane del Veneto, che recano contributi di notevole interesse pratico; l’originale inchiesta sugli infortuni domestici dell’infanzia; gli studi sulle conoscenze e gli atteggiamenti della popolazione femminile nei confronti del cancro ginecologico, nonché le ricerche sui danni a lungo termine da antiparassitari.”

Successivamente, la Commissione giudicatrice per il conseguimento dell’ordinariato espresse nel 1970 il seguente giudizio:

“ L’attività scientifica di questo triennio (1967-1970 n.d.r.) …si compendia in 52 pubblicazioni delle quali 21 personali, che riguardano argomenti di epidemiologia, di igiene dell’ambiente umano e di medicina sociale. Degni di particolare rilievo sono gli studi epidemiologici sugli effetti a lungo termine dell’inquinamento ambientale ed alimentare da residui di pesticidi che hanno fornito originali ed interessanti contributi, nonché lo studio epidemiologico sugli effetti immediati dell’inquinamento atmosferico sull’apparato respiratorio dei bambini in età scolare e l’originale ricerca comparativa sulle reazioni ai rumori della strada degli abitanti di Ferrara e Stoccolma. Molto interessante è l’inchiesta campionaria italiana sulle conoscenze e gli atteggiamenti della popolazione femminile nei confronti del cancro e dei servizi sanitari, che si affianca ad altre ricerche svolte dal Prof. Paccagnella in tema di educazione sanitaria e di organizzazione dei servizi sanitari. Lo studio dell’igiene ambientale è stato sviluppato anche nel settore delle acque superficiali attraverso un’ampia indagine sullo stato di inquinamento del fiume Po nel suo tratto terminale e degli altri corsi d’acqua della Provincia di Ferrara con rigore di metodo.”

La collaborazione con istituzioni sanitarie internazionali iniziò nel 1952 con una borsa di studio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per l’Epidemiologia e l’Inquinamento Atmosferico. Dal 1954 divenne consulente sia della Direzione generale che dell’Ufficio Regionale per l’Europa dell’OMS nelle aree della sanità ambientale, dell’epidemiologia, della programmazione e valutazione dei servizi sanitari, dello sviluppo del personale, della pedagogia medica, dell’assistenza sanitaria primaria e, in qualità di consulente, svolse numerose missioni di studio nei vari continenti ; inoltre collaborò alla stesura di numerose pubblicazioni e rapporti tecnici dell’OMS.

Dal 1967 partecipò con le delegazioni italiane alle Assemblee Mondiali della Sanità.

Dal 1968 fece parte del Panel di Esperti dell’OMS sugli inquinamenti ed i rischi ambientali.

Per conto della CEE presiedette il Comitato Scientifico per i Pesticidi e fu consulente temporaneo per i problemi di sanità pubblica ed epidemiologia ambientale. Fu inoltre consulente temporaneo del Consiglio d’Europa sull’armonizzazione dei criteri sanitari per il monitoraggio degli incidenti stradali.

Svolse attività organizzativa e sociale sia nell’ambito di società scientifiche che in campo universitario. Fu relatore in numerosi congressi in Italia e all’estero. Le sue attività sono documentate da centinaia di pubblicazioni.

In qualità di segretario della sezione regionale triveneta dell’Associazione Italiana per l’Igiene e la Sanità Pubblica collaborò nel 1954 all’organizzazione del XVII Congresso Nazionale di Igiene a Venezia, nel corso del quale presentò con il prof. M. Dechigi una fondamentale relazione sull’inquinamento atmosferico.

Fu consulente superiore della Direzione di Sanità della Marina Militare italiana ; membro della Società Italiana di Microbiologia; della Biometric Society e della New York Academy of Sciences.

I maggiori risultati dell’azione organizzativa universitaria furono la creazione e l’istituzione di un nuovo Istituto di Igiene nell’Università di Ferrara che potè svolgere una prima regolare attività in una sede provvisoria nel 1958 e fu trasferito in una sede definitiva nel 1960.

Nel 1974 l’Istituto era provvisto di 8 laboratori, 1 biblioteca, un’aula di 50 posti, uno stabulario ed un’officina, oltre agli studi e la segreteria. I laboratori assicuravano le attività di biologia, chimica e fisica applicata. La biblioteca era dotata di 1000 volumi, microfilms e 45 riviste in abbonamento.

All’Istituto così organizzato il Comune di Ferrara affidò in convenzione nel 1961 il controllo sistematico dell’inquinamento atmosferico; e la Provincia di Ferrara il Centro Provinciale per la Prevenzione delle Intossicazioni da Pesticidi. Nel 1970 fu istituito presso l’Istituto il Centro per gli Studi di Medicina di Comunità, nel quale operò il Consultorio Prematrimoniale e Matrimoniale di Ferrara, sotto la direzione dello stesso Prof. Paccagnella. Fu vice presidente nazionale dell’Unione dei Consultori Italiani prematrimoniali e matrimoniali (UCIPEM) dal 1971 al 1981.

Propose la istituzione e diresse dal 1971 al 1974 la Scuola di Specializzazione in Igiene e Medicina preventiva dell’Università di Ferrara.

Nel quadriennio 1975-1979, dopo il trasferimento alla seconda Cattedra di Igiene dell’Università di Padova, alla Direzione dell’Istituto della sede di Verona e della Scuola di Specializzazione in Igiene e Medicina Preventiva, il prof. B. Paccagnella continuò con nuovi collaboratori gli studi in tema di epidemiologia ambientale. Portò a termine la ricerca della CEE sugli effetti dell’inquinamento atmosferico sulla salute dei bambini; un importante studio sugli effetti sanitari dell’esposizione a mercurio; continuò le indagini sulle relazioni tra salute umana e rumore da traffico aereo e stradale nelle aree residenziali; partecipò alle azioni di sanità pubblica della Regione del Veneto in occasione dell’inquinamento da composti alogenati nelle acque profonde del vicentino. Fu pure membro della Commissione Scientifica che guidò le indagini epidemiologiche sulle popolazioni esposte a TCDD dopo l’incidente industriale di Seveso.

Nel 1976 fu il promotore del Corso di Ecologia Umana per il Certificato Internazionale di Ecologia Umana, un’iniziativa multidisciplinare che l’Università di Padova ha sviluppato sulla base di una convenzione, da lui proposta, con altre Università europee. In questa iniziativa furono sistematicamente presi in considerazione gli effetti sulla salute umana fisica, mentale e sociale dell’ambiente totale, cioè biologico, chimico-fisico, culturale, sociale ed economico.

Il Comune di Padova, che aveva aderito su sua proposta nel 1987 al Progetto “Città Sane” dell’OMS, lo nominò coordinatore scientifico del progetto a Padova.

Trasferito alla prima Cattedra di Igiene dell’Università di Padova nel 1979, fu Direttore dell’Istituto stesso fino al 1982 e fu Direttore della Scuola di Specializzazione in Igiene e Medicina Preventiva fino al 1997. Nel 1984 afferì al Dipartimento di Pediatria con la funzione di Direttore dell’Unità di Epidemiologia e Medicina di Comunità.

Continuò a coltivare gli interessi scientifici in materia ambientale dirigendo il Centro di Collaborazione dell’OMS per l’Epidemiologia Ambientale dell’Università di Padova e sviluppò alcuni filoni di ricerca e di azione che erano stati iniziati fin dalla prima parte della carriera: lo sviluppo e il riorientamento del personale sanitario; la pedagogia medica, la programmazione e valutazione dei servizi socio-sanitari primari, l’educazione sanitaria e la promozione della salute, la medicina di famiglia e di comunità.

Introdusse in Italia i principi e le metodologie della pedagogia medica nella formazione continua collaborando, in particolare, con J.J. Guilbert dell’OMS allo svolgimento nel nostro paese i seminari di Montecatini (1979) e Selva di Fasano (1980). Coordinò il Programma per la formazione continua dei medici in Management Sanitario della Regione del Veneto dal 1980 al 1984, anche organizzando a Padova due importanti seminari dell’OMS su Principi e Tecniche della Comunicazione e sull’Avvio di un Sistema di Formazione Continua per Medici Generalisti. Programmò e svolse i corsi residenziali per medici generalisti e pediatri della Regione Veneto allo scopo di preparare gli animatori di formazione continua in Medicina Generale e Pediatria.

Rese continuativa la collaborazione iniziata nel 1976 con l’Associazione Nazionale dei Medici Condotti e collaborò con la Società Italiana di Medicina di Famiglia e di Comunità, essendone nominato Presidente Onorario, in attività molto intense di formazione nelle varie regioni d’Italia.

Si impegnò attivamente anche nello sviluppo professionale del personale infermieristico; propose nel 1982 la istituzione e successivamente diresse la Scuola a fini speciali per Dirigenti e Docenti di Scienze Infermieristiche fino al 1998.

Promosse e diresse in Italia e nella Repubblica di San Marino, nell’ambito di un vasto programma internazionale europeo, un’importante ricerca sui motivi di contatto dei cittadini con i medici di Medicina Generale, considerati rivelatori sensibili della domanda di salute ai fini della programmazione sanitaria e per la formulazione della Classificazione Internazionale dell’Assistenza Primaria (ICPC).

Coordinò la parte italiana della ricerca sullo sviluppo dei servizi sanitari primari nel sud Europa per conto della Regione del Veneto e dell’Ufficio Regionale per l’Europa dell’OMS, cui parteciparono, oltre all’Italia, la Spagna, il Portogallo, la Grecia e Israele negli anni 1983/86.

Promosse e diresse inoltre una importante analisi strutturale e funzionale dei consultori familiari della Regione del Veneto e coordinò il programma regionale per la formazione degli operatori consultoriali.

Fu il coordinatore scientifico di numerosi incontri di studio sui problemi dei Settori Igiene Pubblica del Veneto che si svolsero in diverse Unità Locali Socio Sanitarie del Servizio Sanitario Nazionale in modo itinerante negli anni ’80.

Promosse altresì iniziative di formazione e di ricerca in educazione sanitaria sia come Presidente della Sezione Regionale Veneta dell’Associazione Italiana per l’ Educazione Sanitaria (AIES) che come Vice Presidente Nazionale del Comitato Italiano di Educazione Sanitaria (CIES).

Nel campo della promozione della salute, oltre al ruolo svolto per la formulazione e sviluppo del Progetto internazionale “Città Sane”, dette un importante contributo di dottrina e metodo alla fase pilota dell’iniziativa OMS degli Health Promoting Hospitals ed alla successiva evoluzione in reti regionali e nazionali.

Nel 1988, in occasione del 40° anniversario di istituzione dell’OMS, gli fu consegnata dalla Direzione Generale di quella agenzia dell’ONU una delle 40 medaglie d’oro attribuite ai più attivi promotori della campagna mondiale contro il fumo di tabacco. A Venezia organizzò due importanti conferenze europee su questo tema nel 1981 e 1986.

L’ultimo impegno scientifico ed organizzativo fu orientato alla Medicina di Comunità. Già nel 1986 aveva lasciato la Cattedra di Igiene per ricoprire quella di Medicina di Comunità nella Università di Padova. Dal 1991 assunse il ruolo di coordinatore del Dottorato di Ricerca in Medicina di Comunità e svolse un’intensa azione in tutte le sedi opportune per l’istituzione della Scuola di Specializzazione in Medicina di Comunità, istituita con legge del 1996 , attivata per la prima volta dall’Università di Padova nel 1997 e della quale assunse la direzione.

Continuò la collaborazione con l’OMS come consulente nelle aree precedentemente elencate. Nel 1978 guidò la delegazione italiana alla Conferenza Internazionale dell’OMS-UNICEF sull’Assistenza Sanitaria Primaria che si svolse ad Alma Ata, URSS. Continuò a prendere parte alle Assemblee Mondiali della Sanità ed al Comitato Regionale per l’Europa dell’OMS.

In Italia, fu componente del Comitato Scientifico dell’Istituto Superiore di Sanità dal 1984 al 1990, del Comitato Scientifico dell’Istituto Superiore per la Prevenzione e Sicurezza del Lavoro dal 1987 al 1990 e del Consiglio Superiore di Sanità dal 1994 al 1997.

Nel 1997 il Comune di Nanto (Vicenza) gli conferì la cittadinanza onoraria per l’impegno profuso a favore di quella comunità e per l’opera di promozione della salute.

 

 

On-e-stà, on-e-stà, on-e-stà, e … ca-pa-ci-tà no? @WRicciardi @drsilenzi @redhenry88

Crisi della politica, esondazione della magistratura (a proposito: la Costituzione più bella del mondo non prevede un ordine giudiziario e un potere legislativo e esecutivo?); e fra politici e magistrati gruppi di giornalisti organizzati in cosche che appoggiano ora gli uni ora gli altri, raccontando comunque frottole.

Se fossimo una nazione seria metteremmo un po’ d’ordine in casa nostra, fondandolo su competenza e verità. Benedetto Croce scriveva: ” L’ideale che canta nell’anima di tutti gli imbecilli e prende forma nelle non cantate prose delle loro invettive e declamazioni e utopie, è quello di una sorta di areopago, composto di onest’uomini, ai quali dovrebbero affidarsi gli affari del proprio paese”. Mi pare che l’imbecillità generale sia giunta a vette che pensavo inarrivabili: mi sbagliavo evidentemente!

Inoltre, con tutti questi onesti e puri che improvvisamente, e solo a parole, popolano il nostro paese mi è ritornata alla mente la celebre battuta di Pietro Nenni: “A fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura”.

Ne saprà qualcosa Marco Travaglio, se sono vere le ultime notizie http://roma.fanpage.it/che-rapporto-c-e-tra-raffaele-marra-e-marco-travaglio/ ?

Povera Italia! E poveri noi!

HTA in Italia: pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà

Il 24 ottobre scorso sono stato invitato da Giovanni Morana, dinamico direttore della radiologia dell’ospedale di Treviso, ad un convegno sul tema della TAC Dual Energy. Il programma prevedeva una parte dedicata a questa interessante tecnologia ancora in fase di sviluppo e ricerca e una dedicata all’HTA.

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L’incontro si è tenuto all’Ateneo Veneto, una fondazione istituita da Napoleone dopo il disfacimento della Serenissima Repubblica di Venezia, in uno splendido palazzo a fianco del Gran Teatro La Fenice.

Per un accidente della storia, il 9 ottobre 1996, nella stessa sede avevo organizzato un workshop, alla presenza dei politici e direttori generali della aziende sanitarie del tempo, dal titolo: “Razionamento o razionalizzazione dell’assistenza sanitaria – il ruolo dell’HTA”, starring Renaldo N. Battista al quale il collega direttore generale di Venezia (il compianto Carlo Crepas) aveva tributato gli onori che la Serenissima Repubblica tributava ai Capi di Stato e agli Ambasciatori in visita a Venezia: il corteo in barca lungo il Canal Grande.

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L’invito di Giovanni Morana ha suscitato in me due sentimenti: il piacere di discutere oggi con i clinici (italiani, stranieri e un brillante giovane collega italiano che lavora a Charleston, Carlo De Cecco) e i produttori di tecnologia i metodi e le opportunità offerte dall’HTA; l’amarezza di toccare con mano la lentezza con la quale in questi vent’anni l’HTA si è diffusa in Italia!

Quanta strada ancora da percorrere! Se smettessimo di buttarci a pesce sulle cose urgenti e ci occupassimo un po’ di più delle cose importanti (De Gaulle) …..!!!

Il XXI secolo non ci ha portato ancora superare lo storicismo gramsciano: “Tutti i più ridicoli fantasticatori che nei loro nascondigli di geni incompresi fanno scoperte strabilianti e definitive, si precipitano su ogni movimento nuovo persuasi di poter spacciare le loro fanfaluche. D’altronde ogni collasso porta con sé disordine intellettuale e morale. Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”. (Q28, III)

Anzi…..

 

A pediatrician gives vaccine advice to presidential candidates

A pediatrician gives vaccine advice to presidential candidates

 | CONDITIONS  

First, I’d like to thank you for taking the time to read this; I know you’re busy fund-raising and campaigning, so I’ll try to keep this brief. It’s recently become quite apparent that several of you have some misconceptions about our immunization program. That’s unfortunate for people who are seeking such a prominent position. I know science can be complicated, but public health is a pretty important topic. (It’s especially disappointing that the physicians among you don’t seem to fully understand this issue, but I suppose immunizations are outside your specific fields.)

Anyway, the following are a few brief facts about vaccines that I hope you will find useful in your next debate.

1. Vaccines do not cause autism. Numerous studies have demonstrated this, and a huge meta-analysis involving over 1.2 million children demonstrated that pretty clearly. Evidence doesn’t get any better than that.

2. The guy that started this whole autism/vaccine thing lost his license because of his fraudulent study, which has since been retracted.

3. “Too many, too soon” is not a thing. Children encounter many viruses and bacteria every day, and their immune systems are not overwhelmed. (And they don’t develop autism.)

4. Although a popular book about alternative vaccine schedules has been quite a hit, the guy that wrote it didn’t bother to prove that his schedule was effective or safer than the schedule developed by the most knowledgeable infectious disease experts in our great nation. He just made it up.

5. Spreading out immunizations has been shown not to reduce the risk of complications from vaccines. All it does is extend the time period during which children are at risk for these infections. And since the most significant risk of immunizations is driving to the office to get them, it creates some indirect risks as well.

6. While we obviously disagree about some of those points, I support your assertion that we shouldn’t bother immunizing against insignificant diseases. So I’ve narrowed the list down to the diseases that cause “death or crippling.” (The links are from the CDC, a government organization made up of people who know more than you do about infectious diseases. You should get to know them; they will work for one of you some day.)

7. Since you’re probably not familiar with the CDC vaccine schedule that you think people should avoid, I just listed every one of the vaccines it recommends. All of those diseases kill people. Fortunately, they don’t kill very many people anymore. (Because of vaccines.)

8. And since I know your world isn’t all about saving lives, vaccines save money, too. That might be a good talking point.

I could go into more details, and I’d be happy to speak to you personally if you’d like to hear more. In fact, there’s a huge network of pediatricians that would be happy to field the vaccine questions while you tend to your more important affairs. (We were actually going to talk to these families anyway, because their children are our patients.) But hopefully, this basic information has been enough to allow you to speak a little more intelligently about the topic–especially since one of you will be running our country.

But in the future, if you’re unsure about similarly complicated topics, please feel free admit your lack of knowledge and defer to the experts. That’s what real leaders do.

Chad Hayes is a pediatrician who blogs at his self-titled site, Chad Hayes, MD.

http://www.kevinmd.com/blog/2015/10/a-pediatrician-gives-vaccine-advice-to-presidential-candidates.html?utm_content=buffere6c81&utm_medium=social&utm_source=facebook.com&utm_campaign=buffer

 

Basta attenzione solo alla struttura, lavoriamo sul cambiamento dei sistemi organizzativi e della cultura

Sir Muir Gray ci ha offerto un (apparentemente) semplice schema di interpretazione dei servizi sanitari: ognuno di essi è caratterizzato da una struttura (istituzionale, giuridica, economica, geografica, fisica), da sistemi organizzativi (idealmente impostati per realizzare le finalità dei servizi sanitari), dalla cultura (generale, professionale, organizzativa).

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Dobbiamo riconoscere che in Italia, e in tutte le sue Regioni e Province autonome, l’unica modalità per introdurre un cambiamento dei servizi sanitari è quello di pensare a una riforma: cioè a un cambiamento della struttura (istituzionale, giuridica, economica, geografica, fisica). Nessuna attenzione, invece, viene dedicata alla necessità di cambiare i sistemi organizzativi e la cultura sottostante.

Il recente libro di Roberto Perotti (ex Commissario alla spending review) “Status quo” affronta il tema del “perché in Italia è così difficile cambiare le cose (e come cominciare a farlo)”.

Una frase, in particolare, mi ha colpito: “E’ proprio della mentalità giuridica attribuire importanza spropositata all’impianto istituzionale, compiacersi dell’eleganza formale e dell’equilibrismo di un compromesso, e immaginarsi che piccole variazioni a uno statuto possano portare benefici strutturali al paese. Se solo il mondo fosse così semplice…” (pag. 170).

Lavorare sui sistemi organizzativi e sui necessari cambiamenti culturali significherebbe “chinare la testa e lavorare” (R. Perotti, ibidem) sui problemi veri, sulla loro dimensione quantitativa e qualitativa, ipotizzare nuove soluzioni praticabili (socialmente e politicamente) e sostenibili (economicamente, professionalmente e culturalmente).

Certamente è più semplice fare una nuova legge, una nuova deliberazione, un nuovo atto aziendale pensando che un atto legislativo o amministrativo possano di per sé determinare il cambiamento.

Chissà se ce la faremo? Si dovrebbe cominciare smettendo di raccontarci bugie!

 

Terremoto e paradossi economici @WRicciardi @drsilenzi @redhenry88

Titolo su Milano Finanza: “Il paradosso del terremoto: le spese per la ricostruzione non incideranno sul deficit e daranno una mano al pil”. E’ l’articolo più interessante e utile pubblicato sui quotidiani. Il passaggio chiave è questo: “La contabilità della ricostruzione ha a che fare con le disposizioni del nuovo articolo 81 della Costituzione, in cui si prevede la deroga all’obbligo del pareggio di bilancio, facendo dunque ricorso all’ indebitamento, solo quando si debbano fronteggiare un ciclo economico o circostanze eccezionali. Tra queste ultime, sono espressamente considerate le gravi calamità naturali. Spetterà al Parlamento, con una conforme deliberazione di Camera e Senato assunta a maggioranza dei rispettivi componenti, dichiarare che si versa in una delle citate situazioni. Anche il Fiscal compact, ma in maniera più generica, considera due circostanze eccezionali che consentono di derogare all’ obbligo di pervenire al pareggio strutturale del bilancio: si tratta degli “eventi inconsueti non soggetti al controllo della parte contraente interessata che abbiano rilevanti ripercussioni sulla situazione finanziaria della pubblica amministrazione”, e quindi nel nostro caso delle gravi calamità naturali. La deviazione temporanea è ammessa, purché non comprometta la sostenibilità del bilancio a medio termine. Nel caso di gravi calamità si attiva la clausola di flessibilità che consente di peggiorare il deficit congiunturale, ma si deve trattare infatti di spese una tantum, che si esauriscono con la soluzione del problema insorto. Tutte le spese pubbliche e le sovvenzioni concesse ai privati a seguito di una calamità naturale concorrono a far aumentare il prodotto, dacché mobilitano risorse materiali e umane che altrimenti sarebbero rimaste inerti. A differenza di qualsiasi investimento, o altra spesa pubblica, di questi interventi non si tiene conto ai fini del rispetto degli obblighi costituzionali ed internazionali sul pareggio di bilancio. La considerazione è ancora più amara se si pensa che le spese edilizie volte alla messa in sicurezza a fini antisismici, sia che derivino da spese pubbliche dirette, sia che dipendano da detrazioni di imposta a favore dei privati che le effettuino, non hanno lo stesso trattamento di favore”. Sì, è un paradosso.

Mario Sechi, Il Foglio List, 25 agosto 2016

Popper: abbiamo il diritto di non tollerare gli intolleranti @WRicciardi @drsilenzi @redhenry88

Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro l’attacco degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti, e la tolleranza con essi. In questa formulazione io non implico, per esempio, che si debbano sempre sopprimere le manifestazioni delle filosofie intolleranti; finché possiamo contrastarle con argomentazioni razionali e farle tenere sotto controllo dall’opinione pubblica, la soppressione sarebbe certamente la meno saggia delle decisioni. Ma dobbiamo proclamare il diritto di sopprimerle, se necessario, anche con la forza; perché può facilmente avvenire che esse non siano disposte a incontrarci a livello dell’argomentazione razionale, ma pretendano di ripudiare ogni argomentazione; esse possono vietare ai loro seguaci di prestare ascolto all’argomentazione razionale, perché considerata ingannevole, e invitarli a rispondere agli argomenti con l’uso dei pugni e delle pistole. Noi dovremmo quindi proclamare, in nome della tolleranza, il diritto di non tollerare gli intolleranti.

Karl Popper: La società aperta e i suoi nemici

 

Può la Serenissima Repubblica di Venezia aiutarci a nominare “politicamente” direttori generali delle aziende sanitarie competenti? @WRicciardi @leadmedit @drsilenzi @redhenry88

Il recente convegno sulla corruzione in sanità ha riportato alla ribalta il problema delle nomine dei direttori generali delle aziende sanitarie, ritenute oggi troppo legate al potere discrezionale delle Regioni che non valuterebbero correttamente requisiti e competenze dei nominati, dando priorità all’affiliazione politica e alla nomina di yes men, semplici esecutori di desiderata politici più o meno leciti.

La lettura del libro di David van Reybrouck “Contro le elezioni: perché votare non è più democratico” mi suggerisce di proporre il metodo usato per una decina di secoli dalla Serenissima Repubblica di Venezia per “eleggere” il Doge. Si trattava di un sistema misto di sorteggio e di elezione, al fine di designare, comunque, una persona competente senza che la nomina fosse oggetto di liti anche cruente tra le famiglie nobili. Tutti i membri del Maggior Consiglio (oltre 500) scrivevano il loro nome e lo riponevano dentro una ballotta di legno (da cui deriva il termine ballottaggio); il più giovane consigliere si recava nella Basilica di San Marco dove chiamava il primo bambino tra gli otto e i dieci anni che incontrava; questo ballottino, innocente, estraeva 30 nomi che venivano ridotti a 9 con una seconda estrazione. I nove estratti, con una procedura di elezione a maggioranza (in realtà una cooptazione) allargavano il collegio elettorale a un totale di 40 persone. I 40 venivano ridotti per sorteggio a 12. Questa procedura di riduzione per sorteggio e d’incremento per elezione/cooptazione veniva ripetuta con lo stesso meccanismo fino al nono e penultimo “turno” dal quale si ottenevano 41 grandi elettori che si riunivano in conclave e eleggevano il Doge. L’intera procedura durava cinque giorni e si articolava in dieci fasi.

Potrebbe questo metodo essere utilmente usato per designare i direttori generali che devono gestire il servizio sanitario nazionale? Non vi è dubbio, a mio avviso, che i direttori generali, che amministrano ingenti risorse pubbliche, debbano essere nominati da chi risponde ai cittadini elettori. Per arrivare a una nomina “politica” che, tuttavia, assicuri la competenza dei nominati e sterilizzi gli effetti ritenuti negativi della attuale discrezionalità, si potrebbe costituire in ogni Regione un “Maggior Consiglio” composto da tutti i consiglieri regionali, da 20 consiglieri comunali estratti a sorte e (opzionale se si vuole coinvolgere il mondo professionale) da 10 rappresentanti delle professioni sanitarie (estratti a sorte dagli albi di ordini e collegi). Per sorteggio questi potrebbero essere ridotti a 31 persone, ulteriormente ridotti a 11 con una seconda estrazione. Questi, con un meccanismo di elezione/cooptazione, potrebbero coinvolgere altre persone fino a un massimo di 25. Proporrei di stabilire 5 turni di sorteggio (per ridurre il numero) e di elezione/cooptazione (per allargare il collegio). Al penultimo turno, si eleggono/cooptano 21 persone che si riuniscono e designano i direttori generali facendo riferimento all’elenco nazionale la cui istituzione è stata recentemente decisa dal Governo.

Naturalmente, l’intera procedura di sorteggio e di elezione/cooptazione dovrebbe essere attentamente supervisionata da un organismo di garanzia super partes: la storia ci insegna che, nel passato, le procedure pubbliche per l’estrazione dei commissari delle commissioni di concorso hanno mostrato poca trasparenza.

L’elenco nazionale dovrebbe, tuttavia, assicurare non solo il possesso di requisiti formali (laurea, anni di lavoro direzionale, ecc.), ma anche di standard di formazione di base, specialistica e continua e di competenze motivazionali, manageriali e di leadership senza le quali le nostre organizzazioni sanitarie non possono prosperare. Ma sul tema dell’elenco nazionale varrà la pena di offrire una riflessione a parte.

La procedura è solo apparentemente farraginosa: tutto si potrebbe risolvere in pochi giorni.

Questa riflessione potrebbe sembrare una provocazione. Se vogliamo lo è, ma in senso positivo: ha l’ambizione di suscitare una discussione che aiuti il sistema sanitario a selezionare i migliori, mantenendo la responsabilità della designazione in capo alla politica.

E’ solo un’idea preliminare che deve essere necessariamente affinata, discussa, criticata, sostituita magari da un’altra più brillante. Non affrontare il tema determina conseguenze negative sulla percezione che la pubblica opinione ha su chi gestisce ingenti risorse economiche e ha grandissime responsabilità nell’erogazione di servizi molto delicati per la vita stessa dei cittadini.

http://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/articolo.php?articolo_id=38656